carità parma padre lino

di Chiara Corradi e Greta Magazzini

Parlando di carità a Parma non si possono citare due realtà profondamente legate alla vita caritativa della nostra città: la Società San Vincenzo de Paoli – che ha diverse sedi a livello cittadino – e la Mensa di Padre Lino, gestita dai frati della SS.Annunziata seguendo l’esempio del venerabile Padre Lino Maupas. Questo lungo anno di pandemia ha segnato profondamente il lavoro di queste associazioni e dei tanti volontari che vi gravitano attorno: non sempre l’assistenza alle famiglie e alle persone bisognose è stata facile e si è delineata una fascia di “nuovi poveri” – così come sono stati indicati anche dalla CEI – che sta influendo in maniera importante sulla società cittadina.

Fondata nel 1883 dal Beato Federico Ozanam, sotto il patrocinio di San Vincenzo de Paoli, la Società di San Vincenzo opera da sempre “a domicilio”. La sua caratteristica, a differenza di altre associazioni, come la Caritas, che svolgono attività similari è proprio quella di instaurare un rapporto personale ed umano con le persone che vengono assistiti, condividendo i problemi con rispetto ed amicizia. La prima “Conferenza” – così sono chiamate le sedi vincenziane – è stata istituita nel 1854 presso la Cattedrale: ad oggi sono operative in città 7 Conferenze (“Assunta”, “Ognissanti”, “Padre Lino”, “Annunziata”, “San Giuseppe”, “Santa Maria della Pace”, Sant’Uldarico”); con oltre 48 vincenziani attivi sul territorio per assistere – con generi alimentari, contributi e sostegno – oltre 300 persone.

Con il Covid-19 – spiega il presidente della S.Vincenzo cittadina Graziano Vallisnerile modalità del nostro servizio sono cambiate molto. La visita settimanale alle famiglie o alle persone sole o ammalate, che abbiamo sempre vissuto come un momento di incontro, amicizia e compartecipazione per superare i momenti di difficoltà, è stata sospesa e abbiamo dovuto cercare nuove modalità per continuare a svolgere il nostro servizio”. Qualche “Conferenza” ha mantenuto la visita settimanale alle famiglie – come quella dell’Annunziata e quella Padre Lino – ma evitando il contatto: i pacchi con gli alimentari vengono lasciati nelle scale o davanti alla porta, senza entrare in casa delle persone assistite. “Una volta al mese le varie “Conferenze” – continua Vallisneri – si recano al Banco Alimentare per avere le risorse necessarie per assistere le famiglie; a ciò, poi si aggiunge, anche il contributo di ogni singola “Conferenza” che può incrementare il livello di assistenza”.

A volte – prosegue – anche noi vincenziani non riusciamo a capire come alcune famiglie, non solo straniere ma anche italiane, possano andare avanti nel quotidiano. Le difficoltà sono tante; i nostri aiuti sopperiscono a quelle maggiori, ma non possono sopperire a tutto”. Oltre ai generi alimentari, la San Vincenzo si occupa anche del pagamento delle utenze “ma è un aiuto solo parziale”. Ciò che preoccupa di più, in questa nuova “ondata” – per usare un termine attuale – di povertà è quella che viene definita “povertà sommersa”: “Non tutti – specifica Vallisneri – hanno il coraggio di chiedere aiuto. Bisogna andare a scoprire i nuovi poveri per poterli aiutare”. Con la pandemia, quest’operazione è stata resa ancora più difficile dalla mancanza della visita domiciliare – in occasione della benedizione delle case e delle famiglie – che i parroci erano soliti effettuare annualmente.

L’importanza dell’ascolto

Dall’inizio della pandemia la San Vincenzo ha incrementato il servizio del “Centro d’Ascolto” della Cattedrale: tutti i giorni sono presenti volontari e volontarie che si occupano – appunto – di ascoltare i bisogni delle persone, danno informazioni su come accedere agli aiuti e se – necessario – anche buoni di tipo alimentare. “Tramite questo servizio – afferma il Presidente – siamo venuti a conoscenza di nuove realtà. Nel periodo del primo lockdown il servizio era stato ridotto, ma oggi è tornato a pieno regime”. Una difficoltà con cui la Società di San Vincenzo ha dovuto fare i conti, nei primi mesi del lockdown, con le misure dei decreti anti Covid che non prevedevano la presenza di volontari al di sopra dei 65 anni. In questo periodo l’attività è stata completamente rivoluzionata: non vi era più l’assistenza a domicilio, ma erano le persone – su appuntamento – a venire a ritirare i pacchi alimentari nelle sedi.

Sul territorio cittadino la “Conferenza” che ha il più alto numero di assistiti è quella della SS.Annunziata, che opera nel quartiere dell’Oltretorrente. In quest’ultimo anno – compreso il periodo della pandemia – sono state assistite una trentina di famiglie dagli undici volontari attivi in quartiere. L’obiettivo finale è sempre quello di dare autonomia alle persone assistite, agevolando la ricerca del lavoro e la sussistenza economica: “In tanti anni – prosegue Vallisneri – sono poche le famiglie che sono riuscite a raggiungere quest’autonomia. Quando c’è una situazione di disagio, difficilmente si riesce ad aiutarli ad uscire completamente dalla situazione di povertà, pur cercando di fare tutto il possibile. La storia si ripete, spesso, anche nelle generazioni successive, generando una continua situazione di precarietà”.

“Serve maggiore collaborazione dalle Istituzioni”

Cosa poter fare per migliorare l’assistenza, anche coinvolgendo Enti ed Istituzioni non di volontariato? Il presidente della Società di San Vincenzo è chiaro e categorico su questo punto: “Manca un sostegno territoriale. Una delle difficoltà è che i Comuni non conoscono esattamente le situazioni di povertà: i servizi sociali dovrebbero gestire tutti gli interventi di avviamento al lavoro o di sostegno economico, in modo tale che tutto possa essere unificato. In questo modo le persone verrebbero seguite da assistenti sociali, sotto tutti gli aspetti, sia lavorativi, sia economici.

L’impegno della San Vincenzo non viene comunque meno, anche in situazioni di difficoltà come quelle già citate: “Quando tutto sarà finito dal punto di vista sanitario – conclude il Presidente – dovremmo lavorare tanto sui rapporti umani, che in questi mesi – vuoi per il distanziamento e per il timore dei contagi – abbiamo dovuto abbandonare. La nostra missione più importante sarà questa: recuperare il rapporto umano con i nostri assistiti e riprendere i momenti di incontro e di amicizia, così come ci ha insegnato il Beato Federico Ozanam”.

La carità della mensa di Padre Lino

Anche la mensa di Padre Lino si distingue da tempo per le attività a sostegno dei più poveri e bisognosi. L’eredità lasciata da Padre Lino scorre infatti nelle azioni dei volontari della mensa, che si trova sempre in prima linea per offrire pasti e beni di prima necessità alle persone di Parma che ne hanno bisogno. Padre Roberto Simonelli, che da settembre è il responsabile della mensa, spiega che il loro servizio è aperto dal lunedì al sabato e oltre alla distribuzione dei pasti caldi vengono offerti anche generi alimentari lasciati dai supermercati, come yogurt, latte, affettati o frutta e verdura. “Prima della pandemia avevamo grandi tavoli in cui venivano fatte sedere le persone con vassoi e piatti di plastica. Con l’emergenza sanitaria le cose sono cambiate profondamente”.

Nonostante lo scoppio della diffusione del coronavirus infatti, la mensa ha continuato ininterrottamente nel suo servizio, anche se l’organizzazione è cambiata moltissimo. Padre Roberto afferma: “Ci siamo dovuti difendere e seguire le norme che di volta in volta le autorità competenti mettevano a calendario, per cui abbiamo tolto i tavoli grandi e abbiamo messo dei tavoli mono persona, tipo quelli scolastici, con una sedia, e distanziati”. Ogni volta, dopo ogni servizio, i materiali vengono disinfettati e per questo i tempi si solo molto allungati. Roberto Simonelli spiega anche che durante la zona rossa non si potevano far entrare le persone, per cui “veniva fatta soltanto la distribuzione dei piatti caldi”. A dettare le regole dell’organizzazione della mensa, spiega il responsabile, sono state alcune agenzie che seguono il servizio in termini di sicurezza. “Ci hanno fornito il protocollo con le norme e in più abbiamo ricevuto in donazione molti prodotti igienizzanti. In questo modo è stato più semplice andare incontro alle difficoltà che stavano sopraggiungendo”.

“Molti più accessi dall’inizio della pandemia”

A cambiare però, non sono state solo l’organizzazione e la distribuzione dei pasti. Con la pandemia sono aumentati anche gli accessi stessi alla mensa. “Prima della pandemia le cose erano normali e si facevano sui 120-130 pasti al giorno – spiega Padre Roberto -, adesso si arriva a 200 pasti al giorno e le persone arrivano anche la sera”. Oltre agli accessi “nostrani“, di persone che stabilmente accedono alla mensa, ci sono anche molti stranieri che vanno e vengono, spiega Padre Roberto. A questi però, “si aggiungono anche nuovi poveri, soprattutto italiani: anche se percepiscono un piccolo assegno sociale o il reddito di cittadinanza, e magari vivono in case comunali, non riescono ad andare avanti con la loro situazione economica”.

Queste persone chiedono sia pasti pronti che alimenti per poter cucinare a casa, spiega il responsabile. Padre Roberto spiega anche che esiste un ulteriore servizio, distaccato dalla mensa, in cui si distribuiscono alle famiglie alimenti e beni di prima necessità. “Lo facciamo in un orario e in un luogo diverso rispetto alla mensa: cerchiamo così di offrire una distribuzione il più capillare possibile”. In generale tuttavia, spiega Padre Roberto, “oltre alle 200 persone che ormai vengono in mensa, si contano molte altre che usufruiscono della distribuzione che facciamo in giro per la città. Si vede chiaramente un aumento di poveri in questo territorio”.

Ciò che però di positivo bisogna sottolineare, spiega il responsabile della mensa, è che Parma come comunità ha risposto molto bene alle esigenze che si sono presentate a causa della crisi sanitaria ed economia. Confessa Padre Roberto: “Quando sono arrivato a Parma avevo notizia che la città fosse ricca a livello pro capite. Mi sono reso conto però, leggendo i giornali locali e i resoconti della Caritas, che in città, anche a causa della pandemia, ci sono molte difficoltà”. “Nonostante questo però, le persone che hanno potuto hanno fatto volontariato e si sono messe a disposizione per aiutare i più bisognosi. Ho notato una sorprendente generosità”. Padre Roberto racconta inoltre che alcune delle persone in cassa integrazione negli ultimi mesi hanno iniziato ad andare in parrocchia e aiutare il servizio mensa e distribuzione. Una risposta attiva da parte di una città che nell’ultimo anno, soprattutto nella prima ondata, ha dovuto rispondere duramente alla diffusione del virus.

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