Il parmigiano Danilo Coppe sulla strage di Bologna:

Un giorno di vacanza, caldo e afoso, in una delle città più movimentate d’Italia e in una delle stazioni più trafficate dello Stivale. Alle 10.25 di quella mattina del 2 agosto 1980 tutto si fermò improvvisamente. L’esplosione dell’ordigno piazzato nella sala d’attesa della stazione di Bologna Centrale, pietrificò le lancette dell’orologio, ormai diventate simbolo di una strage che piombò dura nella democrazia italiana. 85 vittime, 200 feriti, un’impronta indelebile nella storia del nostro paese che ancora presenta ampie zone d’ombra. La strage fu il più grave attentato terroristico del dopoguerra, apice della strategia della tensione e culmine di un decennio di insicurezza, paura e vittime innocenti.

L’orologio della stazione rimasto bloccato alle 10.25

Il boato improvviso venne da una valigia riempita di tritolo, che fu posizionata nella sala d’attesa della seconda classe, tra il binario 1 e piazza Medaglie D’oro. Polvere, macerie, urla e pianti: l’ala sinistra della stazione non esisteva più, con l’esplosione caddero a pezzi gli uffici del primo piano e il ristorante, ma la deflagrazione arrivò fino ai taxi parcheggiati fuori, in attesa dei clienti, dove appunto persero la vita due tassisti. Fu investito anche il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, arrivato in ritardo di un’ora. In totale lo scoppio causò 85 morti e ferì 200 persone, ma lasciò un ricordo indelebile a chiunque rimase coinvolto, in quella mattina afosa di inizio agosto, in quello che in poco tempo diventò il più grave attentato terroristico del nostro Paese.

Immediatamente si misero all’opera pompieri, medici, operatori, l’Esercito e tantissimi volontari, che in qualche modo stavano cercando di salvare più vite possibili nella scena “da film” che si trovarono davanti. Sul posto giunsero subito i cronisti, per raccontare cosa stava succedendo: non c’era internet, non c’erano i cellulari e le linee telefoniche non funzionavano più. Era una scena di guerra, al momento senza spiegazione, senza motivo e senza perché. La vettura 4030, un autobus della linea 37, fu convertito ad ambulanza o carro funebre, e dalla mattina fino a notte fonda trasportò vittime e feriti alla sede di Medicina legale, allora in Via Irnerio, poco distante dalla stazione. La città, rilassata nel clima estivo, si rimise in moto tra lacrime e sgomento.

L’autobus della linea 37 utilizzato come pronto soccorso mobile

Il contesto e le indagini

Mentre una catena umana continuava a spostare corpi e feriti, Sandro Pertini, presidente della Repubblica già da due anni, arrivò sul posto e già la sera stessa Piazza Maggiore si riempì di persone per una manifestazione per chiedere giustizia e verità. La prima ipotesi che riconduceva la causa dell’esplosione allo scoppio di una caldaia infatti, cadde quasi subito, per lasciare spazio a quello che più si temeva: un attentato terroristico. La memoria aiutò a ricomporre i tasselli, dato che sei anni prima, il 4 agosto 1974, una bomba scoppiò sull’Italicus a San Benedetto Val di Sambro, causando 12 morti e 44 feriti. I due attentati furono parte della lunga catena di stragi negli anni di piombo, il decennio dalla fine degli anni Sessanta all’inizio degli Ottanta caratterizzato da una lotta politica estremizzata, violenza di piazza e terrorismo.

Ma chi sono i colpevoli della Strage di Bologna del 2 agosto 1980? All’attentato susseguirono numerose e farraginose indagini, che portarono innanzitutto a individuare i quattro esecutori materiali. Si tratta dei terroristi di estrema destra Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, membri dei NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari, organizzazione terroristica di stampo neofascista e teorica dello spontaneismo armato. Nel corso degli anni tuttavia, è proseguita l’indagine per portare all’individuazione dei mandanti della strage e per dare soprattutto una risposta ai familiari delle vittime, che continuano a chiedere giustizia per quello che successe a Bologna nell’agosto del 1980.

Massoneria, corruzione, trattativa stato-mafia: la Strage di Bologna si insinua all’interno di un complesso meccanismo gerarchico che dal 1987 si cercò di scovare in quattro processi, di cui uno per depistaggio. L’ultimo si è chiuso nel febbraio 2020, qualche mese fa, quando la procura di Bologna ha messo un punto alle indagini, arrivate ai nomi dei mandanti, con a capo Licio Gelli, il “Maestro Venerabile” della P2, la loggia massonica che indirizzò ai Nar l’esecuzione dell’attentato, causando la circolazione di ingenti somme di denaro anche tra l’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno. Gli altri nomi a fianco di Gelli sono quelli di  Umberto Ortolani, il prefetto Federico Umberto D’AmatoMario Tedeschi. Persone che però sono già decedute.

Il pensiero quindi, va a quelle vittime rimaste sostanzialmente senza giustizia, anche dopo quaranta anni da una delle pagine più nere della storia italiana. La vittima più giovane aveva appena 3 anni, Angela Fresu, e la più anziana fu Antonio Montanari, di 86 anni. La vita di chi si trovava lì in quel giorno di esodo di vacanze estive è stata spazzata via alle 10.25 in punto, un orario immobile nella mente collettiva, simbolo di una mattina d’estate che ha ancora troppe zone buie. 2 agosto 1980: una pagina di un capitolo ombroso della democrazia e della politica del Paese, su cui Bologna non si stancherà mai di chiedere piena verità.

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