Voci dall’Appennino, il borgo di Case Sottane riprende a vivere
Case Sottane è un antico borgo della Val Taro, disabitato da tempo: grazie ad un progetto di comunità sta per tornare a vivere
C’è un silenzio che non è pace, ma assenza. È quello che si respira nei tanti borghi dell’Appennino dove le voci si sono spente, le scuole hanno chiuso, le case si sono fatte ruderi. Qui, dove un tempo c’erano bambini che giocavano nei cortili e comunità che si ritrovavano nelle piazze, oggi restano strade vuote, finestre sbarrate, tetti che crollano sotto il peso degli inverni. Lo spopolamento delle aree interne non è una notizia recente, ma una ferita che da decenni si allarga, silenziosa, tra le pieghe delle nostre montagne. Le ragioni sono molte – economiche, culturali, logistiche – e spesso sembrano insormontabili. Eppure, proprio in questi luoghi marginali, stanno nascendo esperienze nuove. Semi di futuro piantati nella terra dell’abbandono.
C’è chi sceglie di tornare, chi decide di restare, chi arriva da fuori per cercare una vita diversa. Donne e uomini che scommettono sull’Appennino, non per nostalgia, ma per visione. Che ristrutturano case, coltivano campi, aprono laboratori, creano comunità. Che credono che vivere in montagna, oggi, possa essere una scelta di senso. Le difficoltà, certo, ma anche la bellezza di questi ritorni. Perché forse, tra le crepe dei muri e i sentieri dimenticati, può ancora nascere qualcosa. E può parlare non solo all’Appennino, ma a tutti noi.
A Case Sottane, piccolo borgo dimenticato tra i crinali del comune di Borgotaro, è in corso un lento ma potente processo di rinascita. Non c’è un grande investimento né una regia dall’alto: ci sono persone, relazioni, entusiasmo condiviso. C’è un progetto che mette al centro il territorio, la memoria e il futuro. In questa intervista, andiamo a scoprire come è nato tutto, chi sono i protagonisti, quali sono i valori che guidano questo percorso e quali visioni si stanno costruendo tra pietre antiche e nuovi inizi. Con Giovanni Codeluppi, uno dei promotori della riqualificazione dell’antico borgo, abbiamo ricostruito storia e progetti futuri.


Come siete venuti a conoscenza del borgo di Case Sottane?
Abbiamo scoperto Case Sottane otto anni fa, quasi per caso, durante una passeggiata con alcuni amici e proprietari della zona. Ci eravamo messi a disposizione per cercare luoghi da valorizzare, e quando siamo arrivati qui, ce ne siamo subito innamorati. Un borgo composto da nove edifici, parzialmente ristrutturati, poi abbandonati a seguito della scomparsa del proprietario che aveva avviato un progetto turistico mai portato a termine. Abbiamo contattato la moglie, oggi proprietaria dell’area, e siamo riusciti a ottenere l’utilizzo del borgo. L’idea non è quella di creare una comunità “speciale” o terapeutica, ma semplicemente un luogo dove tornare a vivere in modo ordinario, quotidiano, ispirandosi a valori etici che riteniamo fondamentali: accoglienza, attenzione alle fragilità e rispetto per l’ambiente. Vogliamo che questo borgo torni ad essere abitato, con una presenza stabile, ma anche aperta al territorio e alle relazioni. Il potenziale è enorme: circa 1800 metri quadri di superficie abitabile distribuiti su nove edifici, più una stalla, una barchessa, e circa 200 ettari tra boschi e terreni. Un luogo straordinario, a 800 metri di altitudine, esposto a sud, da cui si gode una vista magnifica: il crinale, il passo della Cappelletta, il passo dei Cento Croci. Un paesaggio che toglie il fiato e che merita di tornare a vivere.
Quale concetto di comunità è alla base del progetto? Come sarà strutturato?
L’idea è quella di creare un gruppo di persone che scelgano di abitare stabilmente il borgo, adottando uno stile di vita semplice e attento ai valori già accennati: accoglienza, rispetto dell’ambiente e attenzione alle fragilità. A questo si affiancherà un’accoglienza turistica sobria, profondamente legata al contesto rurale. L’obiettivo, infatti, è ricostituire una comunità contadina, com’era quella che per secoli ha abitato questi luoghi: un insediamento che risale almeno al XIV secolo, e il desiderio è quello di farlo rivivere con lo stesso spirito di vita ordinaria e rurale.
I servizi previsti sono diversi: 22 posti letto destinati al turismo lento e consapevole, un’accoglienza sociale diurna e residenziale per persone in difficoltà – tra cui anche alcuni ragazzi oggi seguiti nel centro di Collecchio gestito da Giovanni e dalla moglie – e attività agricole legate alla coltivazione e alla trasformazione dei prodotti della terra. L’edificio centrale, il più grande e caratteristico, sarà destinato al “Refettorio Comune”: uno spazio in cui la comunità potrà condividere i pasti quotidiani e dove anche visitatori e ospiti potranno sedersi a tavola, in uno spirito di sobrietà e condivisione. Non sarà un ristorante, ma un luogo dove sperimentare una forma autentica di vita collettiva, ispirata a modelli come quello della comunità di Bose, dove l’ospitalità è parte integrante della quotidianità.
Sempre nello stesso edificio sorgerà un laboratorio per la trasformazione e la panificazione, a fianco di orti e coltivazioni che sosterranno l’autonomia alimentare e l’attività agricola della comunità. Infine, uno degli aspetti fondamentali sarà la cura di una dimensione più profonda dell’essere umano: quella spirituale. Pur senza riferimenti confessionali rigidi, la comunità si ispirerà a valori di matrice cristiana, non per definirsi esclusiva, ma perché è da quella tradizione culturale e spirituale che noi veniamo. Sarà però una comunità aperta, accogliente verso ogni religione, provenienza e condizione sociale: tra i futuri abitanti è previsto anche un ragazzo musulmano, a testimonianza di un’apertura autentica e inclusiva. L’importante è non dimenticare di coltivare anche quella parte profonda che ci rende umani.
A completare il progetto ci sarà anche una biblioteca, il prossimo edificio su cui la comunità metterà mano. Sarà uno spazio dedicato alla formazione, alla riflessione e alla coltivazione di quella dimensione più profonda dell’essere umano, accanto a una piccola cappella riservata alla preghiera e al raccoglimento.
Vivere in comunità non è sempre semplice: sono valori che con il passare del tempo abbiamo perduto
Sappiamo bene che la vita comunitaria, dalla famiglia alle esperienze più strutturate, non è mai semplice, ma siamo convinti che, se si compiono i passi giusti fin dall’inizio e si fanno scelte ponderate, molte difficoltà si possono superare. Per questo, accanto all’agire concreto, si pone grande attenzione anche alla formazione personale e collettiva, cercando di evitare il rischio di autoreferenzialità o chiusure, derive in cui spesso le comunità possono inciampare.
L’intento non è quello di fuggire dal mondo o di costruire qualcosa di straordinario. Al contrario, il progetto vuole essere profondamente ordinario. Non stiamo inventando nulla. Stiamo solo cercando di riscoprire ciò che ogni vera comunità porta con sé da sempre: accoglienza, attenzione al bene comune, rispetto dell’ambiente, solidarietà autentica. Un’ispirazione che nasce anche dal ricordo delle comunità di un tempo: io vengo da Gaiano, e ricordo com’era il paese cinquant’anni fa, quando ero bambino. C’era vicinanza, si affrontavano insieme i problemi. Oggi è tutto cambiato, anche nelle comunità parrocchiali. Ecco, il nostro desiderio non è quello di costruire qualcosa di nuovo, ma di tornare a vivere in modo autentico ciò che un tempo era normale.




A che punto è il progetto di riqualificazione?
Il progetto ha già preso forma concreta: tre edifici sono stati destinati a usi specifici. In uno ci sono due appartamenti residenziali, in un altro sette posti letto per l’accoglienza turistica, mentre il terzo ospita un grande salone comune di circa 100 metri quadrati, luminoso e accogliente. Sarà il cuore pulsante della vita collettiva: uno spazio di incontro, condivisione e bellezza. Gli edifici sono ormai ultimati. Anche la piazzetta centrale del borgo è stata completata, trasformandosi in un piccolo gioiello.
Un risultato reso possibile grazie alla generosità di tante persone e realtà del territorio. Alcuni hanno donato materiali, altre aziende ci hanno sostenuto, così come la Fondazione MUNUS, che ci ha dato una mano concreta. Ma la ristrutturazione ce la siamo caricata sulle spalle noi. L’avvio dei lavori è stato reso possibile grazie a un bando vinto nell’ambito del PNRR, che ha fornito la spinta iniziale. Da lì in avanti, il cantiere è diventato un vero e proprio laboratorio comunitario. Abbiamo lavorato insieme ai ragazzi che accogliamo, sia a Collecchio sia qui a Case Sottane. Alcuni erano in percorsi di inserimento, altri dovevano svolgere ore di lavori socialmente utili. È stata un’esperienza davvero bella e significativa. Due degli appartamenti residenziali sono ormai quasi pronti. Li mostreremo ufficialmente durante la festa annuale di Case Sottane, in programma il primo weekend di settembre, sabato 6 e domenica 7. Sarà un momento importante, in cui potremo aprire le porte e far vedere come il sogno sta diventando realtà.



Una domanda sorge spontanea: vivere a Case Sottane quanto è comodo anche solo per fare la spesa?
In realtà è più semplice di quanto si possa pensare. Il centro urbano più vicino è Borgotaro, il più importante della Val Taro, che dista solo quindici minuti in auto dal borgo. È abbastanza comodo. Ciononostante, l’obiettivo è costruire anche sotto questo aspetto una modalità di vita più comunitaria e sostenibile. Per quanto riguarda l’approvvigionamento alimentare, cercheremo di coltivare il più possibile direttamente. Vogliamo lavorare insieme, in modo condiviso, anche su questo fronte. Un supporto concreto è arrivato dalla Facoltà di Agraria dell’Università Cattolica di Piacenza. Con il professor Gabriele Canali è stato realizzato uno studio agronomico e un business plan per individuare le colture più adatte e sostenibili per questo territorio. L’idea è quella di puntare su un’agricoltura che sia utile sia sul piano ambientale che su quello del sostentamento della comunità.
L’organizzazione interna sarà ispirata a criteri di equità e sobrietà. Chi vivrà a Case Sottane non pagherà né affitto né utenze. Nessuno sarà proprietario dello spazio che occupa, perché il concetto di possesso qui non trova posto. Anche per questo stiamo valutando la possibilità di acquistare l’intero borgo, non come singoli, ma attraverso la creazione di un soggetto giuridico collettivo – probabilmente una fondazione – che possa custodire questo bene per il futuro, in linea con lo spirito del progetto.
Le istituzioni vi hanno sostenuto in questo progetto?
L’amministrazione comunale di Borgotaro ci è stata molto vicina fin dall’inizio. Il sindaco, così come gli assessori, hanno mostrato sincera attenzione e una reale sintonia con il nostro progetto. È una vicinanza che sentiamo forte, che ci dà fiducia e ci fa ben sperare. Stiamo riflettendo se mantenere la forma associativa o costituire eventualmente una fondazione. L’idea della cooperativa di comunità è stata proposta, anche per volontà di alcune figure politiche, ma al momento non è la direzione che vogliamo prendere.
Il sostegno arriva anche da livelli istituzionali più ampi: la Regione Emilia-Romagna ci ha supportato molto. In particolare, sentiamo la vicinanza dell’assessora e vicepresidente Barbara Lori, così come del consigliere regionale Matteo Daffadà. Anche Fondazione MUNUS – già citata per il suo contributo concreto – è per noi una realtà preziosa, fondamentale per questo cammino.

Esperienze come questa possono diventare un modello?
Noi non stiamo inventando nulla. Stiamo solo provando a riscoprire qualcosa che le comunità hanno sempre avuto dentro di sé. L’idea che luoghi lasciati indietro possano tornare a vivere, non come cartoline turistiche, ma come spazi autentici di vita condivisa, è un sogno possibile. E se Case Sottane può raccontare qualcosa in questo senso, allora forse vale davvero la pena crederci.
Quindi, assolutamente sì. Anzi, secondo me è l’unica vera ricetta percorribile. Lo dico per esperienza diretta: sono otto anni che lavoriamo su Case Sottane, ma abbiamo anche condotto un’esperienza simile in un altro posto meraviglioso che io amo profondamente: Castelcorniglio, in Val Pessola. La cosa più importante, sempre, è la risorsa umana. Quando si sceglie di affrontare un progetto di questo tipo, che ha l’ambizione di ricomporre una comunità, di riabitare un luogo disabitato, bisogna ricordare che tutto parte dalle persone. C’è ovviamente una funzione ambientale, legata alla cura della montagna, alla tutela del paesaggio, alla rigenerazione… ma nulla di tutto questo può funzionare senza una base umana solida.
Subito dopo viene la risorsa economica. Ma mai invertire l’ordine. Se metti davanti i soldi e dietro le persone, il progetto fallisce. Lo abbiamo visto succedere tante volte: borghi perfettamente ristrutturati, finanziamenti anche importanti… ma poi restano vuoti. E sai perché? Perché manca la vita. Ci vogliono persone che scelgono di abitare quei luoghi. Non bastano una o due famiglie. A Case Sottane, per esempio, ci sono nove edifici: perché il borgo abbia senso, dovranno viverci almeno dieci o dodici persone in modo stabile, con servizi, con una vita quotidiana ordinaria, non straordinaria. Solo così si genera una comunità vera, non un esperimento sociale isolato.
E i ragazzi che fanno parte della vostra comunità come vivono l’idea di trasferirsi in Appennino?
Dipende. Alcuni, come un ragazzo di 15 anni che fa parte del nostro gruppo, sarebbero entusiasti, non vedono l’ora. Altri fanno più fatica, qualcuno non è ancora del tutto consapevole. Ma anche lì, non sarà solo il “vivere su” a fare la differenza, quanto il come si vive: la relazione, la comunità, il senso di appartenenza. Faccio un esempio: oggi ero su con un ragazzo autistico, dolcissimo, e quando lui è a Case Sottane è felice, lo vedi. Vivrebbe lì ogni giorno. Per lui non è tanto una questione razionale: è che quel luogo, quelle persone, lo fanno stare bene. E questo, secondo me, è anche il potere della montagna. La montagna ha qualcosa in più. Non so spiegarlo esattamente, forse è qualcosa che tocca corde profonde, ma lo percepisco chiaramente. Favorisce il silenzio, la riflessione, la semplicità. E forse è per questo che aiuta a far nascere comunità vere.

