La femmina di orso polare solitamente mette al mondo due gemelli, con cui rimane fino a che non sono grado di cacciare da soli

In occasione della Giornata mondiale dell’orso polare, un breve racconto del grande mammifero artico e delle sue principali caratteristiche: un viaggio nel mondo di questo grande carnivoro nuotatore che oggi, sotto la crescente spinta del cambiamento climatico, vede sempre più messo a rischio il suo habitat e le sue possibilità di sopravvivenza.

L’orso polare o orso bianco è il più grande carnivoro di terraferma esistente sul nostro pianeta insieme all’orso kodiak. Questo splendido mammifero – che abita attorno al polo nord, nel mare glaciale artico – fu descritto per la prima volta dall’esploratore Constantine John Phipps nel 1774 con il nome scientifico diUrsus maritimus, dal latino orso marittimo. Gli orsi polari trascorrono la maggior parte della loro vita sul ghiaccio marino dell’Oceano Artico: il loro corpo presenta uno spesso strato di grasso, non che un rivestimento idrorepellente che gli consente di isolare il corpo da acqua e aria gelida.

L’orso polare può raggiungere le sei miglia orari a nuoto, servendosi delle sole zampe anteriori per muoversi e utilizzando quelle posteriori come un vero e proprio timone. Quest’orso trascorre quasi metà della sua giornata a caccia di cibo, per una dieta che consiste in gran parte di foche e animali con una notevole quantità di grasso, indispensabile per assicurargli il giusto nutrimento. Questo anche alla luce del fatto che l’orso polare riesce a catturare solo il 10-20% delle prede che attacca.

Le stime degli scienziati, oggi, parlano di una popolazione compresa tra i 22mila e 31mila esemplari di orso bianco, anche se di anno in anno la specie risulta sempre maggiormente minacciata dall’ormai conosciuto cambiamento climatico, il quale ha portato l’habitat del mammifero a restringersi in maniera sempre più consistente.

Si pensi, infatti, come negli ultimi anni l’estensione dei ghiacci monitorata per via satellitare si sia mostrata 1,36 milioni di chilometri quadrati sotto la media delle rilevazioni 1981-2010. Il rischio, come mostrato chiaramente dagli studi effettuati, è quello che nei prossimi 35 anni si verifichi la perdita del 30% della popolazione di orso polare finora stimata tra i ghiacci artici.

Per proteggersi dalle fredde temperature artiche le femmine scavano la tana tra i cumuli di neve, mettendo al mondo i propri piccoli durante il periodo invernale. I cuccioli di orso, spesso due gemelli, vivono con la madre per circa 28 mesi, periodo durante il quale possono apprendere le tecniche necessarie per sopravvivere al clima artico. Un compito importantissimo affidato alle neo mamme è quello di difendere i loro piccoli anche dai compagni maschi: questi, infatti, di indole solitaria, possono addirittura arrivare ad aggredire e uccidere i piccoli della loro stessa specie.

Cosa fare per salvare l’orso bianco?

Per salvare questa specie è indispensabile promuovere azioni sul campo, prima tra tutte quelle che impattano maggiormente sul clima e sul surriscaldamento del globo. Il ritiro dei ghiacci, infatti, costringe i mammiferi a percorrere maggiori tratti sulla terraferma, con conseguenti difficolta nel procurarsi il cibo necessario alla propria sussistenza.

WWF: “L’Artico sta scomparendo e con lui anche l’Orso polare. Le banchise artiche si stanno sciogliendo ad una velocità sempre maggiore e gli orsi polari devono percorrere distanze sempre più grandi per procurarsi cibo. Se i ghiacciai continuano a diminuire a questi ritmi, entro il 2050, avremmo perso per sempre il 30% degli Orsi Polari attualmente esistenti“.

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