chiara tripaldi

Chiara Tripaldi, sceneggiatrice, documentarista, autrice. Dopo la laurea all’Università di Bologna, ha studiato alla New York Film Academy e lavorato a produzioni internazionali. In questa intervista si racconta alla nostra redazione.

Where everything started, ricorda il momento in cui ha deciso quale sarebbe stata la sua professione?

Non è facile dire qual è stato il momento in cui ho deciso quale sarebbe stata la mia professione “definitiva”. Ricordo però che ho saputo fin da bambina che il mio destino sarebbe stato nel mondo delle arti. Non ho mai sognato niente di diverso. Hai presente quando si chiede ai bambini cosa vogliono essere da grandi? Di solito la risposta varia dall’astronauta alla bidella (una mia amica lo disse veramente! ndr). Io rispondevo: la ballerina! Perché ero iscritta ai corsi di danza dall’età di 6 anni. Poi da un po’ più grande, rispondevo: l’attrice!, perché dal liceo per molti anni ho studiato teatro, persino in un’Accademia. La scrittura e il cinema sono arrivati un po’ dopo, in maniera definitiva, intorno ai 25 anni. Prima scrivevo articoli giornalistici, una passione che poi ho unito al cinema nel documentario. Poi ho fatto diverse cose, la copywriter per la pubblicità, la correttrice di bozze per l’editoria, volevo crearmi un “mestiere” che mi garantisse un po’ di stabilità. A 28 anni, mi sono illuminata, perché sentivo di non poter raccontare veramente le “mie” storie. Allora mi sono iscritta a un corso di sceneggiatura a Milano. Così è iniziato tutto.

Come si caratterizza il suo modo di lavorare, qual è la sua cifra stilistica?

Mi ritengo ancora in “ricerca”, in “fieri”. Ho una cifra stilistica mia, ma con l’esperienza è qualcosa che cresce, che si affina. Per lavorare, leggo molto ma soprattutto giro e osservo le persone, i luoghi pubblici, le città. Conosco, sperimento in prima persona le situazioni. Immagina quindi quanto per me il Covid sia difficile, a livello psicologico dico. Se sento una storia interessante, da un amico, su internet, cerco di capire come posso universalizzarla. Cosa può dire al pubblico una storia su una palestra di boxe nata e cresciuta nella gratuità e nell’accoglienza? È la metafora che unisce le diverse esperienze umane che mi interessa. Le mie “ossessioni” o meglio, il mio gusto, si risolve così, in quanto un aspetto dell’esistenza o un fatto accaduto deve parlarmi dell’umano in generale per interessarmi.

Immagino anche tanto cinema da spettatrice, esiste una sorta di suo “Buen retiro” cinematografico? 

Sono una grande consumatrice di cinema fin da bambina, grazie a mio padre che, da appassionato, collezionava i film in vhs in uscita con l’Unità. La casa dei miei genitori è stato il mio primo “buen retiro”. Seduta sul pavimento in mezzo alle loro due poltrone, ho assorbito precocemente tantissimo cinema italiano e straniero. Ricordo Novecento; ricordo C’era una volta in America visti con l’occhio vigile di mia madre che mi copriva nelle scene più crude. Prima della pandemia, ci sono stati dei cinema che per me erano una tappa fissa: il cinema Mascarella negli anni universitari, con i suoi film a 3 euro ogni lunedì, il cinema Aquila a Roma, entrambi a pochi minuti da casa, entrambi protagonisti di tante visioni in solitaria e non.

Il suo lavoro la porta senz’altro a viaggiare moltissimo, c’è una città che più di altre le è rimasta impressa nella memoria?

E quanto mi manca ora! Ho sempre viaggiato, anche non per lavoro, o almeno, non consapevolmente. Ciò che metto nel mio lavoro è parte della mia esperienza in movimento. Non avessi vissuto luoghi e contesti diversi, avrei meno da dire. C’è un posto però che non riesco a scordarmi e a cui sento di appartenere, ed è New York. Ci sono stata la prima volta nel 2017, per i miei 30 anni, sebbene fosse un sogno fin da bambina. Allora mi attirava la dimensione “gigante” degli USA: edifici, macchine, porzioni di cibo. Da grande, volevo assorbirne la vibe culturale. Ne sono stata stregata: è da quella prima esperienza che desidero viverci per qualche anno. Ci sono tornata altre due volte, l’ultima, la più lunga, con una borsa di studio di Filmmaking alla New York Film Academy. Dovevo dare inizio alla ricerca di un lavoro lì, ma la pandemia ha sconvolto i piani. Ho intenzione di tornarci non appena sarà possibile, ma per ora posso dire che è la città più ispirante per un’artista. La sua offerta culturale e di divertimento, la sua quotidianità anche negli aspetti più sfiancanti, il melting pot di persone, l’assoluta libertà di essere chi vuoi sono gli elementi che amo di più di New York.

Ha lavorato a diversi livelli con grandi nomi del cinema e del documentario: c’è un episodio che ricorda in modo particolare?

Mi ritengo ancora un’esordiente, anche se di fatto ho avuto diverse esperienze a vari livelli. Ricordo in particolare un episodio: ero al missaggio di un cortometraggio di cui avevo fatto parte in produzione ed era venuto ad assistere a una sessione di montaggio Federico Savina, storico tecnico del suono e rumorista dei film di Dario Argento, Fellini, Antonioni, per citarne alcuni. Savina mi spiegò come funzionava la diffusione del suono nella scena di un film e la sua emissione all’esterno, citandomi film che erano nel mio olimpo e che lui aveva seguito personalmente (come Suspiria), facendomi capire per la prima volta l’importanza del suono nella grandezza di un lavoro cinematografico. È stata una grande lezione, ricevuta per caso.

Quanto è importante la musica nel suo lavoro, quanto nella sua vita?

La musica è per me importantissima. Ho sempre ascoltato tantissimo, fin da bambina. Amo soprattutto il soul, il funk, il gospel, il punk, il rap, l’elettronica e un certo cantautorato. Sono atipica, non amo moltissimo il rock in senso classico, piuttosto apprezzo il post rock. Ho cantato in un coro da adolescente e attualmente sto prendendo lezioni di canto individuali, insomma, mi piace fare esperienza, sempre, oltre che osservazione! Nel cinema, la musica a volte è stata così fondamentale per me da oscurare l’immagine. Ricordo il clacson de Il sorpasso diffondersi nel corridoio che collegava le stanze di casa, è una memoria indelebile di quel film.

Nel mio lavoro, immagino subito che tipo di musica vorrei associare a un’immagine o una scena scritta. Provo un genere, lo metto in cuffia e mentre guardo qualcosa che ho girato e scritto vedo in che modo “matchano”. A volte, da grande fan dell’isolamento nei miei pensieri, “visualizzo” la musica associata a un momento. Senza ascoltarla da un apparecchio esterno, risuona nella mia mente e amplifica le mie sensazioni del momento.

Cosa vuol dire, “fare documentario”?

Che domanda impegnativa! Non credo di essere la persona “entitled” per dirlo. Per quanto mi riguarda, fare documentario significa dare la propria lettura del reale. Un racconto oggettivo non esiste, è sempre mediato dall’autore: anche nel documentario di osservazione, l’occhio del documentarista cattura ciò che vuole. Significa anche, per me, immergersi talmente tanto in una determinata situazione da rendere labile il confine fra la “nostra” storia e quella che stiamo raccontando. È un processo catartico, ma difficile se si è persone empatiche. Un buon lavoro ti mette di fronte a sfide interiori, non solo artistiche.

Qual è il processo che la porta a immaginare la sceneggiatura?

La suggestione iniziale può essere davvero minima, davvero un lampo. Una frase ascoltata in una conversazione, una notizia letta distrattamente. Dopo, arriva il processo di studio: si legge e si guarda il possibile sull’argomento, si prendono appunti, si fa una scaletta. Il processo della scrittura è tecnico e non lascia la libertà di un romanzo, ma io ho sempre avuto una mente molto “cinematografica” per cui ho sempre visualizzato la scena nella mia mente prima di descriverla.

Presente a numerosi e importanti Festival, a quale è legata una suggestione in particolare?

Presente come spettatrice e accreditata, spero prima o poi in veste di candidata (con un film tutto mio, anche se mi è già capitato di partecipare con collaborazioni)! Il mio festival del cuore è senza dubbio Venezia: un microcosmo in cui per dieci giorni esiste solo il cinema, si parla solo dei film e le giornate sono scandite dalle file e dagli orari delle proiezioni (oltre che dalle pause spritz!). Ricordo, a 22 anni, da semplice spettatrice che sognava di andare al festival da professionista, l’attesa del red carpet di “A single Man”:  un fotografo arrampicato su una scala mi aveva spiegato quale fosse la posizione migliore per vedere passare un attore/regista e cogliere l’attimo con una foto. 

Quali i suoi impegni futuri?

Non è facile determinare il futuro in questa situazione, occorre solo crearselo, quanto più possibile. Il mio prossimo impegno è quello di continuare a fare ricerca sul campo e riprese per il mio nuovo documentario, “Controra”, un racconto della città di Taranto oltre il problema dell’Ilva e poi completare finalmente la post produzione del mio lavoro “Made in USA”, “Fighting America”.

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