Stefano Miceli, la musica dal profilo internazionale | INTERVISTA

Stefano Miceli, la musica dal profilo internazionale | INTERVISTA

Ca' Bianca

Concertista e direttore d’orchestra, Stefano Miceli è tra i più prestigiosi artisti internazionali; il suo nome risuona nei più rinomati teatri del mondo

L’ospite di questa settimana de “Il Golfo Mistico” – rubrica musicale targata ilParmense.net – è Stefano Miceli, pianista, concertista e direttore d’orchestra di caratura internazionale. Il suo nome lo si può trovare sui cartelloni più prestigiosi: dalla Carnegie Hall di New York alla Sydney Opera House fino al Vietnam, dove ha diretto la Saigon Opera House di fronte al Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella. Miceli ci racconta come porta la sua arte ai quattro angoli del pianeta.

Chi è stato il suo primo insegnante di musica?

Chi mi ha avvicinato al pianoforte all’età di cinque anni è stata la prof.ssa Delle Donne una anziana signora del 1900, una figura fuori dalla portata quotidiana di un bambino. Era severa e diretta ma molto carismatica. Poi tutto si è sviluppato al conservatorio di Napoli.

Ha lavorato con le più grandi orchestre sia come concertista sia come direttore. Può indicarne una, o più d’una, alla quale è particolarmente legato?

Certamente una è la Filarmonica di Lipsia, di cui sono stato Direttore Principale Ospite dal 2010 per due anni. Un’orchestra con cui ho condiviso tournée americane  e debutti molto interessanti a partire dai concerti al Leipzig Gewandhaus. Anche l’Orchestra Giovanile “El Sistema” del maestro Abreu in Venezuela mi è rimasta nella mente e nel cuore: andai a dirigere una decina di anni fa nel loro paese e ricordo l’accoglienza, la professionalità e la maturità dei giovani membri dell’orchestra, quasi tutti ancora minorenni.

Qui avevo diretto Tchaikowski, Dvorak e Rimski Korsakov. Mi affezionai cosi tanto al loro talento che appena ne ebbi l’occasione scelsi quell’orchestra per dirigere in occasione del Festival di Pasqua per il Vaticano. Ma ogni orchestra credo che ti lasci qualcosa di importante, anche al Sydney Opera House, a Melbourne e Brisbane, tre teatri, tre orchestre diverse, ma lo stesso programma in 20 giorni. Ero lì in tour con il tenore Roberto Alagna.

C’è un’incisione o un interprete del passato che ama particolarmente?

I video di Carlos Kleiber mi sorprendono ogni volta, così come le incisioni pianistiche di Emil Gilels. Mi riportano a quel ruolo di musicista devoto esclusivamente all’arte che oggi, purtroppo, risulta essere sempre più dimenticato. Loro erano veri artisti. Una volta Gyorgy Sandor mi disse: “Quando suonerai Liszt nell’altro secolo (erano gli anni ’90) cerca di vedere tutto in bianco e nero per non distrarti”. A modo suo aveva ragione.

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Il suo mestiere la porta a girare il mondo, c’è un Paese o una città che ricorda per un episodio speciale?

Si, il Vietnam. Sono andato varie volte per concerti, ma quella volta che andai con il Presidente della Repubblica Mattarella per dirigere al Saigon Opera House, ho sentito con emozione quanto con il nostro lavoro possiamo unire due paesi, seppur solo per un momento. Avevo scelto un repertorio misto fra tradizione operistica italiana e vietnamita e scelsi due solisti dai due paesi in modo che potessero attingere vicendevolmente dai rispettivi repertori.

Fu emozionante e molto toccante anche musicalmente, il Presidente era alla sua prima visita presidenziale all’estero e apprezzò molto l’idea. Fu lui a voler celebrare la vicinanza fra i due paesi nel teatro dell’opera. Quando l’ho rincontrato a New York dopo quasi un anno parlavamo ancora di quella bellissima sera in Vietnam.

Lei è anche un docente, cosa significa trasmettere l’arte ai propri allievi?

Arte? Secondo me è la cosa più difficile. Oggi ti arrivano a lezione tanti bravi pianisti da ogni paese, tutti studiosi e molto preparati ma che spesso non pensano da artisti. Dico sempre loro che bisogna essere musicisti al pianoforte e non semplici pianisti; cerco poi di esaltare la personalità che si ritrovano, anche se oggi troppo spesso condizionata dalla voglia di vincere a tutti i costi. Non sempre poi questi allievi vivono a pieno la partitura, pur leggendo tutto alla perfezione; spesso non percepiscono facilmente che la grandezza del compositore non è sempre scritta così esplicitamente.

Si è esibito più volte alla Carnegie Hall, un autentico tempio della musica come pochi altri al mondo. La sensazione che meglio descrive quei momenti?

Ho sia suonato che diretto alla Carnegie. Innanzitutto nella mia carriera ho trovato i due migliori Steinway in Carnegie e alla Berliner Philharmonie e questo mi ha molto avvantaggiato. Quando in Carnegie ho suonato e diretto una mia rivisitazione delle “quattro stagioni di Buenos Aires” di Astor Piazzolla per piano e orchestra, con la Filarmonica di Lipsia, fu come aver raggiunto un traguardo che da ragazzino non avrei creduto possibile. Fu un concerto molto difficile anche perché si passava da Piazzolla a Wagner e poi a Rossini. Ci fu il sold out e una standing ovation. In realtà non mi accorsi subito della standing ovation per la felicità, poi realizzai quanto il pubblico mi volle bene. Era il 5 novembre 2010.

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Ogni musicista ha alle sue spalle un maestro e un autore che lo ha influenzato. Qual è quello che lei sente più congeniale alla sua sensibilità?

Senza dubbio Liszt. È l’autore che per me rappresenta di più la parola sul pianoforte. Da direttore amo molto Tchaikowski e Verdi ma devo molto alle partiture di Liszt e al suo fraseggio così naturale, così come la sua abilità di orchestrare la tastiera.

Un pensiero verso la sua città di adozione, New York.

Una città che impone ad ognuno, americano e non, la cortesia e l’unicità: due banalità che in Italia puoi solo ricercare e non incontrare per caso. Ciò offre spazio alla persona, chiunque essa sia. Voglio bene a New York.

Quali sono i suoi impegni futuri?

Nei prossimi mesi mi dedicherò quasi esclusivamente ad incidere per Universal Music Group.

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