Parma 1917, quando i bimbi della Bassa venivano chiamati “Lenin”

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Roccabianca diventava “Roccarossa” e il sindacalismo cittadino si colorava dei tratti rivoluzionari provenineti dall’Est; ecco come la Rivoluzione Russa ha influito su Parma nel primo ventennio del ‘900

PARMA | Cento anni fa la Rivoluzione Russa imperversava nell’Est: un cambio di mentalità, di cultura e di Stato che ha influenzato anche la storia mondiale. Gli echi della Rivoluzione si sono sentiti, come in altre parti d’Italia e d’Europa, anche nel Parmense. Paesi che cambiano nome, bambini che vengono chiamati con nomi russi, concezione del sindacalismo che da rivoluzionario diventa riformista. Nell’ambito della rassegna “Diciassette. 1917 L’anno delle rivoluzioni“, nel pomeriggio di ieri si è tenuto all’Oratorio Novo della Biblioteca Civica di Parma un incontro con Fabrizio SolieriGino Reggiani.

La rassegna ha preso il via l’11 ottobre e proseguirà fino al 2 dicembre. L’obiettivo dell’iniziativa, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Parma col patrocinio dell’Università di Parma e della Regione Emilia-Romagna – Istituto per i beni artistici culturali e naturali, è quello di risvegliare e celebrare, nell’occasione del suo centenario, la memoria di uno degli eventi più significativi del ventesimo secolo: la rivoluzione russa del 1917.

Gli echi della Rivoluzione

L’incontro che si è svolto ieri ha la particolarità di analizzare la questione della rivoluzione da una prospettiva più familiare e, forse, allo stesso tempo più inaspettata: la nostra, o meglio quella dei nostri nonni e bisnonni.  “Echi e riflessi a Parma della rivoluzione russa” che scende nel particolare e restringe il campo alla nostra realtà. A prendere la parola è Fabrizio Solieri dell’Università di Parma. 

È lui a guidare il pubblico in una sintetica quanto brillante lezione di storia: Solieri contestualizza la rivoluzione partendo dalla situazione di arretratezza in cui versava l’Impero russo nell’800: arretratezza economica, sociale, culturale e soprattutto politica da cui il paese cui inizierà a fatica a prendere le distanze saltando da una riforma all’altra, cercando di coltivare non solo gli sterminati possedimenti terrieri sovietici ma anche un terreno su cui far fiorire un’attiva vita politica in grado di strappare il potere che lo zar stringe, con ancora troppa presa, tra le sue mani.

Il caso “Parma”

Poi arriva la guerra, arriva il febbraio 1917, l’abdicazione dello zar, il governo provvisorio e i Soviet. Insieme alla primavera arriva poi Lenin e insieme a lui e ai bolscevichi arriva l’autunno e l’ottobre rivoluzionario. Dal generale al particolare: Solieri passa il testimone a Gino Reggiani, docente di Storia del Novecento all’Università popolare di Parma ed ex insegnante di Storia e Filosofia al Liceo Classico “Romagnosi”, che si sposta più ad Ovest continuando però a tenere ben presente dove è localizzato l’epicentro da cui sono partite le scosse rivoluzionarie arrivate fino a noi.

Reggiani dipinge la situazione politica e sociale della Parma di quegli anni come un caso anomalo in Italia dal punto di vista del movimento dei lavoratori: a partire dal 1907 infatti a Parma si sviluppa un sindacalismo rivoluzionario messo in pratica da Alceste de Ambris. De Ambris, originario della Lunigiana, studia a Parma dove diventerà il leader di questa corrente emergente sulla scena politica nazionale e, specialmente, parmigiana. Ed è proprio a Parma, in Borgo delle Grazie, che la prima sede della Camera del lavoro raccoglierà 30mila associati: un numero importante se si considera che in quegli anni Parma e provincia contavano circa 340mila abitanti.

E la Provincia

L’influenza del sindacalismo rivoluzionario sul nostro territorio si concentra prevalentemente in città e nella zona pedemontana e collinare. La Bassa parmense invece è controllata da un sindacalismo di tipo riformista che si è scollato da quello rivoluzionario di de Ambris qualche anno prima. Anche al momento di entrare in guerra le due fazioni prenderanno posto su schieramenti opposti con de Ambris che punterà a sfruttare l’entrata in guerra per innescare un grande processo rivoluzionario in tutta Italia.

Reggiani fa alcune interessanti riflessioni riguardo l’accoglienza delle notizie della rivoluzione d’ottobre in città. In primo luogo sottolinea la rilevanza rivestita dai giornali all’epoca che costituivano non solo un mezzo d’informazione ma anche una forma di aggregazione. In secondo luogo bisogna poi considerare che gli effetti della rivoluzione non sono stati avvertiti immediatamente: solo all’inizio degli anni Venti da noi si verificheranno episodi singolari come la nascita del nipote del sindaco di Mezzani a cui verrà dato il nome Lenin e la volontà del sindaco di Roccabianca di rinominare il suo paese con un nome più appropriato: Roccarossa.

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