di Andrea Adorni e Greta Magazzini

Si è portato via una generazione. Il SARS-CoV-2, meglio noto come nuovo Coronavirus, ha tolto la vita alla popolazione anziana di tutto il mondo. Lo ha spiegato in modo netto anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità: “Quasi la metà delle persone che sono morte di Covid-19 era residente in case di cura“. Una tragedia immane che non ha risparmiato il nostro Paese. L’elevata diffusione del Coronavirus in strutture per anziani non è solo un’evidenza europea. In Italia, come riferisce l’ultimo report stilato dall’Istituto Superiore di Sanità datato 14 aprile, la percentuale di decessi per Covid-19 o sintomi simil-influenzali nelle Residenze sanitarie assistenziali (RSA), pubbliche o convenzionate, è del 40%. La Regione con la percentuale più elevata di decessi per Covid in queste strutture è l’Emilia Romagna, con il 57,7%. In Lombardia, dove ha fatto scandalo il caso del Pio Albergo Trivulzio, la percentuale e del 53,4%.

In particolare, su 520 pazienti deceduti nelle RSA emiliano romagnole, solamente per 58 di loro è stata effettuata una verifica di positività tramite tampone, mentre 242 (circa il 50%) avrebbero contratto sintomi riconducibili all’influenza. Per queste persone è possibile solo ipotizzare che il nuovo coronavirus sia la causa della morte, ma non si può affermarlo con certezza. Anche fra gli ospiti ospedalizzati (complessivamente 512), secondo il report ISS, 79 erano ufficialmente Covid-19 positivi e 204 presentavano sintomi simil-influenzali senza che venisse accertata la malattia tramite tampone.

Al di là dei numeri, ciò che emerge in modo significativo è che almeno fino ad un certo punto dell’evoluzione della malattia non veniva effettuato un numero sufficiente di tamponi. Come ha confermato anche il commissario all’emergenza sanitaria della Regione Emilia Romagna, Sergio Venturi: “Nelle prime settimane del contagio facevamo 2.500 tamponi alla settimana e non perché non avessimo il personale che potesse effettuare i tamponi. Non li facevamo perché non c’erano“. Questo rafforza i dubbi che tanti parenti delle vittime, sindacati, cittadini e anche qualche politico hanno evidenziato: “Sono state prese tutte le precauzioni necessarie per affrontare l’emergenza? È davvero stato fatto tutto il possibile in queste strutture?”.

I numeri di Parma e la denuncia dei sindacati

Parma è da considerarsi a tutti gli effeti una delle province italiane in cui il dato relativo ai decessi nelle CRA e nelle RSA durante l’emergenza Covid-19 è tra i più elevati. Nel rapporto dell’Istituto Superiore della Sanità è addirittura tra le prime 15 della penisola. Su 22 RSA intervistate si evidenziano 90 decessi, di cui 11 accertati Covid e 59 per sintomi simil-influenzali. I dati raccolti dalla nostra redazione confermano in parte questi dati, ma la sensazione è che possa essere anche più drammatica. Il problema sembra essere comune a più strutture tra città e provincia, e trovare un denominatore comune ha richiesto una ricerca dettagliata, tuttavia senza riuscire a definire in modo netto dove stiano le responsabilità.

Come denunciato dai sindacati, infatti, la mancanza di tamponi non ha potuto fornire una chiara mappa dei positivi nelle strutture, dove gli operatori hanno per altro continuato a lavorare essendo esposti al rischio contagio.

Stefano Zai, responsabile legale USB, Unione Sindacale di Base, a metà marzo ha denunciato la situazione alla Procura di Parma, sottolineando che molti OSS avevano anche lamentato la mancanza di mascherine e DPI. Anche FP CGIL, per voce di Silvia Sartori, punta il dito contro la generale inefficienza: “I gestori delle strutture dovevano avere i DPI in casa, ma così non è stato; sono mancati i tamponi da parte dell’ufficio di igiene pubblica dell’Ausl; il test andava effettuato su tutti gli operatori, dato che avrebbero potuto esserci anche asintomatici“.

“Era necessario farsi trovare preparati fin da subito”

USB sottolinea inoltre la mancanza di DPI tra fine marzo ed inizio aprile, periodo cruciale dell’emergenza sanitaria: “Probabilmente venivano fornite mascherine, ma dovevano essere utilizzate per un’intera settimana ed essere rilavate“. Questo punto è stato riportato anche da FP CGIL, che sottolinea come le strutture si siano mosse troppo tardi rispetto alle numerose segnalazioni degli operatori: “Ci voleva più attenzione da subito, ok essere in una fase di emergenza, ma era necessario farsi trovare più preparati“.

La situazione nelle strutture della Provincia

Le indagini che abbiamo raccolto hanno ricostruito parzialmente il quadro della situazione, che, nonostante qualche caso “virtuoso”, si è però confermata una delle più gravi del Nord Italia. La situazione nel dettaglio verrà affrontata domani in un articolo specifico, ma intanto possiamo anticipare qualche dato.

Secondo Usb, al 17 aprile, sarebbe deceduto il 46% dei residenti nella casa protetta “Don Prandocchi” di Sissa Trecasali, percentuale che corrisponderebbe a 23 persone defunte; la struttura è gestita da Asp Fidenza, che afferma – in un comunicato – che sono venute a mancare una ventina di persone, ma su un totale di 234 ospiti dislocati in tutti i complessi gestiti (il che corrisponderebbe a circa il 10% del totale). Sempre secondo USB sono 19 i decessi segnalati, invece, a Fontanellato, che rappresentano – stando ai loro dati – il 22-23% del totale.

Nella Casa residenza “Val Parma” di Langhirano si parla di 29 decessi, come confermato dalla direzione della struttura e denunciato anche da Cgil. Sarebbero 13 invece i decessi nella CRA “Villa Margherita” di Calestano, gestita dalla Cooperativa Quadrifoglio, che però non ha voluto rilasciare nessuna dichiarazione. A Monticelli la Cooperativa Coopselios e il Sindaco confermano quanto detto dai sindacati, qui le vittime di Covid-19 sarebbero una ventina. Infine, a “Ville Matilde” di Bazzano, USB ci ha segnalato una trentina di decessi, mentre il Sindaco di Neviano degli Arduini ha smentito tale dato, parlando solo di “numeri molto inferiori”.

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