La Certosa di Parma: alla scoperta dell'Italia di Stendhal
Credit: Andrea Chierici (Flickr)

Il 23 gennaio 1783, esattamente 240 anni fa, nasceva a Grenoble Henry Beyle, uomo destinato a diventare uno dei migliori interpreti del romanzo europeo d’inizio Ottocento, conosciuto con lo pseudonimo di Stendhal. Francese di nascita ma italiano d’elezione, l’autore de ‘Il rosso e il nero’ cadde vittima del fascino del Bel Paese, ch’ebbe modo di conoscere tra il 1800 e il 1802 come sottotenente dei dragoni al seguito di Napoleone. Tornò a viverci dopo la caduta di Bonaparte, risiedendo a Milano fino al 1821, e poi ancora nel 1830, quando fu nominato console di Civitavecchia, approfittandone per recarsi frequentemente a Roma. Nello spirito del Grand tour visitò Napoli, Pompei ed Ercolano, ma la sua vera patria d’adozione fu l’Italia centrosettentrionale: Firenze, Bologna, Modena, Parma… Ma soprattutto Milano, la città prediletta, tanto che volle che la propria lapide recitasse ‘Arrigo Beyle, milanese’.

Non è dunque un caso che lo Stivale fornisca l’ambientazione ideale per molte delle opere del romanziere. Tra tutte, il suo capolavoro la ‘Certosa di Parma (1839), un vero viaggio nell’Italia di Stendhal. Scritto in soli 53 giorni mentre l’autore si trovava a Parigi, sullo sfondo del capoluogo emiliano il romanzo segue le vicende del nobile Fabrizio del Dongo, entusiasta ammiratore di Napoleone ma nato troppo tardi per conoscere il tempo dell’eroismo. Teso verso l’ideale di una vita intensa, all’appassionata ricerca dell’amore e della felicità, ma costretto a fare i conti con la realtà della Restaurazione italiana, il giovane eroe si ritira infine sconfitto nella certosa di Parma, dove nel silenzio si consuma il suo tragico epilogo.

Il luogo che dà il titolo all’opera fa così la sua comparsa solo all’ultima pagina. La maggioranza degli storici concorda che a ispirare Stendhal non fu quella che oggi conosciamo come la Certosa di Parma, intitolata a San Girolamo, ma piuttosto quella di Paradigna, l’abbazia di Valserena situata nella periferia settentrionale della città. A onor del vero, anche quest’ultima sembra prestare al romanzo quasi esclusivamente il proprio nome. In effetti, Balzac, altro grande romanziere francese dell’epoca, chiosa che il principato parmense descritto da Stendhal sia da identificare piuttosto col ducato di Modena. Inoltre, il carcere in cui viene imprigionato a un certo punto Fabrizio ricorda molto di più Castel Sant’Angelo che non la Cittadella di Parma ove la scena è ambientata. Quella stendhaliana sembra dunque più una rielaborazione fantastica che non un’istantanea storicamente accurata della città. Come giustificare questa Parma immaginata per uno dei precursori del romanzo realista francese come Stendhal?

Viaggio in Stendhalie

L’aderenza al vero di vicende e costumi contemporanei è una caratteristica ascrivibile ai romanzi stendhaliani. La ‘Certosa’ offre infatti una visione totale e anche critica di una società perfettamente calata nel periodo storico della Restaurazione, con un’aristocrazia disincantata e nostalgica della gloria dell’Ancien Régime, cui fa da contraltare una borghesia emergente ma cinica, accompagnata da un mondo ecclesiastico che si impone come principale via di affermazione personale. D’altro canto, nelle parole di Alberto Moravia, con questo romanzo Stendhal pecca di un certo “esotismo”, accecato in qualche modo dall’idea che lui stesso si era fatto dell’Italia e degli Italiani.

Ciò che strega lo scrittore è la “passione italiana”, che esige di essere soddisfatta rinunciando a ogni tentativo ipocrita di far bella mostra di sé. Energia vitale e sentimenti dirompenti che spingono persino alla violenza omicida e a crimini efferati. Un’immagine del Bel Paese nutrita dall’esperienza biografica dell’autore, a cominciare dagli amori travolgenti e tormentati con diverse donne italiane, nobili, belle ed eroiche, e dai sanguinosi e passionali fatti di cronaca che informeranno la sua scrittura. Ma ancora prima, Stendhal conosce l’Italia attraverso la letteratura, e in particolare con Ariosto, che contribuisce a scolpire nella sua mente una versione idealizzata e romanzesca del Paese, per esempio coi propri paesaggi immaginari e i “luoghi ameni” – citati in epigrafe all’inizio della ‘Certosa’.

Generosità d’animo ed entusiasmo violento si riflettono dunque negli scritti dell’autore, e in particolare nel romanzo parmense. La ‘Certosa di Parma’ offre così uno specchio dell’Italia di Stendhal. Lo stesso stile “tutto movimento dell’opera – così caratterizzato da Moravia – è energico e svelto, tutto muscoli e nervi come il giovane protagonista, insieme al quale è animato da una pulsione dinamica. Questa è la cifra essenziale del mondo che lo scrittore Julien Gracq definì come “Stendhalie”, un “eremo sospeso al di là del tempo, non veramente situato, non veramente datato, un rifugio fatto per le domeniche della vita”. Un mondo che ospita un’Italia stendhaliana anziché storica, come la Parma ritratta nella ‘Certosa’. Un mondo vibrante dell’italianità appassionata che scorre nel sangue dello scrittore e nell’inchiostro della sua penna.

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