Anni di lotte ma nel 2016 siamo ancora delle dilettanti | EDITORIALE

Le atlete italiane stanno ottenendo ottimi risultati a Rio, eppure per la legge italiana non sono professioniste

Nel momento in cui scrivo sono già quattro le medaglie conquistate alle Olimpiadi di Rio per le atlete azzurre: tre argenti e un bronzo. Sto parlando di Elisa Di Francisca nella scherma, la coppia Tania Cagnotto e Francesca Dallapè nei tuffi, Odette Giuffrida nel judo ed Elisa Longo Borghini nel ciclismo su strada. Eppure, per la legge italiana nessuna di queste ragazze è considerata una professionista. A dirlo è la legge 91 del 1981, che sostiene sia compito delle federazioni decidere chi è professionista e chi no: solo la boxe è considerata una disciplina professionistica a tutti gli effetti.

Questo significa che atlete del calibro di Federica PellegriniFiona MayValentina VezzaliFlavia PennettaFrancesca Piccinini, Josefa Idem, Carolina Kostner e molte altre non sono considerate professioniste ma delle dilettanti. Permettetemi di dire che la situazione sfiora il ridicolo, per non sconfinare nel vergognoso. Passino i cachet più bassi rispetto agli uomini, che arrivano a guadagnare cifre del 30% superiori a quelle ricevute dalle atlete di sesso femminile, ma non essere considerate come atlete professioniste significa anche non potere accedere alle garanzie previdenziali, sanitarie e contrattuali, come il TFR a fine contratto o l’accesso ai fondi pensionistici.


Abbiamo donne che stanno portando alto l’onore della Nazione alle Olimpiadi di Rio, che lo hanno fatto fatto in passato nelle competizioni più importanti e non riusciamo a considerarle altro che delle dilettanti? Ma allora perché ci vantiamo di essere il Paese delle Pari Opportunità? Anni di lotte per la conquista del diritto al voto, dell’indipendenza della donna, delle quote rosa e poi non riusciamo a cambiare una legge in cui basterebbe aggiungere, di fianco alla parola atleti, quella di atlete.

Ah, questa è la coerenza tutta italiana!