Serve un ritorno al vero significato di sport: dove rispetto dell’avversario e divertimento siano imprescindibili

A sanguinare non è solo quel naso, gonfio a causa dei pugni. Non è nemmeno quel labbro, per un calcio a fine partita o quell’occhio nero, scaturito da una gomitata non certo involontaria. A sanguinare, qui, è lo sport intero: è il calcio fatto di condivisione, di squadra, di amicizie oltre il colore della maglia. Un calcio – certamente – fatto anche di arrabbiature post-partita per un fallo non fischiato, di delusioni per il rigore sbagliato e per il risultato non all’altezza della prestazione. Un calcio che, però, non è e non deve essere di violenza. Perchè quella si che fa sanguinare: e non sempre le ferite si rimarginano. Anzi, ne aprono altre, ancora più profonde, che è sempre più difficile curare. Ecco perchè, oggi, per curare le ferite e per poter ripartire con il giusto spirito serve fermarsi.

In poco meno di un mese due aggressioni – che definire aggressioni è poco – sui campi del calcio giovanile: un biglietto da visita che non ci fa onore e che – per quanto porti alla ribalta dei giornali le squadre di categoria – non deve renderci orgogliosi. Sarebbe meglio che sui giornali trovassero spazio i gesti di fair-play e non la notizia della rissa in campo. Fermarsi significa anche e sopratutto ripartire dall’educazione al gioco, allo sport e ai valori che – lo abbiamo dimenticano – ne fanno una delle attività più belle del mondo. Serve oggi domandarci cosa stiamo trasmettendo ai nostri ragazzi, ai bambini delle scuole calcio, delle juniores e delle giovanili: serve riflettere sul comportamento dei genitori sugli spalti, sulle posizioni – spesso non chiare – delle società sportive e sugli insegnamenti degli allenatori. Stiamo davvero trasmettendo una sana cultura dello sport? Io credo di no.

Lo scorso febbraio un giocatore del Sala Baganza è stato colpito con calci e pugni da un giocatore dell’Inter Club: uno scontro di gioco risolto con la violenza, con una prognosi di 30 giorni, un naso rotto, un dente spezzato e due squalifiche interminabili. In un contesto normale, dove la civiltà prevale sulla violenza, sarebbero stati sufficienti un braccio teso verso l’avversario caduto a terra e due parole di scuse. Invece sono volati calci e pugni. Nella scorsa giornata di campionato, domenica, la partita di seconda categoria Cervo-San Leo è finita con una sonora rissa: le scaramucce di campo si sono trasformate in visi tumefatti, occhi neri e denti rotti. Esattamente quella che potremmo definire la perfetta conclusione di una giornata di sport.

Ci preoccupiamo della violenza negli stadi, giustamente, ma non ci accorgiamo che il problema è là dove il calcio dovrebbe essere ancora lontano dall’agonismo. Il problema è nei genitori che dagli spalti urlano “Spaccagli una gamba“, “Picchia forte” a bambini di 6 anni e ancora “Arbitro di m***a” e insulti vari che c’è da vergognarsi solo a pensarli. Come pensiamo che possano crescere questi bambini? Bambini che, nella loro semplicità, vedono ancora lo sport come dovrebbero vederlo gli adulti: divertimento, amicizia, gioia. Se questo è l’atteggiamento dei genitori, non possiamo aspettarci fair play e rispetto dell’avversario da questi bambini: una volta diventati grandi, in categoria, non faranno altro che applicare gli insegnamenti che gli sono stati dati da piccoli.

Poi ci sono le società e gli allenatori, troppo presi dal risultato e dalla classifica per guardare all’educazione. Non ci sono tre punti che prevalgano sull’educazione al rispetto dell’avversario: dovrebbero avere il coraggio – in nome dei valori che si intendono di dare ai ragazzi – di prendere decisioni di qualità. Quali? Una su tutte: ritirare la squadra. Ai bambini – che sono delle spugne a livello di apprendimento – va spiegato che il genitore che urla dagli spalti contro l’amico che sta giocando con l’altra squadra sta sbagliando e che, siccome, non si vuole continuare a sbagliare è meglio andare negli spogliatoi, fare la doccia, perdere la partita e andare a fare merenda con l’altra squadra. Non importano i tre punti: importa il rispetto.

Ecco perchè oggi serve fermarsi: serve fermare il campionato delle giovanili; serve tornare a giocare per il divertimento di farlo e non per vincere ad ogni costo, violenza compresa. Serve vietare che i genitori siedano sugli spalti: i bambini, in campo, non hanno bisogno di loro. Serve istituire un terzo tempo serio – come quello del rugby – dove non ci siano le botte ma ci sia un salame da tagliare e da mangiare insieme agli avversari, con una buona micca di pane. Serve dire basta, a tutti i livelli: la violenza non è sport.

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