Rocca Sanvitale a Fontanellato: l'armonia della perfezione scolpita nel tempo

Rocca Sanvitale a Fontanellato: l’armonia della perfezione scolpita nel tempo

Ca' Bianca

Una corte di artisti, uomini e donne di valore, una storia di amore e magnificenza; questa a la Rocca Sanvitale a Fontanellato

@CamillaAlderotti

Rocca Sanvitale a Fontanellato: l'armonia della perfezione scolpita nel tempoFONTANELLATO | La Rocca di Sanvitale a Fontanellato, eretta per volere dalla famiglia Pallavicino nel 1124, conserva in maniera indelebile la propria antica maestosità e ancor oggi rappresenta il fulcro del Paese dal quale prende il nome.

Degno di nota è soprattutto come la Rocca presenti intatto il fossato medievale, caso unico nel suo genere e che la rende come sospesa nel tempo. A questa sensazione contribuisce il fatto che la famiglia Sanvitale ha detenuto ed abitato il castello ininterrottamente per quasi sei secoli, fino al 1948. L‘assenza di passaggi di proprietà ha garantito il permanere del suo aspetto originario ed una certa cura nella sua conservazione.

Attraverso i secoli la famiglia Sanvitale, come ogni famiglia nobile che si rispetti, ha dedicato grande attenzione alla commissione di opere d’arte, chiamando alla propria corte abili maestranze e pittori di notevole fama, fra cui il Parmigianino, Felice Boselli e Pier Ilario Spolverini. Affreschi e dipinti, che oggi abbelliscono la Rocca, oltre a possedere un elevato valore artistico, sono anche portavoce di storie e leggende.

Di particolare interesse storie e dipinti che raccontano di alcune delle donne che qui hanno risieduto

Rocca Sanvitale a Fontanellato: l'armonia della perfezione scolpita nel tempo

Il pianoterra custodisce il gioiello della Rocca, un capolavoro d’arte manierista. È Gian Galeazzo Sanvitale nel XVI secolo a commissionare la decorazione di quest’area, generalmente destinata alla servitù. Dopo il succedersi di alcune sale decorate a grottesca e fantasiosi motivi floreali si raggiunge la preziosissima Sala di Diana e Atteone, dove incontriamo la prima importante figura femminile, Paola Gonzaga. Intorno al 1523 giunge al servizio del Conte il coetaneo artista Francesco Mazzuoli, meglio noto come il Parmigianino. Al pittore viene chiesto di affrescare una piccola sala di appena 12 mq e priva di finestre, tratti che connotano l’intimità di questo luogo, quasi segreto. Si tratta dello studio privato della consorte Paola Gonzaga, la quale in quel periodo viveva ancora il dolore della recente perdita del figlioletto di appena un anno.

La lettura degli affreschi si apre con un commovente ritratto di quest’ultima, dove nelle forme delicate e gentili la mano del pittore manierista risulta inconfondibile. Le lunette che seguono narrano della tragica sorte del cacciatore Atteone, riprendendo in modo attinente il racconto contenuto nel terzo libro delle Metamorfosi di Ovidio.

Respice finem: la fine è soltanto un nuovo inizio; mito e realtà come messaggio di conforto

Rocca Sanvitale a Fontanellato: l'armonia della perfezione scolpita nel tempoDurante una battuta di caccia il povero Atteone soprende Diana e le sue ninfe nude, capitando per errore nel luogo dove esse stanno facendo il bagno. Diana non accetta l’oltraggio e si vendica tramutando il ragazzo in un cervo. Nell’ultima scena della storia Atteone viene brutalmente sbranato dai suoi stessi segugi che non lo riconoscono.

L’ingiusta ed improvvisa morte di un innocente collega le due vicende, verità e finzione. La serie culmina in una volta decorata con un roseto che inquadra un cielo aperto, al cui centro il Parmigianino pone uno specchio ed una scritta in latino che recita “respice finem“, ovvero “la fine è soltanto un nuovo inizio“. Dopo il consumarsi del dramma giunge infine la consolazione nella consapevolezza che la morte è in definitiva la porta verso la vita eterna. Negli affreschi, dunque, il mito e la realtà si fondono straordinariamente divenendo messaggio di conforto nei confronti della povera madre.

Storie di fantasmi: la Cappella di San Carlo dove riposa lo spettro della piccola Maria Sanvitale e il fantasma di Barbara Sanseverino

Procedendo attraverso il pianoterra accediamo alla Cappella di San Carlo. Un’aria ancor più cupa avvolge questo ambiente. Si ritiene infatti che qui trovi dimora eterna lo spettro della piccola Maria Sanvitale, figlia di Luigi Sanvitale e Albertina di Montenuovo, nipote di Maria Luigia d’Austria, morta all’età di soli cinque anni. Nell’oratorio si custodisce la lapide della bambina, mentre nella Sala di Maria Luigia si trova un bassorilievo che la raffigura.

Salendo infine al Piano Nobile, incontriamo una terza donna andata incontro ad un triste e violento destino. Si tratta di Barbara Sanseverino, Marchesa di Colorno, che nel 1564 era andata in sposa a Giberto Sanvitale. Essa viene ritratta in un piccolo quadretto appeso sulla sinistra del letto a baldacchino d’epoca barocca. Barbara Sanseverino venne coinvolta nelle truci vicende riguardanti la supposta congiura contro Ranuccio I Farnese e di conseguenza giustiziata per decapitazione pubblica. Si dice che l’anima tormentata della donna non abbia mai trovato pace e che il suo fantasma si aggiri in quest’area del castello portando con sé la testa mozzata.

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