Il rev. Elena Seishin Viviani ci guida alla scoperta dello Zazen, antica pratica giapponese che permette di conoscersi più a fondo e imparare ad accettarsi

di Vanessa Allegri

«Praticare zazen è tornare a casa, recuperare la condizione originale di mente e corpo. “Zazen è la religione prima della religione”, come ha insegnato Taisen Deshimaru Roshi, primo Patriarca d’Occidente, a cui si deve l’introduzione dello Zen in Europa».

Il rev. Elena Seishin Viviani  ̶  monaca buddhista dell’Ordine Zen Sōtō e attuale guida spirituale dell’Enku Dōjō di Torino  ̶  introduce così il cuore della pratica zen, shikantaza, che alla lettera significa ‘semplicemente sedere‘.

E in quel ‘semplicemente‘ consiste l’arte di questa pratica, che risale a 2500 anni fa e si fonda sull’Insegnamento di Buddha Shakyamuni: zen è infatti l’equivalente nipponico del cinese ch’an, la sinizzazione del sanscrito dhyāna, espressione con cui nell’antica India si indicava la condizione di profonda concentrazione e assorbimento meditativo.

shin-ryu-dojoI partecipanti all’incontro ‘La cura dello Zazen’ – che si è svolto sabato 5 novembre a Parma presso lo Shin Ryu Dojo di via Benedetta 49/A – hanno potuto così sperimentare in prima persona questa forma di contemplazione che, diversamente dalla meditazione, non richiede una riflessione focalizzata su un contenuto o un oggetto specifico.

 

Lo zen insegna l’attenzione ai dettagli, ad aver cura di noi stessi e di tutto ciò che ci circonda

Non distratti o condizionati dalle nostre abitudini fisiche e mentali restiamo vigili. Nel silenzio e nell’immobilità, sperimentiamo quella libertà dove nemmeno i pensieri sono un ostacolo, come “le nuvole bianche che, sospinte dal vento, non ostacolano il grande cielo”.

Prendersi cura di se stessi è prendersi cura del mondo che ci circonda, come lo zen insegna, ed è frutto di molti fattori sapientemente composti: il luogo stesso in cui si pratica deve essere silenzioso e non troppo illuminato, affinché anche l’ambiente esterno contribuisca a creare le condizioni adatte per sedere su di uno zafu, il cuscino rotondo che ricorda quello d’erba su cui sedette Buddha Shakyamuni quando sperimentò il Risveglio.

«Lo zafu è detto trono di diamante, e su un trono siedono re e regine. È così che ognuno di noi si deve sentire quando siede nella postura trasmessa da Buddha Shakyamuni», spiega Elena Seishin Viviani.

Le ginocchia toccano il suolo, schiena e testa sono erette, a congiungere cielo e terra: tonica ma senza tensioni, la postura è di vigile attesa ed è esperienza estetica.

Gli occhi aperti sul mondo, lo sguardo appoggiato davanti a noi, senza essere disturbato da nulla. Le mani raccolte – la mano destra accoglie la sinistra – i pollici si toccano con una lieve pressione e sigillano la postura con un mudra – termine sanscrito, indica una particolare posizione delle mani assunte nelle pratiche religiose induiste e buddhiste – il cui nome giapponese ‘hokka join, significa appunto ‘sigillo cosmico.

Stando ‘semplicemente seduti’ ci mettiamo a nudo e possiamo arrivare ad una conoscenza più profonda di noi stessi

Non esiste uno stato psico-fisico ideale per praticare: «Senza addurre scuse o pretesti, anche nella malattia o nella difficoltà, viviamo fino in fondo la nostra umanità, accettandoci senza escludere nulla di noi».

«Shikantaza, sedere semplice-mente – prosegue Elena Seshin Viviani – nella sua essenzialità ci mette a nudo, ed è postura esistenziale perché ci immette direttamente nel processo di vita/morte».

Il muro davanti a cui sediamo è un orizzonte che rimanda ad un noi stessi senza termini di paragone. Quando siamo in totale ascolto, possiamo ‘digerire noi stessi’, inconsciamente, naturalmente, automaticamente. Quando mente e corpo sono in armonia, ricomposti dal ritmo del respiro quieto e profondo, l’attitudine giudicante a cui siamo abituati lascia il posto ad un dolce naufragare nel nostro mare pacificato.

«La strada per la felicità veraconclude Elena Seishin Viviani – è farsi carico di tutto ciò che siamo. Per essere in armonia con l’intero Universo, dobbiamo sviluppare un’attitudine compassionevole verso noi stessi e gli altri senza distinzione alcuna».

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