Sotto le stelle del jazz: il pianismo di Pampa Pavesi – INTERVISTA

Ca' Bianca

Giampaolo Pavesi, in arte “Pampa“, si racconta al nostro giornale: il suo approccio musicale è fatto di studio e improvvisazione; nel suo percorso artistico anche l’incontro con Herbie Hancock

FOTO DI PATRIZIA CARAVAGGIO

Pampa, al secolo Giampaolo Pavesi, è performer, docente, musicoterapeuta, ma essenzialmente raffinato pianista jazz. Allievo di Herbie Hancock, lo abbiamo incontrato per la rubrica “Il Golfo Mistico“.

Where everything started”. Conservi ancora il ricordo preciso di quando hai deciso che avresti fatto il musicista?

L’ho deciso nel tempo, quando ho poi scoperto certe cose. Ricordo però con grande piacere il mio primo pianoforte, poi gli studi a 8 anni al Conservatorio Nicolini di Piacenza. Ma professionalmente la mia avventura da musicista è iniziata negli anni ’80. Quando ho iniziato la collaborazione con ‘La Compagnia del Collettivo di Teatro Due’, in spettacoli come ‘Enrico IV’, ‘Uccellacci Uccellini’, ‘L’Istruttoria’; quando ho suonato nei più importanti teatri italiani e festival internazionali a Londra, Parigi, Berlino Est, Budapest, Losanna, allora ho iniziato a capire che la mia vita era fatta di musica e teatro. Certo che l’aver fatto parte di gruppi musicali, quali ad esempio i Vidya, e poi altri anche di mia ideazione, è stata la spinta per andare avanti sempre con maggior sforzo e convinzione.

In base alla tua esperienza che significato attribuiresti al verbo “improvvisare“?

L’impulso all’improvvisazione in musica, come una naturale disposizione dell’uomo al ‘fare musica’, segue l’intera storia della musica stessa. L’improvvisazione esiste da quando esiste la musica. Lo storico Ernst T. Ferand afferma che non è possibile trovare un solo settore della musica che non sia stato influenzato dall’improvvisazione. Come neppure una sola tecnica o forma musicale che non abbia avuto la sua origine dalla pratica dell’improvvisazione. Nelle civiltà extraeuropee, ad esempio, il concetto di improvvisazione è spesso intimamente legato al concetto stesso di composizione.

Penso che improvvisare sia ‘vedere’ la musica da diversi punti di vista, tutti molto interessanti, da cui i vari stili ed espressioni. Non esiste un unico modo di improvvisare, così come non esiste una ‘improvvisazione assoluta’. Mi piace parlare di ‘approccio improvvisativo’, come modo di concepire l’atto musicale come processo generativo. Nel Jazz l’improvvisazione è un elemento fondante. L’improvvisazione, in base alla mia esperienza, è frutto di ore e ore, giornate di studio, di studi tecnici sullo strumento e di studi sull’armonia. Ma, soprattutto, di esperienze condivise con altri musicisti.

Nel tuo percorso anche un mostro sacro del jazz: Herbie Hancock. Puoi raccontarci di questo incontro artistico?

È successo quasi per caso. Nel 1987, sulla rivista Musica Jazz, vidi il bando di partecipazione al Jazz Master di Herbie Hancock al prestigioso ‘Mozarteum’ di Salisburgo. Ammesso al Master, fu per me un’esperienza unica e indimenticabile, anche sotto l’aspetto umano. Oltre alle ore di lezione, Hancock trascorreva parecchio tempo con noi allievi: in particolare con me, Charlie (Nuccio Intrieri) e Mercedes pianista di Barcellona. Era una sorta di ‘Hancock family salisburghese’, come scherzando ci aveva definito, fino ad invitarci la sera in club esclusivi. Qui ho avuto modo di conoscere e apprezzare Herbie Hancock come persona di grande umiltà e disponibilità.

Ne potrei raccontare delle belle. Una su tutte: durante la serata a lui dedicata per ritirare un prestigioso premio, una sorta di ‘Grammy’ austriaco per le musiche del film ‘Round Midnight’ di Bernard Tavernier, dopo aver ritirato il premio e i dovuti ringraziamenti, ha esordito comunicando a tutti i presenti, autorità istituzionali e autorevoli critici musicali, che doveva andare via per un impegno, una ‘evening lesson’. Alla fine è venuto a mangiare dei sandwich con noi allievi per trascorrere così la serata. 

Dal punto di vista artistico, invece, avendo avuto modo di registrare le sue lezioni, al mio ritorno ho trascorso giorni e giorni a provare i suoi overlaps ritmici e armonici, non certo facili. In un certo senso posso dire che ha ‘sconvolto’ il mio approccio all’improvvisazione. Racconto un ultimo aneddoto: alcuni anni fa, quando Hancock si è esibito al Teatro Regio di Parma per il Barezzi Festival, dove per l’occasione suonavo in trio al Ridotto del Regio, a distanza di quasi 30 anni mi ha subito riconosciuto pubblicamente salutato dal palco durante il suo concerto.

Sei anche direttore artistico di un Festival estivo nel paese di origine della tua famiglia, iniziativa di grande successo e di sempre maggior prestigio. Quanto conta saper portare la grande musica sul territorio?

Si, quest’anno siamo alla sesta edizione del ‘Montegroppo Music Fest’, che si terrà il 26 luglio a Montegroppo di Albareto, per la festa patronale di Sant’Anna. Nella splendida cornice naturale della Piazzetta Lina Pagliughi, celeberrima soprano lirica la cui madre ha avuto qui i propri natali, in frazione Squarci di Montegroppo. Un’idea nata proprio con l’intenzione di valorizzare il territorio e gli artisti della zona, dando occasione di esibirsi anche a giovani artisti che muovono i loro primi passi nell’ambito della musica.

Proprio grazie al Festival, e in particolare all’impegno di Giannino Sabini, si è ricostituito in questi anni il Coro Monte Gottero, che ripropone i canti della tradizione popolare. All’interno del Festival si svolge anche la mostra fotografica ‘Il piacere di trovarsi qui’, a cura della fotografa Patrizia Caravaggio. Viene inoltre consegnata una Targa onoraria a personaggi della zona che si sono distinti per la diffusione della musica e dell’arte.

Domanda banale ma necessaria: quali sono i tuoi impegni futuri?

Suono in trio con il gruppo Xibaba, che quest’anno sarà al ‘Montegroppo Music Fest’, e nel progetto afro jazz con la cantante Stefania Rava, oltre ad altre collaborazioni. Inoltre è stato ricostituito il gruppo Vidya. Insieme ai membri fondatori Vincenzo Mingiardi, Ugo Maria Manfredi e Oscar Abelli; un gruppo rinato anche in ricordo del batterista Marco ‘Otello’ Gorreri, prematuramente scomparso anni or sono, e che ricordiamo ogni anno nel mese di Aprile. A lui è dedicato un Memorial insieme ad altri musicisti dell’epoca. Con Vidya riproponiamo i nostri brani jazz rock, composti a 17 nni .

Mi dedico anche con passione all’insegnamento, presso l’Accademia di Parma e il Music Accademy di Reggio Emilia. Vorrei inoltre pubblicare un mio lavoro sulle scale musicali, una sorta di Thesaurus sulle Scale Eptatoniche di mia ideazione. Ci lavoro da vari anni e ormai è pressoché ultimato. Naturalmente auspicando per il futuro nuove fruttifere collaborazioni.

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INTERVISTA – Beniamina Carretta, direttore delle voci bianche della Corale Verdi

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