alimentazione

Cibo ed emozioni. Spesso questo connubio fa parte delle nostre giornate, anche inconsciamente. Siamo felici e abbiamo voglia di cucinare qualcosa di buono da condividere con chi si ama; siamo giù di morale e preferiamo non dare attenzione a cosa portiamo in tavola. Il nostro stato d’animo guida le nostre scelte culinarie ed esiste un legame strettissimo e non scontato tra la vita emotiva e l’alimentazione. Lo stesso legame che ha portato la psicologa e psicoterapeuta Micaela Fusi e la biologa nutrizionista Elisa Cardinali a scrivere il libro “Le Emozioni nel Piatto“, edito da Terra Nuova Edizioni: un manuale pratico per “imparare a costruire un rapporto sano e felice con il cibo“.

Le dottoresse Fusi e Cardinali hanno risposto quindi alle nostre domande per introdurre il rapporto tra cibo ed emozioni, che nel loro libro è approfondito più accuratamente. Il loro lavoro è nato dalla passione comune per il vivere bene in termini di stile di vita equilibrato, che non può prescindere dall’integrazione importantissima tra mente e corpo.

Nel vostro libro “Le Emozioni nel Piatto” vi soffermate su numerosi aspetti della relazione tra alimentazione e vita emotiva. Come è nata la collaborazione tra nutrizione e psicologia, e quindi tra di voi?

La nostra collaborazione è nata dall’incontro di due amiche di infanzia che essendosi ritrovate dopo anni hanno condiviso i loro diversi ambiti professionali in un’ottica di integrazione. Entrambe promuoviamo lo “stare bene” in termini di stile di vita equilibrato, lo facciamo attraverso strumenti e professionalità diverse. La fiducia e la stima reciproca ci hanno permesso di confrontarci senza pregiudizi. Crediamo che il confronto multidisciplinare sia indispensabile per accostarsi alla complessità della storia delle persone che si rivolgono a noi per stare bene con il loro corpo in termini psicofisici. Non è pensabile affrontare il tema dell’alimentazione senza integrare la dimensione mente- corpo. È importante conoscere le diverse caratteristiche nutrizionali dei cibi, il loro effetto sul corpo, sulle emozioni e metterle in relazione con i significati psicologici che diamo al cibo e alla scelta degli alimenti.

“Da lunedì dieta”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase o l’abbiamo pronunciata noi stessi. Quanto è complicato per una persona iniziare una dieta e soprattutto trovare quella giusta per sé?

Non esiste il momento “ideale” per mettersi a dieta, ogni persona ha i suoi tempi e le proprie motivazioni che la spingono a farlo. Molto spesso si decide di intraprendere un percorso alimentare non per una reale convinzione ma per compiacere altre persone preoccupate per la nostra salute come ad esempio il partner o i figli o ancora perché, a seguito di una visita o dei risultati di un esame, il medico o lo specialista ci ha spaventato mettendoci in guardia dai potenziali rischi cui andremo incontro se non decidiamo di perdere un po’ di chili. Se l’input arriva dall’esterno difficilmente riusciremo a raggiungere l’obbiettivo e soprattutto a mantenere nel tempo i risultati.

Se invece la motivazione nasce dentro di noi si è più predisposti a mettersi in gioco e ad affrontare gli ostacoli per raggiungere un determinato obbiettivo e la soddisfazione sarà ovviamente maggiore. Una volta presa la decisone è altresì importante analizzare tutti i fattori, indipendenti da noi, che possono influenzare il nostro cammino. Ad esempio la nostra professione: mangiamo in mensa? Lavoriamo su turni? Facciamo un lavoro che ci obbliga a viaggiare e quindi a mangiare fuori? Il fattore persone: i nostri colleghi portano abitualmente in ufficio torte e pasticcini? Il nostro partner ci tenta di continuo e i nostri amici non fanno altro che organizzare cene ed aperitivi? Se ci pensiamo bene questi fattori li conosciamo in partenza e, con un po’ di organizzazione, possiamo mettere in atto strategie per controllarli e per far si che le persone che ci stanno vicine diventino nostre alleate.

Per quello che riguarda la scelta della strategia alimentare più adatta a noi è fondamentale che non sia troppo frustrante. Deve essere “cucita” a misura su ciascuno e deve essere mantenuta una certa elasticità per sostenerla nel tempo. Questo perché cambiare drasticamente le proprie abitudini può essere controproducente. In alcuni casi il dolcetto serale o la pizza settimanale rappresentano per le persone dei veri e propri punti di riferimento che, specie all’inizio, è meglio non toccare.

Possiamo dire di essere fortunati ad abitare in un territorio, quello italiano, che offre una grande varietà di cibi? Gli italiani in generale mangiano in modo sano?

Il nostro paese offre una varietà di cibo e di tradizioni che possono essere considerate un vero e proprio patrimonio. Purtroppo però la vera dieta mediterranea considerata quasi un salvavita e basata su una alimentazione ricca di fibre, legumi, pesce, olio extravergine, cerali integrali ed antiossidanti derivanti dai vegetali, ha subito nel tempo una radicale trasformazione a seguito del boom economico occidentale che ha indotto le persone, nel corso degli anni, ad alimentarsi molto più dagli scaffali che dalla natura. Ad oggi l’alimentazione attuale si discosta sempre di più da quel modello salutare ed equilibrato ideato negli anni Cinquanta dal nutrizionista statunitense Ancel Keys e che affonda le proprie radici nella cucina rurale e povera dei nostri nonni.

Dal punto di vista psicologico, quanto influisce il nostro stato d’animo e il nostro carattere su quello che mettiamo in tavola?

È una bellissima domanda che ci permette di capire come ci sia una complessità attorno al cibo che scegliamo di mangiare di cui non sempre siamo consapevoli. Ciò che mangiamo, come lo mangiamo, con chi lo mangiamo e dove dicono di noi, danno informazioni su qual è il nostro umore e talvolta ci svelano alcune caratteristiche della nostra personalità. Proviamo ad immaginare di avere avuto una bella giornata al lavoro oppure una soddisfazione personale, un complimento inaspettato, probabilmente arriveremo a casa pieni di energia ed entusiasmo con la voglia di cucinare o preparare qualcosa di buono da condividere magari a tavola con gli affetti più cari per far durare quella sensazione di benessere.

Al contrario se abbiamo passato una giornata difficile, se le cose non sono andate come avevamo previsto, se stiamo vivendo un momento di malessere o ci sentiamo stanchi o stressati probabilmente non avremo tanta voglia di mangiare, né tanto meno di cucinare e probabilmente ci accontenteremo di “arrabattare” la prima cosa che troviamo in frigorifero senza dedicarvi particolare cura ed attenzione. Altri elementi poi che possono influire sulle scelte alimentari possono essere l’educazione ricevuta, la cultura di appartenenza, le esperienze positive o negative legate al cibo e tanto altro.

In che modo stress e cambiamenti emotivi del periodo Covid hanno influenzato la nostra alimentazione?

Un altro aspetto infatti che sicuramente può influire è il contesto in cui si vive e con il quale ci si relaziona. Durante la pandemia le nostre vite sono cambiate. In particolare nei mesi di lockdown il tempo passato in casa ha influenzato la nostra alimentazione. C’era più tempo per cucinare, per scegliere cosa mangiare, per stare a tavola. Purtroppo però accanto al ritrovato tempo da dedicare al mangiare bene e insieme con ritmi meno frenetici, le preoccupazioni per la situazione, le emozioni negative, l’elevato livello di stress provato hanno fatto aumentare errati e non sani comportamenti alimentari facendo prendere peso e aggravando in coloro che già ne soffrivano i disturbi alimentari. La relazione con il cibo è strettamente connessa al mondo emotivo, il cibo infatti diviene strategia elettiva per gestire le emozioni come noia, ansia, impotenza, frustrazione, tristezza e rabbia.

Come si potrebbe definire la fame emotiva?

Potremmo definire la fame emotiva come il mangiare non in risposta a stimoli di fame o sazietà, ma in risposta a stimoli emotivi tendenzialmente negativi. Vivo una situazione di malessere, una frustrazione che non riesco a tollerare, una sofferenza che non trova consolazione, un vuoto che non riesco a colmare e mi illudo che il cibo possa bastarmi; subito magari funziona, per poco però e poi in modo incontrollato si ricomincia a mangiare sempre di più, qualunque cosa, non importa cosa, non importa che gusto abbia, l’importante è che temporaneamente anestetizzi quel dolore, quella rabbia, quell’ansia, quell’angoscia difficili da gestire e contenere.

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