9 maggio 1978: la morte di Aldo Moro in un enigma ancora irrisolto dopo 40 anni | EDITORIALE

Quarant’anni dalla morte di Aldo Moro: il 9 maggio 1978 il suo corpo ritrovato in via Caetani, nel baule di una R4 rossa; i tanti interrogativi di una vicenda mai risolta

EDITORIALE | L’Italia è terra di matasse da sbrogliare, la maggiorate delle quali per nulla facili. Una di queste, senza allontanarci tanto nel tempo, la stiamo vivendo: due mesi senza un governo con esponenti politici che giocano al gioco della sedia, sperando di prendere l’ultima poltrona prima che si chiudano le danze. Un’altra, purtroppo, ci accompagna da quarant’anni: è il grande enigma della morte di Aldo Moro, presidente della DC negli ultimi anni ’70. “Basta con le corone di fiori – ha dichiarato proprio in questi giorni il nipote Luca, che Moro spesso nominava nelle sue lettere dalla prigionia – se non l’hanno ucciso i terroristi, si dica chi è stato”. 

Mi spiace deludere il nipote di Moro, figlio di un’epoca segnata dalle tragedie delle Brigate Rosse e del terrorismo nero, ma probabilmente chi ha ucciso il Presidente non lo sapremo mai. Mi correggo: non lo sapremo mai per davvero. Di fatto, la storia insegna che un assassino c’è, anzi più di uno: sono i terroristi delle Brigate Rosse che, 55 giorni prima, lo avevano rapito uccidendo senza pietà la sua scorta. Il vero enigma sta nel capire se dietro agli esecutori, ci sia stato un mandante diverso. Per tanti anni si è detto che non è stato fatto abbastanza per salvarlo: cosa, allora, si sarebbe potuto fare di più? Chi lo avrebbe potuto, o forse dovuto, fare? 

Una cosa è certa, quella foto del cadavere di Moro sulla Renault rossa in via Caetani non lo dimenticheremo facilmente. Lo ricordano i cinquantenni di allora, che oggi sono nonni; lo ricordano i bambini, oggi genitori e lo ricorda anche chi nel 1978 non era ancora nato. Perché quel baule aperto ha fatto la storia e continuerà a farla per ancora tante generazioni. La morte di Aldo Moro è stata uno spartiacque per la storia politica italiana, la fine di quel compromesso storico su cui il Presidente della DC lavorava da tempo nell’ottica di una svolta socialdemocratica del partito con un avvicinamento al PCI. 

La morte in solitudine e la solitudine della morte

Sono in dottor Nicolai. Lei deve comunicare alla famiglia che troveranno il corpo dell’onorevole Aldo Moro in via Caetani. Lì c’è una R4 rossa. I primi numeri della targa sono N5“, la voce del brigatista Valerio Morucci, alle 12.30 di quel tragico 9 maggio annunciava la fine delle speranze. Da tre giorni le Brigate Rosse, tramite un comunicato, avevano comunicato di essere pronti ad eseguire “la sentenza a cui Moro è stato condannato“. Il corpo di Moro, con in petto i segni dei proiettili, venne trovato nel baule della Renault: il vestito grigio e la cravatta erano gli stessi del giorno del rapimento. In quei 55 giorni di prigonia Moro scrisse diverse lettere alla moglie, all’amico Cossiga, al Papa, chiedendo loro di trattare con i sequestratori: “Il mio sangue ricadrà su di voi?“, si chiedeva in una delle ultime lettere. 

Così, probabilmente, è stato. Il braccio fermo del Governo Andreotti, della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista nel non voler cedere ai terroristi fu la vera condanna a morte di Aldo Moro. Il Vaticano aveva segretamente raccolto i fondi per pagare un riscatto; il presidente della repubblica Giovanni Leone pronte le carte per firmare la grazia ad un terrorista: non bastò. La politica decide che non era il momento, che le Br andavano fermate e sconfitte, che non bisognava trattare. Ecco il sospetto che dietro la sua morte ci sia stata qualche complicità inconfessabile, l’enigma che non si risolve, nemmeno dopo 40 anni. Con Moro finì un’era: rimaneva uno Stato incapace di salvare un suo uomo, un compromesso tra DC e PCI che ben presto sarebbe finito nel vuoto e una famiglia che non avrebbe più riabbracciato il suo caro. 

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Ca' Bianca