Asp Parma:

Il nuovo Coronavirus si è abbattuto sulle nostre vite come una calamità. Improvvisamente, con grande rapidità, cogliendoci per lo più impreparati. Tante le vite spezzate da questa nuova malattia, tanti i lutti incolmabili vissuti. Una delle categorie più colpite dal Covid è quella degli anziani. Dati alla mano, in Emilia Romagna un anziano su tre risultato positivo al Covid-19 ci ha lasciato. C’è chi l’ha definita una “strage silenziosa“, soprattutto nelle fase iniziale dell’emergenza, in cui il virus brulicava indisturbato nel tessuto urbano delle nostre città oltre che in quello organico delle persone.

Su ilParmense.net abbiamo affrontato in modo approfondito l’agonia che hanno affrontato le residenze per anziani in provincia di Parma proprio a causa del Coronavirus. Più che indicare i responsabili, in quell’indagine si è provato ad analizzare cosa abbia portato tali strutture ad avere un numero di decessi talmente elevato da annoverare Parma tra le prime quindici province per decessi nelle strutture d’accoglienza per anziani (Dati forniti dall’Istituto Superiore della Sanità).

Se in alcune realtà appare evidente che il virus si sia diffuso con maggiore facilità, è altrettanto chiaro che in altre abbia trovato un’opposizione più tenace. Nelle sei strutture gestite da Asp Parma il sistema sembra aver tenuto con discreta efficacia. Durante questi mesi non sono mancate le difficoltà, che Gianluca Borghi, amministratore unico della società dei servizi alla persona del Comune, ci ha raccontato. Insediatosi alla guida di Asp Parma il 30 gennaio 2020, non ha nemmeno avuto il tempo di ambientarsi.

Chiamato a fronteggiare una situazione economica traballante, Borghi – nato a Reggio Emilia, ex consigliere regionale dei Verdi, ex amministratore unico dell’Asp di Bologna ed ex consigliere di amministrazione di Iren Ambiente – nell’arco di breve tempo si è trovato nel mezzo di un’emergenza sanitaria senza precedenti.

Attualmente qual è la situazione nelle strutture gestite da Asp Parma?

L’impatto del Covid-19, che ha sconvolto le nostre strutture e le nostre attività, così come il nostro sistema di accoglienza, ha effetti che si devono ancora esaurire. Penso di poter dire, ad oggi, che il fuoco si stia affievolendo. In tutte le strutture gestite da Asp Parma ci sono decine di guarigioni. Cioè ospiti che da tamponi positivi sono poi stati riscontrati negativi. Essendo un’azienda pubblica abbiamo il dovere della trasparenza. All’interno delle sei strutture da noi gestite – una a Colorno e cinque a Parma – in due di queste siamo indenni sia da decessi sia da contagi. Su oltre 480 posti a nostra disposizione, abbiamo avuto all’incirca 40 decessi certificati Covid.

Oggi in due strutture ci sono solo ospiti negativi. Il processo di guarigione dal virus ha portato ad avere, in questo momento, poche unità di persone positive e in un numero limitato di strutture. Si tratta di due realtà – Colorno e Casa delle Tamerici a Parma – in cui ci sono ancora alcuni ospiti positivi. In totale, gli ospiti negativizzati di tutte le strutture sono stati circa 80. L’effettuazione di tamponi ci ha consentito di gestire la situazione una volta avute le linee guida dalla Regione.

Sulla base degli esiti, ad esempio, abbiamo isolato gli ospiti positivi da quelli negativi. Devo dire che si è trattato di un lavoro difficilissimo, che ha comportato un impegno significativo da parte degli operatori e dei responsabili delle strutture. In queste due strutture abbiamo individuato vere e proprie “zone rosse” all’interno dei locali, nelle quali gli operatori accedono con il massimo livello di protezione e di dispositivi di protezione individuale. Inutile negare che all’inizio dell’epidemia abbiamo affrontato la situzione in condizioni difficilissime: non avevamo dispositivi di protezione.

È in previsione uno studio sulla mortalità degli ospiti?

Noi stiamo lavorando affinché questi numeri vengano collegati con quella che è stata la mortalità in una serie storica di almeno cinque anni. Per loro stessa natura, all’interno della CRA esiste una dinamica di mortalità consolidata viste le caratteristiche degli utenti che le frequentano. Ovvero pazienti con patologie plurime e fragilissimi. Quindi questi numeri andranno messi in relazione con una lettura non solo quantitativa ma anche qualitativa.

Una delle critiche maggiori, mossa anche dai sindacati, è proprio l’assenza in struttura dei dispositivi di protezione individuale scoppiata l’emergenza. Anche voi avete avuto lo stesso problema?

Assolutamente sì. Non avevamo né dispositivi né protocolli. Non era questo un tema all’ordine del giorno. Le procedure di accreditamento, le verifiche a cadenza certa che vengono svolte all’interno delle strutture per determinare la qualità di ciò che è previsto, da questo punto di vista ci hanno colti totalmente impreparati. Avendo vissuto con altri colleghi che gestiscono strutture pubbliche questi tre mesi d’emergenza, nessuna di queste aziende aveva il materiale necessario. L’intero sistema però era chiaramente impreparato, se è vero che le prime mascherine arrivate andarono ai presidii ospedalieri. Ma ci dovrà essere il tempo in cui rifletteremo su questo.

Scoppiata la diffusione del Covid è mancato un chiaro protocollo da seguire. A suo avviso è stato un errore significativo?

Guardi, nessuno era preparato a questa emergenza. Appena ci è stato possibile noi abbiamo chiuso le strutture e non appena abbiamo avuto i DPI li abbiamo distribuiti. Quotidianamente abbiamo chiesto in modo pressante le mascherine tutti i soggetti preposti, che in un primo momento abbiamo anche reperito sul mercato. In questa fase non abbiamo lesinato alcun tipo di investimento, non ho mai negato alcun tipo di risorsa che potesse essere utile per garantire la sicurezza. Abbiamo reperito online e in farmacia i dispositivi necessari quandon non riuscivamo ad averli, le mascherine le abbiamo costruite con il cotone donatoci dal Teatro Regio. Il tema del protocollo non si è posto, abbiamo ricercato allo spasimo i materiali necessari.

La reperibilità dei dispositivi di protezione è stata particolarmente difficoltosa ad inizio epidemia. Si è concentrata troppo l’attenzione sul Sistema Ospedaliero e troppo poco sulle strutture socio sanitarie?

So che da parte di Ausl è stato fatto tutto il possibile. Anche il Sistema Ospedaliero è entrato in difficoltà. I dispositivi nel nostro Paese non c’erano e quindi non saprei sostanzialmente con chi prendermela. Per tanti motivi, una mancata produzione autoctona, il blocco di alcuni rifornimenti di questo materiale alle dogane, rende praticamente impossibile una sorta di resa dei conti. La condizione di difficoltà era quella che tutti i presidii vivevano. Noi avevamo poi anche altre fragilità: i tamponi per gli ospiti sono arrivati solo il 6 aprile; all’interno delle nostre struttre c’è una presenza temporalmente molto limitata di medici, perché le procedure di accreditamento prevedono questo.

Difficilmente potremo tornare ad una condizione precedente. Dovremo avere presidi sanitari più presenti, dovremo avere un miglior coordinamento: non sempre ho avuto la necessaria collaborazione dei medici presenti in struttura, e su questo sto facendo una relazione al direttore generale. Perché chiunque lavori in questa struttra deve collaborare all’interno di un percorso emergenziale senza che manchi responsabilità.

Che cosa intende per mancata collaborazione da parte dei medici?

È accaduto che in alcune giornate il medico non sia entrato in struttra. Questo non può più accadere.

Sono stati effettuati tamponi e test sierologici ad ospiti e dipendenti?

Sì, tutti gli ospiti sono stati sottoposti a tamponi e tutto il personale ha effettuato il test sierologico. Da questo punto di vista le cose sono andate piuttosto bene, appena vi erano dipendenti sintomatici abbiamo seguito quello che i protocolli d’igiene pubblica prevedevano. Dai test sono risultati positivi 36 dipendenti su un totale di circa 600 lavoratori. Attualmente sono una decina quelli ancora positivi.

Molte struttre sono entrate in difficoltà nel momento in cui si rendeva necessaria la quarantena dei dipendenti con sintomi da Covid-19. Ad Asp Parma com’è andata?

Asp Parma ha avuto picchi del 30-40% di personale assente nelle varie fasi dell’epidemia a causa di sintomatologie da Covid-19. Tuttavia, non abbiamo mai smesso di cercare personale nelle agenzie interinali e in tutti modi abbiamo cercato di sopperire anche con personale della Protezione Civile. In alcuni momenti abbiamo avuto punte di assenza del tutto comprensibili, perché non potevamo permetterci che persone con sintomi entrassero in struttra.

Com’è cambiato il lavoro di assistenza in questi mesi?

La mancata presenza dei famigliari, che spesso supportano nella somministrazione del pasto o della socializzazione; la chiusura di alcuni reparti; l’isituzione di “zone rosse”; la paura più che comprensibile dei dipendenti; la necessità di separare gli ospidi durante i pasti per evitare i rischi di contagio; tutto questo ha inevitabilmente cambiato la qualità dell’assistenza. Sappiamo però che dobbiamo tornare al più presto alla normalità: Asp ha già da tempo definito un’ipotesi di protocollo per il ritorno dei famigliari all’interno delle aree pertinenziali delle struttre.

C’è un tema visibile di demotivazione da parte delle persone anziane, per cui è necessario al più presto ricomporre un legame. Per fare questo ad Asp Parma ha attivato dalla seconda settimana di marzo, per ogni struttra, delle chiamate video con tablet e smartphone. Penso sia stata la prima struttura in Regione ad effettuare questo tipo di operazione. Questo ci ha aiutato, ma ora non è più sufficiente. Accanto a questo ho voluto aprire ad una relazione diretta tra famigliari e personale della struttra, perché potessero farci domande od esprimere dubbi.

Come verrà gestita la riapertura delle strutture?

I parenti non potranno entrare nelle strutture. Le importanti aree esterne delle nostre sedi ci aiuteranno durante la stagione estiva. Noi pensiamo di andare verso visite ai parenti in cui è assicurato un distanziamento di almeno due metri alla presenza costante di nostri operatori. Mascherine obbligatorie e triage all’ingresso dove si verificherà la temperatura corporea in modo tale da annullare la possibilità di contagio.

Il suo arrivo a Parma è stato particolarmente traumatico.

Ero entrato in Asp Parma con obiettivi molto stringenti, che i soci mi hanno dato, volti a definire un bilancio di previsione che riducesse sensibilmente il deficit. Dopo 15 giorni mi sono trovato ad affronatre sia questo sia il Covid. Devo dire però che è stato molto positivo il modo in cui i soci mi hanno accolto, so di dover corrsipondere ad una fiducia importante. Questa città mi piace, nel suo modo di essere diversa e un poco anarchica rispetto ad altre realtà che ho trovato sulla Via Emilia. Mi piace molto anche l’approccio molto diretto e laico che il Sindaco Federico Pizzarotti ha nei confronti della gestione della città e del rapporto con il sottoscritto.

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