Agricoltura e montagna: la grande forza di chi ha saputo crederci ancora

Il dopoguerra ha portato nel nostro Paese grandi cambiamenti nello stile di vita e un progressivo inurbamento della popolazione […]

Agricoltura e montagna: la grande forza di chi ha saputo crederci ancoraIl dopoguerra ha portato nel nostro Paese grandi cambiamenti nello stile di vita e un progressivo inurbamento della popolazione. L’attenzione è stata sempre più rivolta verso lo sviluppo dell’industria, che ha così dato un colpo mortale al sistema agricolo di montagna. Le piccole aziende a conduzione familiare, con poche vacche gestite dai vecchi genitori e con i figli ormai proiettati verso la città e, in molti casi, disponibili solo per le pratiche più semplici, come la fienagione, nel week end o nelle ferie, sono letteralmente scomparse insieme al bestiame di allora, a triplice attitudine.

La forza di resistere ai tempi è stata trovata solo da quelle aziende che hanno avuto il coraggio di credersi più forti, o almeno più unite, di questo mondo sempre in cambiamento. Queste famiglie hanno aumentato i capi bestiame a parmigiano reggiano, hanno preso in affitto, anche bonario, ettari su ettari di terreni e hanno aumentato la meccanizzazione aziendale.


Tuttavia è notorio che la montagna costa: un prato buono produce in due tagli circa 40 quintali di fieno, quello di pianura anche 120 con 4 tagli. Tuttavia il riconoscimento della superiore qualità del Parmigiano di montagna e della carne delle manze allevate al pascolo e poi finissate in stalla, fa pensare a nuovi indirizzi produttivi sui quali andrebbe o potrebbe essere informato il giovane di oggi.

Per guardare al futuro occorre oggi avere un occhio verso il passato e uno proiettato sull’innovazione; occorre non voler rinunciare alla qualità e soprattutto al legame con quanto prodotto con orgoglio.  Per questa ragione condividiamo il decalogo che ci ha inviato Sandro un nostro lettore, ma ancor prima un nostro amico che ringraziamo. Ecco le dieci regole che dovrebbero essere rispettate dalle nuove aziende di montagna che vogliono fare strada:

  • Latte, ma per formaggi fatti in casa con ricotta, riscoprendo l’ottocentesco Raviggiolo;
  • Coltivazione di prodotti montani locali o a km zero (vedi la patata di Bosco di Corniglio o la cipolla dolce di Treschietto o quant’altro);
  • Attivazione di agriturismi aziendali con possibilità di guidare escursioni, fare corsi di cucina e altro;
  • Riscoperta delle antiche ricette e somministrazione di cibi locali (torte d’erbe, tortelli, dolci, ecc);
  • Mettere e utilizzare in azienda animali della montagna parmense (suino nero, cavallo Bardigiano, mucca pontremolese, pecora appenninica) che sono in un momento di recupero. Un agriturismo con bestie uguali a quelle, che so, di Roma o Bologna o Trento, non da richiamo;
  • Attivare corsi di artigianato montano (legno, pittura…);
  • Fare conoscere poi dal vivo e con filmati il territorio, le sue eccellenze, i suoi vantaggi;
  • Non dimenticare di segnalare i territori vicini e le loro eccellenze; nessuno si ferma per una settimana nello stesso posto tutto il giorno, senza fare qualche giro nei dintorni; quindi meglio mandarli dove si è appurato che contraccambieranno;
  • Quindi meglio rapportarsi con strutture analoghe delle montagne vicine;
  • Sempre essere disposti a fare sacrifici, ma col sorriso!