Bellezza e mistero: il Parmigianino tra arte e alchimia
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L’11 gennaio 1503 nasceva a Parma Francesco, figlio del pittore Filippo Mazzola. Oggi, 11 gennaio 2023, esattamente 520 anni più tardi, il capoluogo emiliano celebra la nascita di quel bambino, divenuto una delle figure principali del tardo Rinascimento italiano col nome di Parmigianino. Personaggio enigmatico, nell’arco della sua breve vita quest’ultimo realizzerà opere destinate a comparire su ogni libro di storia dell’arte che si rispetti. D’altro canto, rimarrà una divinità minore del Pantheon artistico dell’epoca, all’ombra dei vari Leonardo, Michelangelo e Raffaello. Complice fu probabilmente il giudizio biografico negativo espresso dal Vasari, che accusò il Parmigianino di aver tradito l’arte per inseguire l’alchimia.

Figlio d’arte, il Parmigianino fu introdotto al mondo della pittura dagli zii e fu esposto all’influenza di uno dei grandi del Cinquecento, Correggio. Fin dai primi anni, tuttavia, il giovane Parmigianino diede prova di un talento precoce e cristallino, come dimostrano la ‘Pala di Bardi’ (1521) e gli affreschi nella Chiesa di San Giovanni Evangelista (1522), in cui lavorò a fianco del Correggio rielaborandone già gli stilemi alla ricerca di una grazia personalissima. Le opere realizzate alla corte dei Sanvitale a Fontanellato, e in particolare i mirabili affreschi della ‘Saletta di Diana e Atteone’ (1523), lo consacrarono come uno dei pennelli più promettenti dell’epoca.

Con queste premesse, giunse nella Roma di Papa Clemente VII, a cui donò il famoso ‘Autoritratto entro uno specchio convesso’ (1524). Nel periodo romano, dalle ceneri di Raffaello e Michelangelo fiorì lo stile del Parmigianino, che allunga e tende le proporzioni vitruviane alla ricerca di una grazia e di un dinamismo inediti. Tuttavia, ai molti disegni fecero eco pochissimi dipinti, e nessuno su commissione papale. Dopo il sacco di Roma del 1527, il Parmigianino andò a Bologna e poi di nuovo a Parma. A questi anni risalgono i capolavori che ne faranno uno degli esponenti di punta del manierismo, come la ‘Schiava Turca’ (1532), la ‘Madonna dal collo lungo’ (1534), e gli affreschi di Santa Maria della Steccata (1931-39), che pure non riuscì a portare a termine – mancanza che lo fece incarcerare per inadempienza. Una volta libero, fuggì nella vicina Casalmaggiore, dove si spense poco dopo a soli 37 anni.

Il tradimento dell’arte per l’alchimia

Ne ‘Le Vite’, Giorgio Vasari individua una causa ben precisa della brevità della parabola del Parmigianino. Secondo lo storico dell’arte aretino, il pittore, suo coevo, sarebbe stato corrotto da un dissennato interesse per l’alchimia. Quest’ultima avrebbe impedito la conclusione dei lavori alla Steccata, innescando le ire dei committenti, il dissesto economico del pittore e anche la sua rovina mentale. Il Vasari descrive infatti il degrado del Parmigianino da persona gentile a “uomo salvatico“, non perdonandogli mai la ricerca dell’oro con la pietra filosofale per la quale abbandonò l’arte senza accorgersi, “lo stolto, ch’aveva l’archimia nel far le figure“.

Come sottolinea il professor David Ekserdjian in uno splendido documentario targato Rai, tuttavia, la raffinatezza e la perfezione formale delle opere del periodo della supposta follia alchemica del Parmigianino – inaugurato intorno al 1530 – smentiscono il racconto del Vasari. L’ipotesi della pazzia e della trascuratezza dell’arte in nome dell’alchimia, infatti, impallidiscono di fronte alla bellezza magnetica dell’Antea’ (1535) e dello stesso affresco delle ‘Tre vergini sagge e tre vergini stolte’ della Steccata. E anche una lettura alchemica delle opere – che attribuisce al numero 72 del medaglione tenuto in mano dal conte Sanvitale nel suo ritratto (1524) un significato ermetico, e che interpreta gli affreschi di Diana e Atteone come allegoria della congiunzione dei due principi alchemici della materia, Solfo e Argento vivo -, per quanto suggestiva, non è supportata da prove sostanziali.

Ciononostante, testi di alchimia ed ermetismo magico circolavano abbondantemente nel Cinquecento, ed è assai probabile che il Parmigianino fosse entrato in contatto con quel ramo della conoscenza mistica e misterica. In un certo senso, la stessa arte figurativa ne ha fatto un alchimista in senso lato, se non altro per la sua dimestichezza con l’acquaforte – ovvero acido nitrico, ottenuto distillando il salnitro con l’argilla -, dal momento che pare sia stato lui il primo in Italia a usarla per la tecnica d’incisione.

In ogni caso, che quelle del Vasari siano esagerazioni romanzesche o calunnie invidiose, l’alchimia non ha corroso la grandezza dell’arte del Parmigianino. Piuttosto, ci fornisce una chiave interpretativa romantica della sua esistenza. Un artista cui per poco mancò la commissione eccezionale di un papa o di un imperatore e che si spense giovane, secondo lo stereotipo letterario dell’alchimista che si consuma in fretta inseguendo vanamente la pietra filosofale. Nelle parole di Philippe Daverio, inoltre, il Parmigianino fu “contemporaneamente realista all’inverosimile e capace di una visione quasi deformata della realtà“, un artista che filtrò la natura attraverso la propria sensibilità, come un alchimista che distilli una sostanza per estrarne la quintessenza.

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