Coronavirus, rivolte nelle carceri:

C’è chi ha parlato in questi giorni di Caporetto dell’amministrazione penitenziaria per una violenza che non si vedeva dagli anni ’70, sezioni devastate per incendi, detenuti arrampicati sui tetti degli istituti carcerari, evasioni, 13 decessi nelle carceri da Modena a Foggia, agenti feriti, familiari fuori dalle mura a protestare, ma resta il dato oggettivo che c’è voluto il Corona virus per mettere a nudo la fragilità della società e dell’amministrazione dello Stato, soprattutto quello del sistema penitenziario. Si dice che sia partito tutto dalla notizia dello stop dei colloqui con i familiari e dei permessi premio per far fronte all’emergenza, dalla paura di un contagio di massa tra detenuti, che nella psicosi di cui è attraversata la società libera in queste settimane, nelle carceri è amplificata, viste la fragilità del sistema sanitario dei penitenziari e il sovraffollamento.

O forse sono sistemi più profondi, un avviso di rivolta perfetto dato in pasto al caos per avanzare richieste? Indubbiamente non ha funzionato la comunicazione per la gestione dell’epidemia in carcere, e come in una epidemia i focolai sono scoppiati contagiando istituti penitenziari da nord a sud, e lo Stato è l’unico assente, anche e tuttora nelle risposte del Ministro in aula. Prima il temporeggiare, poi la scarsa comunicazione, infine la contraddizione dei decreti, le circolari interpretative e le bozze che si susseguono per quegli stessi zoppi decreti, apertura per misure alternative o chiusura? Pene per i rivoltosi o accondiscendenza? Per chi crede nella certezza della pena è inetto chi parla di estensione della detenzione domiciliare, eretico chi invoca amnistie e indulti in questi termini, soprattutto in un periodo in cui lo Stato tenta di contenere il contagio e ci chiede di essere tutti un po “ristretti”.

Si ha il dovere di rendere sicuri i detenuti, di facilitare le chiamate per compensare il divieto dei colloqui, ma non di regalare percorsi agevolati nel bel mezzo di un’epidemia. L’unica certezza è l’obbligo che abbiamo di sostenere i lavoratori del sistema penitenziario, anche del nostro territorio, che da tempo patiscono situazioni di degrado e carenza di organico del personale, sperando che lo Stato capisca che deve esserci anche per la società ristretta, ma che punisca sempre chi fomenta violenza

Gaetana Russo, vice coordinatrice provinciale FDI