Covid, la dott.ssa Majori:

Recentissimi studi informano che la metà delle persone asintomatiche positive al nuovo coronavirus presentano alterazioni radiologiche dall’incerto significato clinico. A renderlo noto è Maria Majori, direttrice della struttura complessa di Pneumologia ed endoscopia toracica dell’Ospedale Maggiore di Parma, in un’intervista rilasciata alla nostra Redazione sui possibili danni permanenti causati dal Covid-19. Anche le persone asintomatiche, quindi, possono contrarre una forma di polmonite, molto più lieve di chi presenta complicazioni cliniche, ed evidenziare ugualmente tracce della malattia.

Aspetto, quest’ultimo, che richiede ancora molta attenzione dal punto di vista della prevenzione. Da qui, “l’importanza cruciale dell’identificazione, tracciamento e isolamento dei soggetti asintomatici“, fa sapere la Dottoressa Majori. Ma anche il comportamento e la responsabilità individuale che ognuno dovrebbe avere per limitare le possibilità di contagio, attraverso il “distanziamento sociale, l’utilizzo della mascherina nei luoghi chiusi e una corretta igiene delle mani”. Attenzione che va mantenuta alta, anche e soprattutto perché il quadro clinico di chi ha contratto la malattia è ancora molto incerto. A partire dalla possibilità che a riscontrare possibili danni permanenti ai polmoni, o ad altri organi, “siano coloro che hanno sviluppato le forme più gravi di malattia“, specifica la Direttrice della Pneumologia di Parma.

Circa un mese fa la Società Italiana di Pneumologia ha ipotizzato un preoccupante scenario in cui il 30% dei pazienti guariti dal nuovo coronavirus rischierebbe di sviluppare danni irreversibili ai polmoni. Ci può spiegare questa analisi?

L’ipotesi si basa sul riscontro di analogie fra il reperto TAC della polmonite da SARS-Cov-2 e alterazioni radiologiche riscontrate nella SARS nel 2003 che si dimostrarono predittive di evoluzione fibrosante, però, per trarre conclusioni ed è necessario effettuare valutazioni nel tempo per confermare o meno questa ipotesi. Potremo avere un’idea più precisa a 6-9 mesi di distanza dall’episodio acuto.

Le più recenti evidenze scientifiche suggeriscono, infatti, che i pazienti più a rischio siano coloro che hanno sviluppato le forme più gravi di malattia (persone anziane e/o affette da fattori predisponenti quali ipertensione, problemi cardiaci, diabete, immunodepressione) e alcuni di essi sono ancora ricoverati presso reparti di cure sub-intensive. La previsione del 30% è, quindi, un dato presuntivo.

Se la polmonite dovesse evolvere in fibrosi cosa comporterebbe per il paziente?

Una diminuzione della funzionalità respiratoria per riduzione dei volumi polmonari e della capacità di ossigenazione del sangue con inevitabili conseguenze sull’intero organismo e sulla qualità di vita del paziente.

Come si cura la fibrosi?

Esistono farmaci anti-infiammatori e anti-fibrotici efficaci nel miglioramento e nella prevenzione del declino della funzionalità respiratoria nei pazienti affetti; la diagnosi precoce è uno degli interventi terapeutici più efficaci donde l’importanza di monitorare i soggetti a rischio di evoluzione fibrosante per individuare e quindi trattare tempestivamente questa complicanza.

Le persone positive ma asintomatiche potrebbero aver sviluppato una polmonite?

Una recentissima meta-analisi ha documentato che più della metà dei soggetti asintomatici possono essere portatori di alterazioni radiologiche il cui significato clinico è ancora incerto e da chiarire con ulteriori studi. Più frequentemente si tratta di adulti rispetto a soggetti in età giovanile.

Cosa significa?

Come gli altri soggetti asintomatici (circa il 20% dei soggetti COVID-19 positivi) possono essere contagiosi e costituire, quindi, una potenziale fonte di diffusione della malattia. Ne deriva l’importanza cruciale dell’identificazione, tracciamento e isolamento dei soggetti asintomatici e di ciò che ciascuno di noi può fare per proteggersi dal contagio: distanziamento sociale, utilizzo della mascherina nei luoghi chiusi e igiene delle mani.

Attualmente esiste un iter di controllo a cui sono sottoposti i pazienti guariti dal Covid-19?

Dal mese di maggio è al lavoro un gruppo multidisciplinare interaziendale (AOU e AUSL) per la messa a punto del percorso più idoneo per i pazienti che sono stati colpiti dalla pandemia. In primis per la presa in carico dei pazienti ancora sintomatici a distanza di tempo dall’evento acuto, indi per i pazienti dimessi con terapie da rivalutare (es. ossigenoterapia) e per tutti coloro che nel tempo dovranno essere monitorati relativamente alla possibilità di evoluzione fibrosante della malattia.

Cosa ha cambiato il Covid a livello operativo e quando si potrà tornare ad una situazione di normalità?

L’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma è sempre riuscita a garantire, anche durante il periodo di picco della pandemia, le prestazioni urgenti e i percorsi oncologici. In linea, però, con la realtà nazionale che documenta un dimezzamento (52%) delle nuove diagnosi di tumore, mentre si è triplicata la mortalità per infarto, molti pazienti, per la paura del contagio, hanno posticipato l’accesso alla struttura ospedaliera.

Da circa un mese la situazione sta tornando alla normalità seppure con misure di sicurezza molto stringenti che impongono una tempistica differente nell’esecuzione delle prestazioni.

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