Le responsabilità dell’Amministratore di Sostegno: incontriamo l’Avv. Elena Alfieri per conoscere tutte le caratteristiche di questa figura

Avv. Elena Alfieri – avvalfieri.elena@libero.it – DUE CHIACCHIERE CON L’AVVOCATO

DUE CHIACCHIERE CON L’AVVOCATO | Una delle questioni di maggior interesse in materia di Amministrazione di Sostegno è, senza alcun dubbio, quella relativa alle responsabilità che derivano a seguito dell’assunzione dell’incarico (che avviene dopo aver prestato il giuramento di rito davanti al Giudice Tutelare). Cerchiamo di analizzare e di capire meglio la questione partendo dal rendiconto.

Il rendiconto

Il rendiconto è il documento con il quale l’amministratore di sostegno informa periodicamente il Giudice Tutelare dell’attività svolta. Dal punto di vista della gestione patrimoniale, tale documento indica tutte le entrate e le uscite del beneficiario nel periodo preso a riferimento, generalmente annuale. Il rendiconto è, dunque, lo strumento che consente al Giudice di supervisionare l’attività dell’amministratore e non è finalizzato a sanzionare eventuali anomalie.

Cosa dice la legge?

La legge non risponde espressamente all’interrogativo: nel codice è solo previsto che, nel caso di contrasto, di atti dannosi o di negligenza da parte dell’amministratore di sostegno, determinati soggetti (art. 410, II comma, c.c.) possano rivolgersi al giudice tutelare, il quale «adotta» gli opportuni provvedimenti. Il giudice tutelare potrà disporre i provvedimenti richiesti per la cura della persona e per la gestione del patrimonio, come la sostituzione dell’amministratore, non potrà però decidere né sulla ammissibilità, né sulla quantificazione dei danni conseguenti agli atti compiuti dall’amministratore o causati dalla sua negligenza. La domanda di risarcimento dei danni deve essere proposta al Tribunale ordinario.

In questo caso l’amministratore di sostegno deve rispondere dei danni causati al beneficiario o ai terzi, in base alle regole dettate in materia di tutela (artt. 382, 411 c.c.). È importante sottolineare, comunque, che la responsabilità dell’amministratore di sostegno, responsabilità che è ritenuta in senso lato di natura contrattuale, è una responsabilità specifica e limitata agli atti e ai compiti affidatigli dal giudice tutelare nel decreto di nomina.

Per quanto specifica, ritengo tuttavia che a carico dell’amministratore di sostegno si possa configurare un’eventuale responsabilità ex 2047 c.c. (per il danno cagionato dall’incapace), in funzione degli obblighi di protezione e di sorveglianza ad esso affidati, per cui potrebbe essere chiamato a rispondere anche di eventuali danni che il beneficiario del tutto privo di autonomia arrechi, a sé o a terzi, compiendo atti in violazione della legge o delle disposizioni contenute nel decreto di nomina, a causa della negligenza dell’amministratore di sostegno nel provvedere all’adempimento dei compiti lui affidati.

In quali reati potrebbe incorrere l’amministratore di sostegno?

Come già sappiamo, con il decreto di nomina il Giudice Tutelare indica all’amministratore di sostegno in maniera precisa il contenuto dell’attività che egli dovrà svolgere, e a tal fine gli conferisce particolari poteri e facoltà. Dal decreto di nomina derivano, dunque, precisi obblighi ma anche responsabilità, alcune riguardanti la situazione specifica, altre invece dipendenti dall’incarico stesso di amministratore di sostegno. Seppur non espressamente previsto dalla legge, a tutti gli effetti, l’amministratore di sostegno è un pubblico ufficiale. Da questo punto di vista, le sentenze in materia (tra le ultime, Cass. Pen., Sez. VI, 12 novembre 2014, n. 50754) hanno, infatti, avvicinato la figura del tutore a quella dell’amministratore di sostegno.

In sostanza, dal punto di vista formale e sostanziale, la disciplina che si ricava dal codice civile pone l’amministratore di sostegno sullo stesso piano del tutore con gli obblighi e le ricadute penali che la sua qualità di pubblico ufficiale comporta. Più semplicemente, tutto questo significa che l’attività dell’amministratore deve essere svolta con particolare cura, sapendo che egli potrebbe incorrere in reati c.d. propri, ossia che possono commessi solo da chi ricopre un incarico di pubblico ufficiale. Ci riferiamo al peculato, all’abuso d’ufficio e al reato di falso

Il peculato

La possibilità che l’amministratore di sostegno si appropri indebitamente di somme di denaro appartenenti al beneficiario (tecnicamente si parla di peculato) è, senza alcun dubbio, una delle preoccupazioni principali che derivano dalla nomina di un amministratore di sostegno. Proprio per questo motivo l’amministratore è tenuto a predisporre periodicamente il rendiconto, nel quale deve indicare e documentare le entrate e le uscite del beneficiario. In questo modo il Giudice Tutelare ha la possibilità di verificare l’attività dell’amministratore e se, del caso, chiedere chiarimenti o fornire indicazioni a riguardo.

L’abuso d’ufficio

Uno degli aspetti principali dell’amministrazione di sostegno è quello indicato nell’art. 410 c.c., che stabilisce che l’amministratore deve tenere conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario e tempestivamente informare il beneficiario circa gli atti da compiere nonché il giudice tutelare in caso di dissenso con il beneficiario stesso. Nel caso in cui, invece, l’amministratore agisca ignorando tale obbligo potrebbe incorrere nell’abuso d’ufficio, se con tale comportamento intenzionalmente procuri a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrechi ad altri un danno ingiusto. Nello svolgimento del proprio incarico egli, dunque, deve sempre rapportarsi con il beneficiario o, nei casi in cui ciò non sia possibile (ad esempio, per le condizioni di salute del beneficiario stesso), con il giudice tutelare, al fine di individuare la soluzione che si ritiene migliore nell’interesse della persona amministrata.

Il reato di falso

L’art. 479 c.p. punisce il pubblico ufficiale che nell’esercizio del suo incarico rende una falsa attestazione.
Nel caso dell’amministrazione di sostegno tale circostanza potrebbe verificarsi, ad esempio, qualora l’amministratore dichiarasse falsamente che il beneficiario si trova in condizioni di indigenza, per poter così beneficiare di determinati contributi economici. 
Ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo è sufficiente il dolo generico, e cioè la volontarietà e la consapevolezza della falsa attestazione. Tale delitto si verifica, dunque, non solo quando la falsità sia compiuta senza l’intenzione di nuocere ma anche quando la sua commissione sia accompagnata dalla convinzione di non produrre alcun danno.

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