Arturo Toscanini: 63 anni dalla morte del Maestro parmigiano
Il 25 marzo del 1867 nacque a Parma Arturo Toscanini, uno dei più grandi direttori…
Il 16 gennaio 1957 si spegneva a quasi 90 anni il maestro Toscanini, il direttore con fermi principi antifascisti che sapeva l’Aida a memoria
Il 25 marzo del 1867 nacque a Parma Arturo Toscanini, uno dei più grandi direttori d’orchestra di ogni epoca. Il suo nome figura tra più illustri della lirica mondiale, soprattutto grazie alla sua omogeneità, al suo instancabile perfezionismo, alla sua straordinaria memoria che gli permetteva di dirigere senza partitura. È ancora oggi considerato uno dei più autorevoli interpreti di Verdi, Beethoven, Brahms o Wagner, e se la sua genialità si è fermata il 16 gennaio 1957, quando morì nella sua villa in un sobborgo di New York. Di lui è rimasta un’eredità senza eguali, legata anche alla sua forte e coraggiosa opposizione ai regimi autoritari.

Nato nella casa di borgo San Giacomo, oggi borgo Tanzi, fin da piccolo Arturo emergeva rispetto ai compagni della Scuola di Musica (attuale Conservatorio di Parma) in cui studiava violoncello, pianoforte e composizione alla regia. Già all’età di diciannove anni entrò a far parte di una compagnia operistica ed ebbe la possibilità di girare il mondo. Ed è grazie a una tournée in Sudamerica che avvenne la sua consacrazione. A Rio, il 30 giungo 1886, Toscanini fu incitato dai colleghi a prendere la bacchetta e dirigere l’orchestra in seguito all’abbandono del direttore, fortemente contestato dal pubblico. Arturo prese così la bacchetta, chiuse lo spartito e incominciò a dirigere l’Aida di Giuseppe Verdi a memoria. Il successo fu strabiliante e quello fu il momento esatto in cui Toscanini divenne – di diritto – direttore d’orchestra.
Anni dopo fu chiamato al Teatro Regio di Torino e alla Scala di Milano e ciò che lo ha spinto a crescere e migliorarsi continuamente, è stata la sua quasi ossessiva ricerca al perfezionismo. Inoltre, emergeva di lui una spiccata personalità: alla Scala fece cambiare il sistema della illuminazioni, il posizionamento dell’orchestra, eliminò il bis e vietò l’ingresso in sala ai ritardatari. Era come se avesse intrapreso un percorso di educazione al pubblico per assistere all’opera lirica, in modo tale che il teatro non venisse più considerato uno svago, ma un ente con funzione morale ed estetica per acculturare la società. La sua lungimiranza lo portò nel 1908 oltreoceano: diventò infatti direttore del Metropolitan di New York e gli Stati Uniti diventarono da qui la sua seconda patria.
L’impegno civile di Toscanini
Toscanini si impegnò anche politicamente. Appoggiò le idee interventiste, ma durante i combattimenti dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale si esibì esclusivamente in concerti di propaganda e beneficenza. Una tra le sue azioni più benefiche, fu quella di dirigere una banda sul Monte Santo e per tale gesto gli fu conferita la Medaglia d’argento al valor civile. Nel 1920 si diresse poi a Fiume per dirigere un concerto e incontrare Gabriele D’Annunzio che stava occupando la città. Tuttavia, già dalla marcia su Roma di Mussolini, si staccò progressivamente dalle idee fasciste che inizialmente aveva condiviso. Durante il regime anzi, si schierò apertamente contro il Duce e per questo subì una forte critica dalla stampa di regime. Una volta in particolare fu aggredito e schiaffeggiato da un gruppo di fascisti all’uscita di un’esibizione, durante la quale si era opposto alla presenza di alcuni gerarchi fascisti. Nel 1933 rifiutò persino l’invito personale di Hitler, e di conseguenza dovette trasferirsi in Palestina per rifuggire alla persecuzione.
Qui Toscanini diresse il concerto inaugurale l’Orchestra Filarmonica di Palestina, che accoglieva i musicisti ebrei perseguitati. Successivamente però, a causa di alcune intercettazioni, fu beccato apertamente a offendere Mussolini, e fu costretto ad abbandonare totalmente l’Europa. In USA utilizzò la musica come arma per combattere i regimi autoritari che aveva lasciato nel Vecchio Continente e si operò per cercare lavoro ai fuggitivi e perseguitati, tanto che l’Università di Washington gli conferì una laurea honoris causa. Durante la Seconda Guerra mondiale poi, raccolse grandi somme di denaro grazie ad alcuni concerti per la Croce Rossa e l’esercito statunitense. In Italia, nel frattempo, si fremeva per un suo ritorno, che avvenne soltanto nel 1946: da qui continuò a dirigere opere di Rossini, Verdi o Puccini e si ritirò dalle scene all’età di 87 anni dopo 68 anni di carriera. Quando si spense quasi 90enne, la salma fu ricondotta in Italia, e una marea di persone lo salutò nei pressi del Cimitero Monumentale di Milano.







