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È da femmina | EDITORIALE

di Mariarosaria Vitiello e Greta Magazzini

Cosa vuoi fare da grande?Ingegnere“, “Dottore“, “Astronauta“, “Pilota“. Chiudete gli occhi e provate a pensare: chi risponderebbe così? Un maschio o una femmina? La risposta più immediata è chiara, un maschio. “Ballerina“, “Parrucchiera“, “Cantante“. La risposta? Una femmina. Fin da quando siamo piccoli, pensiamo ai tempi delle scuole elementari, ci è sempre sembrato che il mondo si dividesse in due. Da una parte ci stavano quelli forti, potenti, un po’ agitati, simpatici. Dall’altra ci stavano quelle carine, piagnone, pettegole, antipatiche. Maschi e femmine ci sono stati presentati come due particelle opposte, che si respingono e che non possono contaminarsi. Chi si contamina anzi, come una femmina agitata o un maschio che piange, subito viene adornato del cappello della vergogna, e diventa motivo di zimbello tra i compagni: benvenute e benvenuti nel mondo degli stereotipi di genere.


Fin da quando siamo piccoli ci viene insegnato come comportarci. E tra la marea di insegnamenti che riceviamo o che introiettiamo dai contesti frequentati, ci sono alcuni moniti che ci dicono anche come bisogna comportarsi in base al proprio genere. “Sii un uomo“. “Non essere una femminuccia“: l’uomo, o meglio il bambino piccolo, verrà cresciuto con giocattoli che rimandano alla guerra, al combattimento, alle costruzioni. Il fiocco che annuncerà la sua nascita sarà azzurro, i colori che indosserà saranno scuri. Il comportamento che assumerà nei contesti sociali assomiglierà a un prototipo di uomo: forte, predominante, sicuro di sé, o buffone, scherzoso e intelligente. Le emozioni che imparerà ad esternare saranno la rabbia e la gratificazione, e quando sarà più grande l’eccitazione o la spensieratezza. Tutto ciò che lo farà stare male verrà represso. E da fuori per essere un “vero uomo” dovrà dimostrare un atteggiamento sempre sicuro e di predominio rispetto all’altra particella opposta da lui, quella delle femmine.

Anche loro, d’altro canto, devono fare i conti con una serie di stereotipi che, in questo caso, riguardano soprattutto la sfera emotiva e interiore: è da femmina piangere, mostrare una particolare sensibilità, essere più incline ad emozioni come la tristezza e l’empatia. Alle femmine è richiesto essere sempre ordinate e perfette dal punto di vista estetico e morale, “sei una signorina, comportati bene“. Eleganza e delicatezza sono qualità tipicamente femminili, così come nei giochi di ruolo è tipicamente femminile recitare la parte della mamma amorevole che si occupa esclusivamente della casa e dei figli. Non sia mai che una mamma voglia lavorare invece che aspettare il marito a cena con il piatto sulla tavola. Questi preconcetti avvalorano la narrazione delle donne come il “sesso debole“. Inoltre, è svilente notare come cambi radicalmente il modo di giudicare determinati comportamenti e/o atteggiamenti in base al sesso di chi li assume: se un uomo difende con forza le sue idee è ambizioso, se lo fa una donna è dispotica; se un uomo mostra segni di irascibilità “ha avuto una giornata difficile“, se li mostra una donna “ha le sue cose“. E potremmo andare avanti così per giorni.

Gli stereotipi di genere sono parte integrante della nostra cultura, li ereditiamo e molte volte li subiamo quasi in maniera passiva anche quando individuarli e smontarli sarebbe semplicissimo. Prendiamo quello che riguarda i colori, per esempio. Il blu e le sue sfumature rappresentano la mascolinità per antonomasia, la femminilità è legata al rosa e a tutte le sue tinte più deboli e delicate. In realtà, l’associazione tra il rosa e la sfera femminile è del tutto arbitraria e recente. Per secoli, infatti, il rosa è stato un colore abbastanza neutro se non addirittura maschile, essendo un derivato del rosso – colore generalmente associazione alla forza e alla virilità, legato al sangue e ai combattimenti -. Al contrario il blu, essendo il colore col quale in genere era rappresentato il velo della Vergine Maria, era associato al femminino.

Video sugli stereotipi di genere diventato virale

Perché esistono gli stereotipi di genere?

Non ci sono dubbi sul fatto che nascere donna piuttosto che uomo influenzi la nostra percezione del mondo: fin dalla nascita, se non addirittura prima, il nostro sesso biologico determina i colori che indosseremo, i giochi con cui giocheremo, le aspettative che il mondo avrà su di noi e che noi avremo su noi stessi. Nascere donna in una società storicamente fatta dagli uomini per gli uomini significa adattarsi, imparando ad abitare le caselle precostituite che qualcun altro ha ideato.

Helen Lewis, nel suo libro “Donne difficili“, scrive che «uno dei compiti più ardui del femminismo è dimostrare come la tradizione ci annebbi la vista, illudendoci che le scelte di natura politica nascano invece da leggi naturali e scolpite nella pietra». Gli stereotipi di genere sono un mare in cui tutti nuotiamo perché fanno parte della nostra cultura, li abbiamo appresi insieme alla lingua in maniera talvolta anche inconscia. Siamo tutti vittime e carnefici degli stereotipi, ci sono stati consegnati da chi è venuto prima di noi. Non è colpa nostra. La vera colpa sarebbe però accettarli senza comprenderli, continuare a subirli senza smontarli e consegnarli a chi verrà dopo di noi.

È per questo che l’approccio femminista dovrebbe essere adottato fin da quando riceviamo una certa educazione da famiglia e scuola. Nessuno sta negando che ci possono essere caratteristiche più peculiari alle donne e altre più peculiari all’uomo. Ma vero è che non esiste un modo più corretto di un altro di essere un uomo o di essere una donna. Esistono tante versioni di femminilità quante sono le donne sul pianeta, e allo stesso modo riguarda la mascolinità. Le due particelle opposte e incontaminabili sono in realtà un universo complesso di atomi. Per combattere gli stereotipi di genere occorre quindi un’educazione ai sentimenti che deve essere intrapresa dai primi anni di vita, e che dovrebbe essere promossa da ogni organo istituzionale con cui abbiamo a che fare. Utopia? Forse. Ma la Giornata internazionale dei diritti della donna, oggi 8 marzo, deve aiutarci a un fare un passo avanti, e a farci togliere dalla vista un po’ di quella nebbia che ci fa comportare sempre secondo uno schema rigido e una vita già scritta.

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