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La Riserva di Biosfera Mab Unesco dell’Appennino Tosco-Emiliano spegne cinque candeline e si prepara a crescere, arrivando a coinvolgere un territorio due volte più grande, con altri importanti comuni, sia in Toscana, sia in Emilia. “Cinque anni nella rete mondiale dei territori ‘Man and Biosphere’ dell’Unesco possono essere pochi per arrivare a esprimere tutte le potenzialità, però sono abbastanza per poter dire che è servito e proprio l’emergenza legata alla pandemia, drammaticamente, lo dimostra in termini di opportunità e attualità“. Parole di Fausto Giovanelli, coordinatore della Riserva di Biosfera e presidente del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano. 

In questi anni il suo convincimento per l’adesione al programma MaB dell’Unesco si è rafforzato, perché? A cosa è servito e a cosa serve per le comunità che partecipano a questo progetto? 

Sicuramente per l’autostima e non è poco. Per la consapevolezza del valore dell’ambiente, del paesaggio, della cultura. Anche per un vivere più salubre e come etica civile, qui nel nostro Appennino e nel mondo. Proprio cinque anni fa Papa Francesco ci ha donato l’Enciclica ‘Laudato Sì’. Più recentemente, poi, queste stesse esigenze le hanno manifestate a gran voce i giovani di Greta Thunberg. Anche la pandemia può essere letta come un monito che dimostra quanto possa valere uno stile di vita improntato alla sostenibilità.

Fare un elenco delle cose fatte in questi cinque anni potrebbe non servire a dare un’idea di concretezza e di attualità. Cosa vuole ricordare? 

Ci sono 70 progetti in cammino. Muovono idee, persone, ma anche denaro. Cito solo boschi più resilienti al cambiamento climatico; colture agricole e forestali più capaci di trattenere anidride carbonica; scuola del paesaggio del Parmigiano Reggiano; recupero di grandi cammini religiosi e storici tra Mantova-Lucca e Parma-Luni attraverso l’Appennino; il mondo della Scuola – tanti docenti e studenti – che si mette in rete ed è motivato a riscoprire tutti i valori del territorio. Qui mi fermo, ma potrei citarne molti altri.

E per i prossimi cinque anni?

I 70 progetti sono azioni in corso, alcuni conclusi, altri permanenti, molti altri si aggiungeranno. Però, nel presente e nel futuro più prossimo sarà l’allargamento della MaB il centro della nostra attenzione. Un allargamento tanto grande che assomiglia a una seconda fondazione, di perimetro e ancor di più di contenuti. Questo mi entusiasma, ma – sinceramente – mi preoccupa altrettanto. È una sfida che i territori potranno vincere se cresceranno molto in  partecipazione, rafforzamento e articolazione della governance; cose che poi, per una Biosfera Unesco, sono un tutt’uno.

Se qualcuno chiede di partecipare e fare più grande una cosa buona, con quali argomenti dire di no? Molti comuni e territori hanno dichiarano più volte il loro interesse a far parte di questo patto volontario di collaborazione tra soggetti pubblici diversi e di partecipazione a istanze associative di imprese e cultura. Se fosse solo per avere un’etichetta meglio averla in pochi, ma se è per raccogliere la sfida della sostenibilità allora non ci si può chiudere nel vicinato.

Lei stesso l’ha definita una sfida e come tale potrebbe avere un esito incerto con rischi di dispersione, confusione, annacquamento?

Ma anche opportunità di raccogliere e coinvolgere energie, partecipazione, spinta. Siamo sicuri che anche in Appennino possiamo raggiungere una massa critica sufficientemente forte per essere partecipi del Green Deal Europeo, contando su risorse umane adeguate in modo da non restare ai margini dei possibili cambiamenti. I 70 progetti di oggi possono diventare 140 e soprattutto crescere di spessore e di livello. Se l’Appennino resta isolato e povere di risorse umane non potrà competere, nonostante la sua naturale vocazione alla sostenibilità. Il territorio non basta senza le persone.

Chi riguarda questo allargamento?

Nel modenese il comprensorio del Cimone, due parchi dell’Appennino nel parmense, quindi centri urbani come Luni, Barga, Aulla, Pontremoli, Collecchio e persino Parma e Reggio Emilia. Un territorio vasto che ha risorse umane forti e potrà rimettere in connessione le comunità dal mare alla via Emilia’.

Se l’allargamento dovesse funzionare, per il decimo compleanno della Riserva di Biosfera cosa si aspetta?

Tra la Via Emilia e la Via Aurelia, dove c’è un territorio che appare frantumato e disperso dal punto di vista amministrativo, abbiamo riscoperto elementi di unità fisica, geografica, storica e a ben guardare, culturali e spirituali. Stiamo dialogando con decine di comuni, il Parco Nazionale delle Cinque Terre, Parchi regionali e diverse Unioni. Abbiamo bisogno che tutti questi soggetti dialoghino tra loro in dimensioni più ampie, all’interno delle loro regioni e anche a livello internazionale. Bisogna superare una logica oppositiva tra i crinali e centri, e tra le montagne e le città. Il primo obiettivo dell’allargamento è potenziare la volontà di collaborazione volontaria, la motivazione a cooperare in nome dei valori Unesco di tanti territori ed enti pubblici locali, che vivono contigui, ma spesso separati e in competizione tra loro. Ciò che vogliamo, quindi, è mettere in rete le opportunità e le capacitazioni delle persone, delle imprese delle comunità.

Una logica oppositiva perdente per tutti?

Sicuramente! Il futuro di Mab deve riservarci città più abitabili e montagne più abitate, patti metromontani, boschi urbani e grandi servizi ecosistemici, spazi e connessioni materiali e immateriali, circuiti di prossimità al servizio del turismo e del commercio. Abbiamo bisogno di sposare eccellenza e specializzazione con la dimensione del territorio, senza la quale – come ha dimostrato la crisi del corona virus – anche i distretti più competitivi sono esposti a gravi rischi. Per chiudere potrei dire che le persone hanno bisogno di uno spazio di biosfera e la biosfera ha bisogno della cura delle persone. In questo MaB è cornice e strumento autorevole, di livello internazionale e di forte contenuto etico.

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