Albareto, una realtà medievale sconosciuta? – FOCUS
di Sandro Santini Una ricostruzione storica – Quasi certamente da Albareto passò Annibale dopo il…
di Sandro Santini
Una ricostruzione storica – Quasi certamente da Albareto passò Annibale dopo il 218 a.C.
Albareto – Se vogliamo escludere i riferimenti legati alla preistoria, le prime tracce storiche della zona possono essere ritrovate nella toponomastica: i primi abitatori furono infatti i liguri, il cui habitat – dopo che erano stati dopo il VI secolo d.C. scacciati dalla valle del Rodano e dalla pianura padana dai celti di Belloveso – si espandeva all’Appennino tosco-ligure-emiliano. Si parla dei liguri veleiati, ma potrebbe trattarsi anche degli apuani o dei friniati, stante la relativa altezza dei crinali 21appenninici di queste zone.
Se nelle zone di media e bassa collina si parla spesso di Gallo-Liguri, in seguito all’integrazione raggiunta fra i due popoli, nelle nostre zone ad eccezione di Casa Selvatica di Berceto non vi sono tracce di insediamenti gallici. Il toponimo che più ci rimanda ai liguri è Cacciarasca, dove il suffisso asca o asco, come anche ena o enna, è di chiara derivazione ligure: Borzonasca, Porciorasco, Barbarasco. Troviamo in zona anche Caffarasca, Carmignasco e Cicolasca. Probabilmente nelle vie che univano queste terre con la Lunigiana ed in particolare con il porto di Ameglia ovvero Due Santi e Borgallo, transitavano anche mercanti etruschi, stante il ritrovamento di un incisione etrusca su di un masso a Monte Ribone.
Quasi certamente da Albareto passò Annibale: dopo la battaglia del Trebbia del 218 infatti, avrebbe svernato a Casteggio nel piacentino, e di lì avrebbe raggiunto la Toscana lungo la via Placentiam-Lucam attraverso i passi del Faggio Crociato e del Borgallo. A Buzzò si ritrova il toponimo “il prato di Anniballo“, che si lega alla “strada di Annibale” lungo la pontremolese. Dopo le sconfitte e le deportazioni dei Liguri, nel II° sec. a.C. (180- 157) l’Appennino viene occupato dai Romani: si ritrovano diverse tracce della loro presenza, alcune monete a Berceto e San Vincenzo e anche alcuni reperti sul passo del Brattello, a Cà del Guelfo.
Albareto non viene citato nella Tavola Alimentaria Veleiate (TAV) scolpita nel 102- 104 d.C. a Veleia, sotto Traiano, e che ha permesso di ricostruire la allocazione dei “pagi” nella montagna parmense e piacentina. Probabilmente era situato nel Pagus Statellius, dove si parla del “saltus prediaque Bitunias (Bedonia)” di proprietà per un terzo dei coloni della repubblica di Lucca. È ipotizzabile che i lucchesi, lungo la direttrice della citata Placentiam- Lucam, avessero acquistato anche terre e poderi fra queste due località, fra cui tutta o parte della zona dell’attuale Albareto.

Alla caduta dell’impero romano il territorio dipende dal gastaldato di Sorano (Filattiera), ove è la pieve di Santo Stefano del VI secolo. Dopo la guerra fra Bizantini e Goti del 552 d.C., probabilmente i Goti rimangono come mercenari in queste zone di confine: ne fanno fede i diversi toponimi tra cui Gotra, Gottero (monte dei Goti), Godano e Gotelli derivanti dalla radice got.
Con l’arrivo dei Longobardi, i Bizantini si trincerano a difesa nell’alta Valtaro ed in Lunigiana, parte della Maritima Italorum. Il confine storico viene identificato alla destra della Gotra e del Taro alle dipendenze politiche del Gastaldo del Kastron Soreon (Filattiera). Alcune zone come Albareto, Valdena, Gotra e Baselica rimangono sotto la giurisdizione religiosa della Pieve di San Pancrazio di Vignola e in seguito, quindi, sotto la diocesi di Luni. Nel 641/3 d.C. i Longobardi conquistano forse l’Alta Valtaro: tracce della loro permanenza rimangono in alcuni toponimi come Porcigatone (porcile Garatonis), Braia e Breia ( podere, campo coltivato, pianura).
Il Groppo di Albareto faceva capo ad una “curtis” ovvero ad un insieme di poderi tenuti da servi e da più affittuari (livellarii). Tale “curtis” era quella della Turris borgotarese; altre erano a Tornolo, Calice di Bedonia ed a Varsi.
Nell’884 d.C. Adalberto I, conte e marchese di Tuscia e figlio di Bonifacio II, fonda l’Abbazia di San Caprasio di Aulla. Dota questo cenobio di importanti possessi fra cui terre e una chiesa in Albaritulo. In una versione vengono citati “le case e i beni donnicati e massarizi ivi pertinenti a quella casa e corte e alla chiesa, con la terza parte dei servi e delle serve di mia spettanza nella stessa corte di Albaritulo“. Si è molto discusso sull’allocazione di Albaritulo e molti inizialmente pensavano alla Chiesa di Santa Maria di Albaretulo (la Chiesaccia), con annesso Hospitale nelle vicinanze di Villafranca Lunigiana, lungo la via Francigena. Si deve allo studioso aullese Giulivo Ricci l’identificazione con l’Albareto parmense.
Nel IX sec ad Albareto, troviamo possedimenti di due fra le più importanti abbazie del nord Italia: San Colombano di Bobbio e San Caprasio di Aulla, nonché di quella di Brugnato.
Albareto nel X sec, con la dominazione franco-longobarda, entra a far parte della Marca Obertenga, che insieme alla Aleramica ed alla Arduinica viene costituita a difesa dalle invasioni saracene. La Marca si estende da Genova a Pisa, comprendendo anche l’attuale Lombardia.
Nel XII sec i Malaspina, discendenti degli Obertenghi e alleati di Federico I, sono i potenti feudatari di gran parte della Valtaro. L’11 marzo 1183 Moroello Malaspina cede in affitto a Tedaldo dei “comites Lavaniae” le corti di Albareto e Tarsogno, sino alla concorrenza delle 21 lire piacentine di cui era loro debitore. L’11 settembre 1201 Opizzone e Armanno, suoi figli, vendono le due corti al Comune di Piacenza, corti che avevano nel frattempo pignorato ai Malaspina. Evidentemente i Malaspina, ormai prossimi a lasciare la Valtaro per la Lunigiana, non erano riusciti a pagare il debito.
Il 15 marzo 1219 l’Abbazia di San Caprasio, che aveva necessità di trovare fondi per acquistare da Andrea, marchese di Massa il pedaggio che si riscuoteva in Aulla, vende i propri beni in Albareto al Comune di Piacenza, secondo quanto ampiamente descritto nel “ Registrum Magnum” del Comune piacentino. Il Comune di Piacenza, che aveva peraltro già sottomesso gran parte della Valtaro diviene così proprietario anche delle terre site in Albareto. Ma nel 1257 i possedimenti di Compiano vengono ceduti ad Ubertino Landi, giustificando il fatto con l’assoluta mancanza di reddito. Seguono poi i Visconti, i Borromei, ancora i Landi ed infine i Fieschi e Niccolò Piccinino.
Ma ormai il Medioevo è al termine e la Storia continua.
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