Scoppia il caso Prosciuttopoli: “Smarchiate 300mila cosce di Parma e San Daniele”

Un’inchiesta condotta da “Il Fatto Alimentare” porta alla luce le indagini svolte dalla Procura di Torino: “L’accusa è quella di frode in commercio, un danno da 90 milioni di euro”

TORINO | Una vicenda molto seria quella che Il Fatto Alimentare ha portato alla luce nelle ultime ore. Secondo quanto ricostruito dal quotidiano online, che si occupa prevalentemente di tematiche alimentari che riguardano la sicurezza e la nutrizione, la Procura di Torino avrebbe “sequestrato 14 mesi fa, in 140 aziende, oltre 300 mila cosce di maiale per un valore al consumo di circa 90 milioni di euro, pari a circa il 10 % della produzione nazionale“, come si legge proprio nell’inchiesta pubblicata ieri. L’accusa è quella di frode in commercio nella produzione di Prosciutto di Parma e San Daniele, aggravata per l’utilizzo di tipi genetici non ammessi dal Disciplinare dei consorzi.

Vicenda che assume connotati ancora più gravi se si pensa che i due istituti di certificazione che devono controllare il rispetto dei disciplinari (Istituto Parma Qualità e Ifcq Certificazioni) sono stati commissariati per sei mesi dal Ministero delle politiche agricole e forestali per gravi irregolarità. L’accusa è quella di non aver vigilato a dovere sulle aziende che hanno ammesso nella produzione l’uso di animali con una genetica non consentita. Per poi rivenderli come prosciutto crudo di Parma o San Daniele. I due enti incaricati di vigilare sulle produzioni, avrebbero quindi subito il provvedimento dal Ministero per non aver controllato questo aspetto della filiera.

Gli allevatori che hanno usato razze di suini a crescita veloce sapevano di usare razze non consentite dal disciplinare, ma lo hanno fatto in modo deliberato perché il sistema permetteva vantaggi economici significativi“, spiega il quotidiano in un passaggio dell’articolo. Ma se gli enti certificatori, per ora, non hanno ancora rilasciato dichiarazioni in merito ad uno scandalo che viene già definito “Prosciuttopoli“, il Consorzio del Prosciutto di Parma si limita a commentare in questo modo la vicenda: “nessuna coscia dei maiali provenienti dagli allevamenti coinvolti è diventata né diventerà Prosciutto di Parma ed eventuali cosce in stagionatura sono state facilmente identificate e, se del caso, distolte dal circuito“.

Un notevole danno d’immagine per il Prosciutto di Parma Dop

Uno scandalo che pone in serio imbarazzo il marchio, perché – nonostante non ci sia di mezzo la salute delle persone – è stato rotto il silenzio su una falla del sistema produttivo. Sapere che la produzione di una delle eccellenze alimentari italiane, che viene venduta al prezzo di 37 fino ad un massimo di 58 euro al chilo, non segue le misure idonee per garantire un prodotto qualitativo assoluto, è piuttosto imbarazzante. In seguito alle indagini della Procura di Torino, tuttavia, sono state prese le misure cautelative necessarie. Il marchio a fuoco impresso sulla cotenna, infatti, è stato tolto da centinaia di migliaia di cosce, evitando che potesse entrare in commercio con le denominazioni ufficiali.

Secondo il Procuratore di Torino, Vincenzo Pacileo, le frodi si protrarrebbero dal 2014, anche se in seguito ai sequestri effettuati la situazione si sarebbe normalizzata già a partire dal 2017. “Secondo quanto è emerso dalle indagini l’introduzione in Italia del seme di verro Duroc danese per inseminare le scrofe è iniziata almeno quattro anni fa, e si è diffusa rapidamente coinvolgendo allevamenti situati in tutto il Nord Italia“, afferma Il Fatto Alimentare. “Secondo il Consorzio del prosciutto di Parma – prosegue l’inchiesta – i soggetti indagati (ovvero con cosce oggetto di sequestro), sono attualmente 40, mentre i prosciutti in fase di stagionatura posti sotto sequestro o distolti dal circuito ammonterebbero al 3% della produzione del Parma“.

Il vantaggio dell’utilizzo del verro Danese

Utilizzare il seme del maiale Danese è un’operazione economicamente vantaggiosa perché i maiali in questione arrivano al peso previsto per la macellazione con due mesi di anticipo. Dal punto di vista commerciale si tratta di un’operazione che permette di risparmiare su più fronti: meno mangime da somministrare ai maiali, migliore efficienza nella conversione alimentare e minor lavoro nella gestione degli animali. Una frode che vedrebbe coinvolti non solo gli allevatori, ma anche prosciuttifici e macellai. Il prodotto finale risulta quindi poco grasso, perché la muscolatura dei maiali non si forma del tutto e il prosciutto risulta magro e adatto anche ai consumatori attenti alla linea.

I disciplinari – spiega Luisa Antonelli Volpelli, docente di Nutrizione e alimentazione animale all’Università di Modena e Reggio Emilia – ammettono l’uso di tipi genetici che forniscono caratteristiche non incompatibili con i dettami del regolamento per la produzione del suino pesante italiano, in particolare per il grasso di copertura e lo sviluppo muscolare. Le regole vanno assolutamente rispettate, ma nel recente passato sono state disattese proprio dai controllori“.

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Ca' Bianca