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La realizzazione dei Centri di Assistenza Urgenza (CAU) sarebbe in teoria una misura efficace. Ma, ad oggi, pone ancora difficoltà gestionali. A Parma il triage unico per pronto soccorso e CAU porta a una sovrapposizione di personale afferenti a due diverse strutture mentre nelle zone decentrate è importante che le strutture siano dotate di strumenti di diagnostica. Il rischio, in caso contrario, è creare maggiori disagi a pazienti e operatori”. Lo ha detto il consigliere regionale della Lega Emiliano Occhi a margine dell’informativa dell’assessore regionale alle Politiche per la Salute Raffaele Donini sui Centri di assistenza e Urgenza.

Al Maggiore di Parma pronto soccorso e CAU sono ricompresi nella stessa struttura e il triage viene effettuato dal personale del pronto soccorso, che afferisce all’azienda ospedaliera universitaria, mentre il CAU è in capo all’AUSL. Una combinazione di servizi e personale legata anche all’endemica carenza di risorse umane del sistema sanitario, che sta provocando non poche problematiche agli operatori, che denunciano un momento di grande difficoltà. Occorrerebbero certamente operatori dedicati e un percorso dedicato” ha spiegato l’esponente del Carroccio, passando poi a parlare della provincia: “A Fornovo sono gli infermieri dell’emergenza territoriale a gestire il Cau mentre a Vaio questi sono chiamati a coprire i turni degli infermieri che sono di turno al Cau”.

E ancora l’importanza della dotazione delle strutture: “Nelle zone decentrate è importante che i CAU siano dotati, almeno di ecografi e di elettrocardiografi, per fornire al paziente una prima indicazione diagnostica. In assenza di tali strumenti ci troveremmo davanti a guardie mediche parzialmente potenziate che non risolverebbero il problema del sovraffollamento della struttura dell’hub centrale. L’idea, invece, è quella di dare un’alternativa, a breve distanza, ai pazienti delle zone decentrate” ha aggiunto, smorzando “i facili entusiasmi della Regione, che annuncia con soddisfazione che grazie ai CAU si è ottenuta una riduzione del 6% degli accessi ai PS. Dimentica però che non ci si può basare su dei numeri per giudicare un servizio di presa in carico dei pazienti. Donini ha lasciato in secondo piano un dato importante: il 17% dei pazienti che si recano nei Centri Assistenza Urgenza non viene rimandato presso il proprio domicilio con il percorso clinico concluso. Ciò significa che tra rimbalzi sui Pronto Soccorso più vicini, esami specialistici da effettuare presso altre strutture e rinunce, una fetta importante dell’utenza non trova risposte presso queste strutture, con un disagio legato al trasferimento, spesso effettuato in autonomia, e a un sovraccarico su quei Pronto Soccorso restati operativi”.

Occhi ha poi concluso: “Restiamo dell’idea che sarebbe stato opportuno aprire strutture in grado di intercettare i casi meno complessi accanto ai Pronto Soccorso esistenti, con una sinergia vera e propria, ma evitando le sovrapposizioni che stanno mettendo in difficoltà gli operatori del Maggiore. Oggi, invece, vediamo molta confusione, tra rimpalli, impiego dei mezzi del 118 per trasferire i pazienti non uniforme su tutto il territorio, andando così a sottrarre mezzi dal territorio, difformità con servizi H24 e altri H12. Insomma, quella riorganizzazione che doveva salvare il nostro sistema dell’emergenza-urgenza è ancora in alto mare”.