Andrea Casale, il "turista" dalla "musica totale" - INTERVISTA

Andrea Casale, il “turista” dalla “musica totale” – INTERVISTA

Cà Bianca

Giovane autore di talento e ascoltatore raffinato, Casale si definisce “turista” tarantino dopo essersi trasferito a Parma per conseguire gli studi

Andrea Casale, tarantino di origine, parmigiano di adozione. Laureato in farmacia presso l’ateneo della nostra città, è un ascoltatore raffinato e un talentuoso autore. Ha al suo attivo l’album Tourirst in my Hometown, raffinato viaggio musicale che ha incontrato i favori della critica più autorevole. Lo incontriamo oggi per la nostra rubrica il Golfo mistico off.

“Where everything started”. Conservi ancora il ricordo preciso di quando hai deciso che avresti fatto il musicista?

Si, era il 2002 e avevo appena compiuto quattordici anni. Quell’anno iniziai a interessarmi alla musica da solo e iniziai a comprare i primi dischi. Fino a quel momento avevo ascoltato solo quelli di mio padre insieme a lui. A settembre uscì “Up” di Peter Gabriel, che è tutt’ora il mio preferito in assoluto. Fu per me una svolta. In casa c’era un pianoforte e una tastiera, imparai gli accordi e le estensioni degli accordi stessi e un paio di anni più tardi ho iniziato a comporre le prime canzoni. Alcune, riascoltate oggi, fanno tenerezza, altre invece erano proprio buone. A 16 anni, nel 2004, fondai gli Airglow con Claudio Ciaccioli. Da lì, poi, è iniziato il mio percorso.

Nella tua formazione c’è tanto jazz. Quale significato attribuisci alla parola “improvvisare”?

La grande pecca del mio percorso è che non ho mai studiato musica o comunque non con una certa continuità. Non ho mai studiato jazz, ma possiedo una collezione molto vasta di dischi di questo genere, perché è una musica che mi piace molto, mi apre la mente ed è fonte di ispirazione. Parlando di ‘improvvisazione’ credo che sia azzeccatissimo il famoso aforisma di Miles Davis: ‘Non suonare quello che c’è, suona quello che non c’è’. Si tratta della disperata ricerca del non ovvio.

Posso fare un esempio. Se la musica fosse una conversazione tra due interlocutori, una discussione in cui ci si scambiano solo convenevoli sarebbe noiosa e banale. Immaginate se invece nel mezzo di un discorso, già di base interessante, intervenisse una terza persona a sfoderare delle battute impressionanti, stravolgendo tutta la situazione e rendendola decisamente più aperta. Questo è quello cerco di fare con la musica.

C’è un “incontro artistico” che nel tuo percorso ricordi più piacevolmente di altri?

Sicuramente quello con Rachel Z, la famosa pianista jazz che ha suonato, tra gli altri, con Peter Gabriel, Pino Daniele e Chick Corea. Condividiamo da 13 anni una bellissima amicizia e ogni volta che viene in tour in Europa con il suo trio (con Omar Hakim alla batteria) facciamo di tutto per vederci e passare insieme la sera del concerto. Poi credo di dover spendere una menzione particolare per Riccardo Rinaldi. Lui ha suonato il fagotto nella mia band fino al 2009, poi abbiamo suonato insieme in una altro progetto nel 2012. Musicista dal talento eccezionale, aperto, colto e sensibile e con un curriculum musicale eccellente, suonare con Riccardo è veramente un’esperienza sensazionale e spero che al più presto.

Il compianto Giorgio Gaslini parlava di “Musica totale”. Pensi che ci possa essere qualcosa in questa definizione che appartenga al tuo modo di fare musica?

Sono d’accordo con il grande Gaslini: la musica è una. Al massimo, come diceva Gershwin, possiamo dividere la musica buona da quella non buona. Faccio un esempio. Ascoltando un gruppo di bravi musicisti, qualche tempo fa, ho notato, al di là della bravura degli interpreti, che gli autori dei brani avevano ascoltato veramente pochissima musica. Il risultato finale è stato quello per cui, cimentandosi in brani inediti, non sono riusciti a fare altro che la brutta copia di musica già esistente. Un atteggiamento regressivo anziché progressivo.

Lungi da me dal considerarmi un musicista con la ‘M’ maiuscola, però credo che il mio punto di forza sia nel fare musica partendo dall’essere un divoratore compulsivo di tanta, ma veramente tanta musica diversa. Ho iniziato con i Genesis e i King Crimson, ma sono passato anche dalla World Music e l’Africa, per poi passare al jazz. Attualmente tra i miei artisti preferiti ci sono Ibeyi, Bon Iver e St. Vincent, che secondo me riflettono al meglio la definizione di ‘musica totale‘.

“Tourist in my hometown” è il tuo primo album da solista. Parlaci di questo lavoro partendo dal titolo.

Esatto, è stato il mio primo album da solista dopo l’esperienza con gli Airglow. È uscito nel 2014 ma ha avuto una gestazione molto lunga, quasi 5 anni. Sono contento di non averlo fatto uscire prima, perché è il risultato di un salutare percorso di crescita artistica e personale. Il titolo riprende le sensazioni che ho provato nei confronti di Taranto, mia città di origine, una volta trasferitomi a Parma.

Un sentimento che spaziava dall’alienazione alla riscoperta di antiche origini. La riconciliazione è avvenuta recentemente. Taranto è una città grande per numero di abitanti ma piccola in termini di possibilità. Parma, al contrario, è una città che offre numerosi stimoli, offrendo la possibilità di misurarsi con realtà diverse e stimolanti. Il disco ripercorre proprio questo senso di “alienazione”. Anche se l’album finisce con una nota di speranza e un accordo maggiore.

Domanda banale ma necessaria: quali sono i tuoi impegni futuri?

Un singolo in uscita entro la fine di quest’anno. Un viaggio in Africa. Continuare a incidere il prossimo album, di cui ho già registrato la versione embrionale, di una bella manciata di canzoni. La rivoluzione musicale è ancora in atto.

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