Carlo Bergonzi, il volto del tenore verdiano raccontato dal figlio Marco | INTERVISTA

Carlo Bergonzi, il volto del tenore verdiano raccontato dal figlio Marco | INTERVISTA

Ca' Bianca

Marco Bergonzi traccia un ricordo del padre Carlo, tenore verdiano del secolo; recentemente gli è stata intitolata una piazza a Busseto: “Era un uomo buono e disponibile”

Il 15 luglio una piazza di Busseto sarà intitolata a Carlo Bergonzi, tenore verdiano del secolo, ne traccia un affettuoso ricordo il figlio Marco, direttore dell’hotel di famiglia I Due Foscari, per anni sede della prestigiosa Accademia Verdiana.

Il primo ricordo di suo padre sul palcoscenico?

Il primo ricordo che ho di mio padre sul palcoscenico é alla Scala di Milano,l’opera era Mefistofele con Raina Kabaivanska e Nicolai Ghiaurov, fin da piccolo amavo andare  a teatro con mio padre, anche ad assistere alle prove e ricordo in particolare questa occasione perché Nicolai mi insegnò a fischiare con le dita in bocca come faceva lui in scena.

Dopo la sua Aida al MET, il New York Times titolò: “È arrivato il tenore che Verdi sognava”. Suo padre fu un innovatore, non solo per quanto riguarda volume e colore della voce, ma anche e soprattutto per l’eleganza, la nobiltà e l’interpretazione della parola. Cosa ci può dire a questo proposito?

Quell’Aida gli venne “ceduta” da Mario del Monaco che avendolo ascoltato in Manon Lescaut in teatro, dopo il “pazzo io son” urlò un “bravo!” da far girare tutti in teatro, e alla fine andò in camerino e disse a mio padre che avrebbe voluto presentarlo al sovrintendente del Metropolitan di New York. In quell’occasione gli cedette una recita di Aida e una di Trovatore. Dopo la recita di Aida, che era il suo debutto nel grande teatro newyorkese, il New York Times uscì col titolo a caratteri cubitali “Forse è arrivato il tenore che Verdi Sognava”, da quel momento la collaborazione col MET divenne ultra trentennale e Aida uno dei suoi cavalli di battaglia.

Oltre che essere un grande interprete suo padre era dotato di grande simpatia e umanità, in che modo trasmetteva ai figli questo aspetto del suo carattere?

È facile parlare bene del proprio padre, il mio era buono e giusto, umile e rispettoso di tutti, ma con un carattere forte, non amava le prevaricazioni e l’arroganza e questo è quello che ha trasmesso a noi figli. Ci ha cresciuti con il supportato dall’inseparabile Adele, nostra madre, conosciuta  come “la leonessa”, sempre presente e prodiga di consigli e all’occorrenza capace di sfoderare gli artigli. Mio padre amava molto la compagnia degli amici: era un uomo solare e il fatto che venga ricordato, oltre che come grande artista, anche come uomo capace di grande umanità mi fa un enorme piacere.

C’è una città, una serata, o un’atmosfera alla quale è legato da un ricordo particolare?

Se devo ricordare una città che aveva un’atmosfera particolare ricordo con tanto piacere Verona, dove era considerato un’istituzione, dopo aver cantato per un ventennio all’Arena. Le cene al ristorante “Tre corone” in piazza Bra, dopo le recite, erano interminabili e si rientrava in hotel sempre all’alba; mi ricordo, in particolare, le risate che si facevano a tavola, specialmente col baritono Anselmo Colzani e con il Maestro Nello Santi, che bei tempi.

Tra pochi giorni una piazza sarà intitolata a suo padre, quali sensazioni e quali emozioni ci sono nell’animo di un figlio?

La dedica di una piazza  penso che nemmeno lui se la sarebbe aspettata, ma credo l’avrebbe reso immensamente felice. Da parte mia leggendo il suo nome sulle targhe delle piazza davanti a “I due Foscar”, l’hotel da lui creato , sentirò un po’ meno l’incolmabile vuoto che ha lasciato nel mio cuore.

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C’è un collega, un direttore d’orchestra o un regista che lavorò con suo padre al quale è legato con particolare affetto?

Con i suoi colleghi andava molto d’accordo e  gli volevano tutti molto bene, cosa rara nell’ambito del teatro. Se devo fare alcuni nomi ai quali era particolarmente legato posso menzionare Colzani, Tebaldi, Giaiotti e Nello Santi, senza dimenticare tanti altri; una cosa ancor più rara: non l’ho mai sentito sparlare di nessun collega, ma soprattutto non era invidioso di nessuno.

C’è un’interpretazione  di suo padre che ricorda con maggiore emozione o che riascolta più frequentemente?

Ci sono tante recite che mi emozionano quando le risento, da piccolo ogni volta che moriva in palcoscenico scoppiavo in un pianto irrefrenabile e dovevo rivederlo sorridente ad abbracciarmi per convincermi che era stata tutta una finta per la scena. Tuttora mi commuovo quando lo ascolto. E lo ascolto ogni giorno. Se devo ricordare un titolo in particolare direi “Mefistofele”, “Lucia di Lammermoor” e “Un ballo in maschera”, quest’ultima, interpretata da mio padre, è davvero inimitabile.

Suo padre fu anche, con l’accademia Verdiana un grande docente, molti suoi allievi sono lanciati in carriere internazionali, qual era la cifra distintiva del metodo di insegnamento di Carlo Bergonzi?

Ha fatto tanti anni di magistero, dall’Accademia Verdiana Carlo Bergonzi sono usciti nomi che oggi calcano le scene internazionali: Aronica, Pertusi, Gazale, Fiorillo e tanti altri. Senza nascondere che anche molti suoi “illustri” colleghi gli chiedevano consigli quando incontravano difficoltà; la sua tecnica era impareggiabile a sentire colleghi e critici. La cifra distintiva era l’onestà di dire, a chi non aveva i mezzi per intraprendere il duro mestiere del cantante lirico, di tenersi stretto il lavoro che già avevano, se l’avevano. Ho visto persone che l’hanno odiato per la sua sincerità, ma ho anche visto tanti che sono tornati per ringraziarlo di non avergli fatto perdere tempo e denaro.

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