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Quella che si prospetta per l’industria e le aziende parmigiane – e non solo – è la situazione più difficile che si sia vista ed affrontata dal Dopoguerra. In questa nostra intervista ad Annalisa Sassi, presidente dell’Unione Parmense degli Industriali, abbiamo cercato di mettere in luce quali sono le difficoltà a cui sono andate incontro le aziende del territorio nella fase emergenziale legata alla diffusione del Coronavirus. Con uno sguardo al futuro, e alle riaperture previste per il 4 maggio con l’avvio della tanto attesa “Fase 2” abbiamo cercato di evidenziare quali saranno le misure da intraprendere per una ripresa economica e lavorativa che sia efficace e – il più possibile – rapida. In un’analisi capillare su quella che sarà la “Fase 2” parmigiana abbiamo affrontato anche le difficoltà degli altri settori economici: dal turismo al commercio, passando per l’agricoltura.

Presidente Sassi, qual è l’attuale situazione che si trovano ad affrontare le imprese del nostro territorio?

Stiamo vivendo la situazione più difficile dal Dopoguerra ad oggi, una tempesta che ha investito il nostro Paese più di altri e che oltre alla crisi sanitaria porta con sé una ineluttabile crisi economica e mette a rischio la nostra tenuta sociale. In questo quadro le imprese sentono la responsabilità di rappresentare il motore dell’Italia e di sorreggere economicamente il Paese. Nell’emergenza a Parma oltre la metà ha chiuso o ha proceduto a marcia ridottissima, ma ora con lo stesso senso di responsabilità le stesse sono pronte a ripartire conciliando salute, sicurezza e lavoro, attuando le misure che la situazione richiede per tutelare i propri dipendenti. Ripartire è fondamentale per tenere in piedi gli equilibri della comunità. Attendere oltre metterebbe a rischio la capacità dell’intero Paese, non solo di affrontare le esigenze e le difficoltà del presente ma anche di competere nel mondo in futuro.

Quali difficoltà sono state riscontrate durante l’emergenza?

Per le aziende che appartengono alle filiere essenziali ed hanno continuato in piena operatività, la criticità principale è stata quella di riuscire a garantire i volumi di attività che il mercato richiedeva. Pensiamo all’alimentare, molto presente nel nostro territorio, ma anche ai trasporti e alla logistica, al settore della sanità privata e dei servizi che a fronte dell’emergenza hanno visto un’impennata di domanda locale, e a tutti quelli a loro collegati in filiera che ne hanno dovuto garantire l’operatività. Queste imprese hanno spinto la propria organizzazione oltre la normalità, spesso arrangiandosi da sole per superare la scarsità dei DPI ma con l’obiettivo di continuare a garantire alle persone un lavoro in sicurezza secondo protocolli totalmente nuovi e superando la paura. Credo che questo abbia rafforzato ulteriormente la grande solidarietà presente nelle aziende dove imprenditori e dipendenti hanno lavorato fianco a fianco, guidati dagli stessi principi. Non possiamo nascondere che ci siano stati momenti difficili cui segue oggi la grande preoccupazione degli imprenditori per ciò che si troveranno di fronte quando si ripartirà, sia sul mercato locale che su quello internazionale in cui gli spazi di mercato lasciati liberi dal lockdown potrebbero essere stati occupati da altri competitor.

Quale sarà il piano di riapertura?

Siamo tutti in attesa di vedere gli effetti delle decisioni del Governo ma molte imprese del territorio hanno già iniziato a convivere con l’epidemia, applicando modalità organizzative che finora sembravano impossibili da accettare, come lo smart working, e dimostrandone i grandi vantaggi anche per il futuro. Di certo ora tutti sono pronti a ripartire, conciliando produttività e sicurezza al più alto livello attraverso l’applicazione di tutti gli strumenti a disposizione e aprendosi ad ulteriori protocolli che saranno identificati o che potranno derivare dall’esempio di altri Paesi. Il Governo è intervenuto sul piano della liquidità, fornendo garanzie per facilitare l’attivazione di prestiti da parte delle imprese, ma da una crisi di questa portata non si esce solo facendo crescere l’indebitamento delle aziende. Vanno messe in campo risorse a fondo perduto a sostegno della competitività, serve un piano di investimenti nelle infrastrutture, va eliminato il peso della burocrazia il cui costo è insostenibile e che può essere ridotta con l’aiuto della tecnologia. Il timore è per ciò che sarà non solo nelle prossime settimane ma per le ferite prodotte sul medio-lungo termine nel nostro tessuto economico e sociale. Servirà l’impegno consapevole di ogni pezzo della nostra comunità per contenerne i danni e le conseguenze.

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