Il carabiniere vittima di Cosa nostra riposa nel Cimitero della Villetta a Parma: fu ucciso insieme alla moglie e alla scorta nel 1982

Sono passati 37 anni da quel 3 settembre 1982, in cui a Palermo furono uccisi il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la sua seconda moglie Emanuela Setti Carraro, sposata da pochi mesi, e il suo agente della scorta Domenico Russo. Si tratta di uno degli omicidi mafiosi più importanti della storia italiana, che ancora oggi ha zone d’ombra e che viene ricordato come uno dei momenti più bui della storia del nostro Paese, in cui lo stato dimostrò di non saper proteggere i suoi uomini della Mafia. Il generale riposa oggi al Cimitero della Villetta a Parma: l’Associazione Nazionale Carabinieri ha programmato per oggi alle 9.15 la Santa Messa nell’oratorio del cimitero, mentre il Comune e la Prefettura hanno in programma alle ore 10.00 il corteo per la commemorazione dell’anniversario, che dall’oratorio di San Gregorio Magno arriverà alla tomba del Prefetto Generale dalla Chiesa, per la deposizione delle corone.

Erano le 21.15 del 3 settembre 1982 e il generale dalla Chiesa stava andando a cena a Mondello a bordo di una A112. L’auto era guidata dalla moglie Emanuela e i coniugi erano seguiti dall’agente di scorta Russo alla guida di un’Alfetta. Mentre percorrevano via Carini, una motocicletta affiancò l’auto di Russo e l’assassino aprì il fuoco contro di lui con un fucile AK-47; contemporaneamente una BMW raggiunse l’auto dei dalla Chiesa e i killer spararono contro il parabrezza. Il generale e la moglie rimasero uccisi da trenta pallottole; Russo morì 15 giorni dopo in ospedale: il mandante dell’operazione fu Totò Riina, mentre Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo, Raffaele Ganci e Giuseppe Lucchese, con i collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, furono gli autori materiali dei delitti, condannati soltanto nel 2002. La strage richiamò grande attenzione anche per i modi “militari” di esecuzione, ma soprattutto per i collegamenti che l’omicidio aveva con il caso Moro, dato che la sera dell’omicidio furono trafugati da casa di dalla Chiesa i documenti contenti informazioni sull’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana.

Emanuela Setti Carraro, infermiera della Croce Rossa Italiana, moglie di Carlo Alberto dal 10 luglio 1982, e uccisa con il marito nell’attentato del 3 settembre

Le battaglie del generale, fino allo scontro con lo Stato

Il generale Carlo Alberto dalla Chiesa era un carabiniere noto per il suo impegno nella lotta contro il terrorismo delle Brigate Rosse e della Mafia: entrò nell’Arma nel 1942 e successivamente, dopo esser stato comandante a San Benedetto del Tronto, passò alla Resistenza partigiana, per poi occuparsi della lotta al banditismo e alla criminalità organizzata. Si spostò poi a Napoli, dove nacque la figlia Rita nel 1947, e poi a Firenze dove vennero alla luce Nando e Simona, nel 1949 e 1950. Già in questo periodo si stava occupando di Cosa Nostra, soprattutto con il padre Romano anch’egli carabiniere; ma tornò in Sicilia con il grado di colonnello a metà degli anni Sessanta, quando poté dedicarsi a particolari indagini mafiose, che lo resero più attivo e noto, portandolo a Torino ad occuparsi anche delle Brigate Rosse e dei numerosi episodi di violenza. Nel 1977 dalla Chiesa venne nominato Generale di Divisione e l’anno successivo grazie a un’ulteriore nomina si concentrò particolarmente attorno ai vertici delle BR, alla ricerca degli assassini di Aldo Moro, il presidente della DC rapito e ucciso tra marzo e maggio del’78.

Fu nel 1981, tuttavia, che arrivò la sua più importante promozione: dalla Chiesa diventò infatti vice comandante generale dell’Arma, la massima carica per un ufficiale dei Carabinieri. Il 1982 fu un anno di successi e polemiche per il carabiniere, in una serie di eventi finiti con il tragico epilogo della Strage di via Carini. Nominato prefetto di Palermo, si insediò in città per occuparsi dell’omicidio di Pio La Torre: il governo nutriva nei suoi confronti grandi aspettative, in seguito soprattutto ai brillanti successi ottenuti nella lotta alle BR. Tuttavia, dalla Chiesa più volte sottolineò la carenza di sostegno dello Stato nella sua battaglia contro la Mafia ed espresse più volte il suo disappunto per i promessi “poteri speciali” che tardavano ad arrivare (e mai arrivarono). L’omicidio del 3 settembre avvenne tra alcune telefonate anonime: la prima ai carabinieri, in cui si annunciava che l'”operazione Carlo Alberto” era “quasi conclusa“, e la seconda al quotidiano La Sicilia, dopo l’omicidio, in cui si confermava la “chiusura” dell’operazione criminale. Dopo quasi quarant’anni molti giudicano il delitto “un omicidio di Stato“, colpevole di non aver difeso uno degli uomini più competenti nella lotta alla criminalità organizzata.

© riproduzione riservata