Voci dall’Appennino, le ‘Selvatiche’: “Ripensare la montagna, tra radici e futuro”

“Non si tratta di salvare la montagna, ma di farla crescere dando nuove prospettive a livello lavorativo”

Voci dall'Appennino, le 'Selvatiche': "Ripensare la montagna, tra radici e futuro"

Negli ultimi anni, molte zone montane dell’Appennino parmense stanno affrontando una lenta, ma inesorabile perdita di abitanti. Sempre più giovani scelgono di trasferirsi verso le città, attratti da opportunità lavorative e da una rete di servizi più efficiente. I comuni montani, spesso penalizzati da collegamenti pubblici insufficienti, dalla carenza di strutture sanitarie adeguate e da una generale mancanza di infrastrutture, faticano a trattenere la popolazione. Tuttavia, in questo scenario critico, emergono segnali di rinascita. Alcuni comuni, come Bedonia, Monchio e Tizzano Val Parma, stanno vivendo un’inversione di tendenza. Qui si stanno insediando nuove famiglie provenienti dalle aree urbane, attratte da uno stile di vita più sostenibile. Si moltiplicano le iniziative culturali, i festival, i laboratori artigianali e le attività legate al turismo lento e alla valorizzazione del territorio e dei prodotti che offre. Questo cambiamento rappresenta una speranza concreta per le terre alte: un ritorno alle radici che non è regressione, ma scelta consapevole verso un futuro più equilibrato e rispettoso del territorio.

Tra le iniziative di valorizzazione del territorio spicca la Cooperativa Selvatiche, presso Monchio, fondata da cinque donne che, unite da un rapporto di fiducia reciproca, hanno deciso di realizzare tale progetto. Si tratta di Mariapia Mavilla, Elena Siffredi Duranti, Alessandra Boraschi, Mara Tassi e Monica Malmassari. L’idea è nata a settembre scorso con l’intenzione di dare valore a tutti i prodotti che nascono spontaneamente nel territorio, come le castagne o i funghi, per poi prendere avvio nel mese di maggio. Il 21 giugno, invece, in piazza Cabone’ a Monchio si è tenuta l’inaugurazione.


Come è nata l’idea di creare una cooperativa? Come avete scelto il nome?

É una cooperativa di comunità, formata da cinque donne come socie fondatrici. E’ nata a Monchio l’otto di maggio. Nasce non tanto per fornire a noi di che vivere, dato che svolgiamo tutte degli altri lavori, ma più per fornire ai nostri figli e ai figli della gente che vive qua, una nuova prospettiva di lavoro, ma anche di vita. L’idea del nome deriva dal concetto di donna selvatica che è qualcosa che ci piace molto. Questa idea ci rappresenta e, oltretutto, i nostri prodotti sono tutti selvatici: castagne, funghi, frutti di bosco.

Come vi siete conosciute e cosa vi ha portato a collaborare per il progetto Selvatiche? 

Ci conoscevamo già tutte, a parte io e Mariapia  – afferma, Elena Siffredi Duranti. Per il resto, ci conoscevamo già tutte perché comunque qui è una piccola comunità e quindi tutti ci conoscono e si conoscono tra loro. Ciò che ci ha spinto a collaborare è la fiducia reciproca e il fatto di far parte della stessa comunità. Man mano che il progetto è stato sviluppato, a me e ad Alessandra, è parso naturale coinvolgere queste altre tre donne perché in questo modo si completa perfettamente tutto il nostro progetto, ecco. Ognuna di noi ha qualche capacità che le altre non hanno e così ci andiamo a compensare.

Qual è l’obiettivo della cooperativa?

Come tutte le cooperative di comunità l’obiettivo finale è far crescere la comunità. Le cooperative di comunità nascono sempre in queste zone definite difficili, marginali proprio per migliorare tali situazioni che ci sono e per dare nuove opportunità a queste piccole realtà di montagna o di paese, spesso non al centro di grandi reti di comunicazione. Per quanto ci riguarda, per il momento – perché siamo aperte a nuove possibilità – si parte da una valorizzazione dei prodotti del bosco e sottobosco.

 Quali attività svolgete di solito?

E’ un tipo di lavoro stagionale, quindi ci sono dei periodi più statici in cui ci dedicheremo semplicemente alla valorizzazione dei prodotti; e dei periodi intensissimi come da settembre a dicembre in cui ci sono i funghi e le castagne. Quindi: ci sono funghi da raccogliere, da selezionare, da essiccare e da rivendere; le castagne anch’esse da raccogliere. Ci sarà da ripristinare l’essiccatoio per produrre la farina di castagne in maniera tradizionale per 40 giorni, per cui per 40 giorni, oltre a raccogliere le castagne, dovremo anche tenere vivo il fuoco nell’essiccatoio. Poi, le castagne andranno pulite e portate a macinare.

L’idea di comunità che significato ha per voi e che significato assume per il territorio dell’appennino?

La comunità è la base della vita dell’appennino. Non è una terra semplice e quindi la gente si è sempre riunita in comunità. Storicamente, in questi piccoli paesi, il senso di comunità è sempre stato molto forte. Per esempio, qui c’erano le veglie. In inverno, la gente, andava nelle stalle – dove era più caldo – si riscaldavano e si raccontavano le storie. Con la vita più moderna e frenetica questa cosa è stata persa, ma ritorna in situazioni come la nostra. Lo stiamo vedendo anche noi perché, nelle cooperative di comunità, oltre alle socie fondatrici, ci sono anche i soci sovventori. Tante persone ci stanno appoggiando come soci sovventori e ciò vuol dire che c’è una volontà da parte non solo nostra, ma di tutta la comunità, di fare qualcosa di diverso per questa montagna. Non si tratta di salvare la montagna, però, ma di far crescere la montagna dando nuove prospettive a livello lavorativo, ma anche di ideologia, che è una cosa necessaria.

La vostra cooperativa può essere un modello per contrastare il fenomeno dello spopolamento che, negli ultimi anni, si sta verificando nel territorio dell’appennino parmense?

Sicuramente. Noi siamo appena nate, ma ci sono tante cooperative di comunità che stanno facendo veramente delle grandi cose. Cerchiamo, pian piano, anche noi di diventare come loro, di essere un modello, ma non solo, perché il modello può essere anche fine a se stesso e non creare niente. La nostra potrà dare lavoro anche a tutti quei ragazzini che altrimenti potrebbero andare via. Essendo in pochi qua non è che ci siano delle grandi opportunità lavorative, e invece in questo modo possono essere fornite. Noi potremmo offrire anche delle opportunità di tirocinio per questi ragazzi e poi anche delle opportunità lavorative future. Abbiamo, quindi, creato questa cooperativa anche per far capire che la montagna è ancora viva, vivissima e che ha tantissime potenzialità.

Quali sono i vostri progetti futuri? Avete in mente qualche collaborazione con altre realtà del territorio?

Assolutamente sì. E’ fondamentale la collaborazione con altre realtà del territorio, siamo già entrate in sinergia perché qui lavoriamo tutti insieme. La collaborazione è la base di tutto.


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