Pierluigi Ledda è Managing Director di quello che è considerato il più grande archivio musicale al mondo, l’Archivio Ricordi. La sua storia inizia con l’iscrizione all’Università Bocconi e poi attraversa secoli di dischi e musica, nel lavoro all’Archivio Ricordi. In questa intervista si racconta alla nostra redazione, dalla prima esperienza con la digitalizzazione dei materiali di Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini, fino all’ultimo progetto dell’Archivio: la ristampa del 33 giri di Medea con Maria Callas e Tullio Serafin, un disco leggendario che ha dato il via all’avventura discografica della Dischi Ricordi nel 1958.

La prima domanda è quella che pongo ad ogni ospite della mia rubrica:Where everything started, ricorda il momento preciso, la scintilla, che le ha fatto scegliere questa professione?

Ricordo la trasferta milanese – io abruzzese all’ultimo anno di liceo – per visitare le varie università e fare la mia scelta. Non avevo le idee molto chiare, ma nella giornata di orientamento Bocconi assistetti alla presentazione di un corso in management culturale, allora un’avanguardia, era infatti l’unico nel suo genere in Italia. Si parlava di gestione della cultura, di discografia ma anche di musei e televisione. Mi piacque subito e mi sembrò il “compromesso” perfetto tra le mie passioni che mi avrebbero forse portato a studiare lettere o musicologia, e qualcosa di più concreto – come l’economia – per far loro intravedere ai miei un qualche futuro professionale!

Cosa significa essere il Direttore di quello che è considerato l’archivio musicale più grande al mondo?

Rappresenta un privilegio e al contempo una responsabilità. Un privilegio perché i contenuti dell’Archivio Storico Ricordi sono davvero speciali e possono essere sviluppati attraverso progetti sempre nuovi, quindi è impossibile annoiarsi. Una responsabilità perché un tale contenuto merita la massima cura, nonché di essere correttamente divulgato e valorizzato.

Qual è stato il percorso che l’ha portata a ricoprire questo incarico professionale?

Tutto il bagaglio di esperienze e passioni è in qualche maniera confluito in quello che faccio oggi con l’Archivio, ovviamente gli studi in management culturale, l’amore per la musica, l’interesse per il collezionismo musicale, la discografia e le industrie culturali in genere. Prima di entrare in Ricordi avevo scritto su riviste musicali e realizzato concerti e festival legati alla musica elettronica. Ho iniziato il mio lavoro in Ricordi curando la digitalizzazione dei materiali di Giuseppe Verdi e Giacomo Puccini poi pubblicati sul portale del MIBAC, al tempo stesso mi occupavo delle licenze del patrimonio iconografico dell’Archivio, cercando di sviluppare progetti e attività per la sostenibilità finanziaria del progetto culturale.

Per fare il suo tipo di professione non si può prescindere dalla passione per la materia: immagino molto ascolto e fruizione musicale. Quali generi frequenta maggiormente?

La passione per la musica è la costante, il minimo comune denominatore. Mi interessa la musica non solo come fatto sonoro o feticcio fisico ma anche i modi per catalogarla, rappresentarla e comunicarla, come ad esempio la sua musealizzazione attraverso le mostre. Non ho un genere di riferimento, la curiosità mi porta a ricercare sempre nuovi ascolti in modo eclettico e discontinuo, ma se proprio devo indicare le “frequentazioni più assidue” direi tutte le declinazioni della black music, dal soul al funk passando per l’house di Chicago e la techno di Detroit, arrivando alle sue declinazioni più futuristiche come la footwork. Ma anche tanta musica classica, ambient, drone, sperimentale. 

Archivio Ricordi, cosa significa da un punto di vista emozionale toccare con mano e aprire alla visione del mondo una partitura o un contratto firmati, letti, corretti, “vissuti”, da giganti della cultura universale?

Significa trovare un punto di contatto con quei personaggi, una finestra nel loro vissuto. I documenti archivistici rappresentano tracce tangibili dell’agire di compositori che oggi consideriamo leggende ma che al loro tempo erano calati in un contesto sociale e lavorativo. Chiaramente i documenti sono frammenti che gli studiosi con la propria sensibilità e conoscenza sono in grado di collegare e contestualizzare per comprendere e creare dei quadri d’insieme, questa ricerca di verità e comprensione rappresenta probabilmente il senso profondo del nostro lavoro. 

Di recente, una mostra dell’Archivio Ricordi alla Morgan Library di New York: cosa ha significato curare e portare a termine un evento di così ampio respiro internazionale.

La mostra ha rappresentato un momento importante perché era la prima negli Stati Uniti interamente dedicata alle nostre collezioni, oltretutto in un luogo espositivo importante e dalla forte affinità con l’Archivio, quale appunto la Morgan Library & Museum. Il progetto è stato possibile grazie alla collaborazione di Morgan e Bertelsmann, il gruppo dei media che dal 1994 è proprietario dell’Archivio, una testimonianza dell’impulso fondamentale dato dal gruppo al progetto di valorizzazione culturale dell’Archivio. La mostra oggi ha anche un significato ulteriore: conclusasi all’inizio di gennaio, ha preceduto di pochi mesi lo stop alle attività museali imposto da ciò che stiamo vivendo col Covid. 

Immagino il suo lavoro l’abbia portata a viaggiare in Italia e all’estero, c’è un luogo che più di altri rappresenta per lei il “luogo dell’anima”.

In Italia senza dubbio Napoli, all’estero Tokyo e quel poco di Giappone che ho avuto finora la fortuna di visitare. 

Non possiamo prescindere dal momento storico che stiamo vivendo. Grazie alla digitalizzazione degli archivi, molti addetti ai lavori hanno potuto consultare documenti oggetto di studio, senza doversi spostare fisicamente. Siete stati una sorta di precursori in un mondo sempre più complicato e interconnesso?

Precursori forse è troppo, diciamo che abbiamo fatto nostre alcune istanze ormai centrali e condivise nel mondo dei beni culturali: la digitalizzazione per l’accesso al contenuto, la creazione di tavoli di lavoro virtuali, l’interoperabilità con altre piattaforme digitali (in tal senso la recente collaborazione con Wikimedia Italia), la presenza sulle piattaforme social come ad esempio Instagram. L’infrastruttura digitale che abbiamo sviluppato negli anni per noi rappresenta un asset strategico del progetto complessivo di valorizzazione culturale dell’Archivio, un asset che si è dimostrato cruciale nei mesi del lockdown perché ha permesso a noi di lavorare e ai nostri visitatori di consultare i documenti fin qui digitalizzati e partecipare attivamente trascrivendo le lettere della Collezione Digitale. Abbiamo ricevuto migliaia di trascrizioni che mano a mano stiamo verificando e pubblicando nel portale accreditando gli utenti, un grande progetto collaborativo aperto che ci sta dando soddisfazioni quotidiane, una declinazione concreta del concetto di crowdsourcing. 

Il suo e quello dei suoi collaboratori è un processo di lavoro in divenire che ai più può apparire inesauribile, è così?

E’ proprio così, è un processo senza fine. Abbiamo completato la digitalizzazione di intere collezioni, quindi abbiamo “messo dei punti”, ma al tempo stesso il lavoro sui metadati e i percorsi di lettura è praticamente infinito, al tempo stesso le tecnologie evolvono, quindi inevitabilmente il futuro porterò nuovi strumenti utili per veicolare questi contenuti in modi che ora nemmeno immaginiamo. Per tutti questi motivi quello degli archivisti è un lavoro tutt’altro che statico, in più ritengo che per tutte queste ragioni questo rappresenti un momento storico unico e affascinante per lavorare con gli archivi. 

In tempi di pandemia si assiste e forse si assisterà sempre più in futuro a spettacoli, concerti o eventi confezionati appositamente per lo streaming: una sua impressione su questa tendenza

E’ un discorso lungo e complesso. Una cosa di cui sono certo è che le modalità di distribuzione e fruizione della musica sono per loro natura fluide e mutevoli, è sempre stato così. Rifiuto categoricamente la retorica del “si stava meglio quando si stava prima”, ad esempio quelli che ritengono che guardare un film sulle piattaforme di streaming abbia meno valore rispetto alla sala cinematografica. Sicuramente certe forme di fruizione hanno delle peculiarità e una potenza impossibili da rimpiazzare da un’esperienza digitale in casa, per quanto performante e soddisfacente. Il digitale che già ci ha “salvati” in questi mesi evolverà ancora, offrendoci modalità nuove, ma al tempo stesso sono convinto che quella occasione di concentrazione, immersione e socialità che solo un’esperienza dal vivo può rappresentare, riporterà le persone nelle sale e nei teatri quando questa situazione sarà risolta. 

Sappiamo che è un grande collezionista di vinili, quale sensazione in più regala un ascolto su questo supporto?  

Il disco in vinile ha una componente tattile affascinante, così come affascinante è la ritualità legata alla sua riproduzione. Amo questo supporto ma cerco di non farne un feticcio fine a se stesso, e non disdegno il digitale, infatti in parallelo sto “coltivando” una discoteca digitale che probabilmente ha già sorpassato quella dei vinili, sicuramente più pratica anche per ragioni di spazi domestici! Diciamo che al centro c’è sempre il contenuto e la voglia di intercettare nuova musica. Approfitto di questa domanda per segnalare che proprio quest’anno abbiamo ristampato il 33 giri di Medea con Maria Callas e Tullio Serafin, un disco leggendario che ha dato il via all’avventura discografica della Dischi Ricordi nel 1958. 

Infine, cosa le fa amare il suo lavoro?

L’opportunità di incontrare persone affascinanti, spesso perse in “magnifiche ossessioni”, e poter collaborare con loro.

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