Un anno fa il crollo; 43 le famiglie che aspettano ancora risposte: “Quanti altri Ponte Morandi dobbiamo aspettare ancora per averle?”

Ci sono date che rimangono impresse nella mente, indelebili. Sono piccole ferite che, inconsapevolmente ci portiamo appresso, anche se non ci hanno coinvolto direttamente. Il 14 agosto 2018 è una di quelle: ricordo perfettamente di aver appreso del crollo del Ponte Morandi mentre ero in automobile, diretta ad un pranzo tra amici. Avevo da poco spento il pc e mentre leggevo le prime notizie dal telefonino ho subito compreso la gravità della situazione. Le prima foto che arrivavano da Twitter erano spaventose, le agenzie di stampa cercavano di capire la dinamica e intanto si iniziava a fare la conta dei morti. Tanti, troppi.

Qualcosa si è bloccato: quello che doveva essere un pranzo spensierato è diventato improvvisamente triste. Dalla televisione della pizzeria arrivavano notizie in maniera ininterrotta: i telegiornali trasmettevano edizioni straordinarie senza sosta, raccontando quell’immane disastro. Prima si è iniziato a dare la colpa alla violenza del temporale, poi ad un fulmine che aveva distrutto i tiranti, poi – ancora – a qualcosa di imprevedibile. La realtà è che quel disastro prevedibile probabilmente lo era ed è proprio per questo che, insieme a quel Ponte, non è crollata solo Genova ma l’Italia intera.

Ad un anno di distanza ci sono ancora famiglie che aspettano di sapere il motivo per cui i loro padri, figli, sorelle, nipoti hanno perso la vita. Vivranno abbastanza per saperlo? Per dare almeno una giustificazione – per quanto di giustificazione si possa parlare – a quanto accaduto? Per trovare una risposta ai tanti interrogativi? Probabilmente no. Ed è anche questo che ci fa essere un po’ come le macerie di quel Ponte: grandi parole, grandi progetti, autorità ed istituzioni presenti alle commemorazioni servono a poco se poi non ci sono i fatti. Se non ci sono risposte. Perchè è di questo che abbiamo bisogno.

Sopra e sotto quel viadotto c’era l’Italia intera. Chi si doveva occupare della manutenzione lo ha fatto nel modo corretto? Ha rispettato i tempi? Ha fatto tutto quello che era necessario? Non lo sappiamo. Così come non sappiamo se – con una manutenzione efficace, costante e precisa – si sarebbe potuto evitare il disastro. I monconi del Ponte stanno per essere analizzati in Svizzera, ma già si parla di cavi corrosi e di problemi strutturali, peraltro già evidenziati nei primi anni dopo la costruzione e probabilmente dovuti alla brezza marina e ai fumi corrosivi delle acciaierie. Già nel 2006 l’architetto spagnolo Santiago Calatrava ne aveva proposto la demolizione e la sostituzione con una struttura in acciaio, ma il suo progetto venne rifiutato. Nel 2008, proprio nel pilone 11, erano già visibili cavi metallici a rinforzo degli stalli. Ripeto: servono risposte. Quanti altri Ponte Morandi dobbiamo aspettare ancora, per averle?

© riproduzione riservata