di Andrea Adorni e Greta Magazzini

La storia che raccontiamo oggi potrebbe assomigliare a un racconto per bambini, una di quelle favole in cui c’è una distinzione netta tra buoni e cattivi. Da una parte, di solito, ci sono i protagonisti dotati di qualità positive, dall’atra i nemici, che in qualche modo cercano con il loro potere malvagio di mettere in confusione l’equilibrio della realtà. C’erano una volta, quindi, gli infermieri, protagonisti della storia di oggi. Ogni 12 maggio dal 1965, infatti, si celebra la Giornata internazionale degli infermieri: un giorno che serve per valorizzare il contributo che dà alla società chi fa questo lavoro. La storia dell’ultimo anno e mezzo però, è molto più particolare di quella degli anni passati. Gli infermieri sono stati i nostri eroi nella prima ondata di Covid, a partire da marzo 2020. Quelle stesse persone però, sono diventate – per qualcuno – nemici e complici di un complotto tessuto dai “piani alti” per controllare le fasce più deboli della popolazione. E infine, quegli stessi lavoratori con il camice bianco e lo stetoscopio sono diventati invisibili, quasi dimenticati da chi prima li innalzava a salvatori del Paese.

Si è passati quindi da una situazione in cui arrivavano doni, ricompense e abbracci virtuali agli infermieri, oppure richiesti d’interviste dai giornalisti, al timore di uscire dall’ospedale a fine turno e trovarsi il vetro della macchina rotto. Distrutto da chi non voleva accettare la realtà del virus e preferiva inventarsi una storia in cui i cattivi erano proprio le persone con i camici. Sono passati 14 mesi dall’annuncio della pandemia globale, e in tutto questo tempo gli infermieri hanno continuato a lottare insieme ai dottori e agli operatori sanitari a stretto contatto con il Coronavirus, spesso mettendo a rischio la propria salute. In particolar modo, gli infermieri italiani sono stati i primi nel mondo occidentale a dover fronteggiare l’emergenza sanitaria, fornendo anche un esempio per gli altri paesi in cui la diffusione del virus sarebbe accelerata settimane dopo.

Bisogna ricordare che l’intero corpo sanitario italiano è stato candidato al Nobel per la Pace 2021, un riconoscimento importante che renderebbe in parte giustizia al lavoro eccezionale svolto da medici e infermieri nell’ultimo anno. Alcuni di loro però, lamentano ancora una questione: i nostri professionisti sanitari hanno uno stipendio tra i più bassi in Europa. Tra la lode di facciata della candidatura al Premio Nobel, e l’abisso delle condizioni di lavoro dei nostri medici e infermieri, abbiamo cercato risposte nelle interviste fatte e Antonio Capodieci, infermiere del Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore di Bologna, e Marina Iemmi, direttrice della struttura Direzione Professioni Sanitarie
dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Parma e Presidente dell’Ordine degli Infermieri della città. Insieme ci hanno aiutato a capire come stanno lavorando oggi questi eroi dimenticati.

La Presidente dell’Ordine degli Infermieri di Parma: “Non ci siamo mai risparmiati e forse questo in un primo momento ci è stato riconosciuto”

Secondo un recente sondaggio Eurispes il 39% degli italiani, oggi, crede che il personale medico sanitario abbia solamente fatto il proprio lavoro durante la pandemia, mentre il 37% li considera ancora eroi. La percezione dei cittadini rispetto al ruolo che medici ed infermieri hanno avuto durante la pandemia è sostanzialmente divisa in due, tra coloro che non vedono nulla di straordinario nel lavoro svolto dal personale sanitario e chi invece lo considerano alla stregua di una vera e propria epopea. “Siamo stato considerati degli eroi non solo perché abbiamo fatto quello che dovevamo fare – ipotizza Marina Iemmi, presidente dell’Ordine di Parma -, ma anche perché non ci siamo mai risparmiati in termini di tempo ed orari: è vero, noi facciamo gli infermieri e dobbiamo curare i pazienti, non abbiamo fatto nulla di diverso da quello che è il nostro mestiere. Sostanzialmente abbiamo sempre curato i nostri pazienti, sia prima sia durante la pandemia“. Se è vero che dai primi mesi del 2020 sono servite molte più risorse rispetto ad una condizione normale di degenza, è altrettanto vero però che “il personale ha saltato i riposi e ha lavorato fermandosi anche più ore del dovuto: credo – confessa la dirigente dell’Ospedale di Parma -, che questo sia stato riconosciuto dai cittadini“.

Ciò che accade oggi negli ospedali – rispetto alla prima ondata dell’epidemia – si è in qualche modo “stabilizzato”, prima si affrontava un nemico sconosciuto ed una condizione di lavoro emergenziale, mentre ora, essendo alla terza ondata, è quasi come se tutto quanto si fosse “normalizzato”, soprattutto per quanto riguarda la percezione all’esterno dell’ambito sanitario. “Forse nelle corsie di ospedale gli infermieri si sentono un po’ abbandonati dall’opinione pubblica, anche se è difficile parlare per tutto quanto il personale“, ci spiega la Presidente degli Infermieri. “La prima ondata è stata come trovarsi in guerra e ci ha colti alla sprovvista – prosegue -, e quando si è in guerra si lavora senza guardare in faccia nessuno, ognuno svolge i propri compiti al meglio che può“. Le tante riorganizzazioni effettuate nel corso dei mesi hanno indubbiamente permessso di gestire meglio la situazione, spostando il personale nei reparti in cui di volta in volta c’era più bisogno.

Piano piano all’Ospedale di Parma i ricoveri Covid iniziano anche a calare, le degenze ordinarie si stanno svuotando e si inizia quindi ad intravedere una possibile risoluzione. Il vaccino, in termini di sicurezza interna ha sicuramente giovato: “Abbiamo effettuato tantissimi vaccini e contiamo di vaccinarne ulteriormente, dal momento in cui riceviamo ancora diverse prenotazioni provenienti dal comparto ospedaliero. Confidiamo di arrivare a regime nel più breve tempo possibile“. Tuttavia, nonostante l’obbligo vaccinale a cui gli operatori sanitari sono sottoposti, c’è ancora chi si avvale della libertà di scelta, fattore più volte portato all’attenzione delle Istituzioni. In tutte le Aziende Ospedaliere la situazione è analoga, anche perché, precisa Marina Iemmi, chi decide di adempiere a questo obbligo, al momento, è privo di conseguenze. “Vaccinarsi sarebbe un obbligo, perché se dobbiamo curare i pazienti non possiamo metterli in pericolo, essendo un pubblico ufficiale garantisco un servizio che va oltre la mia libera scelta. Però ci vorrebbe un supporto diverso dal punto di vista giuridico, perchè è stato introdotto un obbligo ma nessuno ha ancora stabilito cosa succede se qualcuno rifiuta di vaccinarsi“, ammette la Presidente.

Un obbligo che andrebbe rispetto anche e soprattutto per non rendere vano il sacrificio dei tanti infermieri che, soprattutto nella prima ondata non ce l’hanno fatta. È il caso di Edi Maiavacchi, prima infermiera morta per Covid a Parma. Persona eccezionale su cui Marina Iemmi spende parole affettuose: “Rappresenta a pieno la missione del mondo infermieristico, lei per noi è un ricordo importante, che noi cerchiamo quotidianamente di rappresentare per la professionalità che ha sempre mantenuto. Ha egregiamente rappresentato la categoria per il lavoro svolto e per gli insegnamenti che ha saputo dare anche ai tanti giovani che sono passati nei reparti in cui lavorava“.

L’infermiere del Pronto Soccorso di Bologna: “Il ritmo del lavoro è calato, ma adesso siamo come fantasmi e tute vuote”

Antonio Capodieci è un infermiere pugliese che lavora all’Ospedale Maggiore di Bologna. La sua passione dietro il lavoro in corsia però, non ha niente a che fare con mascherine chirurgiche e ciabatte ortopediche. Antonio infatti è appassionato di fotografia e cinema, e questi diventano i mezzi per comunicare le sue sensazioni. Nel corso dell’ultimo anno infatti, l’infermiere del Maggiore ha scattato fotografie in corsia e girato alcuni video, proprio per mandare un messaggio e registrare le condizioni di lavoro che hanno accompagnato gli infermieri nell’ultimo tempo: “Non sono un eroe“, “Artisti del Terrore“, e infine “Oblivion“. Nell’ultimo video uscito lo scorso 8 aprile infatti, si vede com’è la vita di un’infermiera una volta lasciato l’ospedale: la cena, guardare la tv, fare la doccia e coricarsi sempre con la divisa e la visiera del luogo di lavoro. Essere come un automa solo e dimenticato, triste e affaticato dal duro lavoro che ogni giorno si è chiamati a svolgere.

Quando Antonio racconta la realtà dei suoi turni lavorativi, tiene però a precisare che la situazione nell’ospedale di Bologna è molto migliorata nelle ultime settimane: “Da due o tre settimane la situazione sta migliorando decisamente. Posso dire che siamo usciti dalla terza ondata“. Se ripensa però a tutto quello che ha vissuto dal febbraio 2020, tiene a precisare che la considerazione che lui e colleghi hanno ricevuto nel corso del tempo ha subito molte sfumature, fino a ribaltarsi completamente. “Nella prima fase, durante la prima emergenza, eravamo considerati degli eroi; – spiega Antonio – ci arrivavano doni, pizza, paste, fogli con disegni e messaggi fatti dai bambini. Quando ho fatto il primo video ci tenevo a precisare che eravamo e siamo sempre le persone di prima, che fanno il loro lavoro a prescindere dalle emergenze sanitarie“. Dopo l’estate e quando è scoppiata la seconda ondata in autunno però, tutto si è ribaltato, e l’infermiere infatti racconta: “Siamo diventati parte della teoria del complotto. Per i complottisti eravamo attori, c’era chi inseguiva le ambulanze per dimostrare che erano vuote. E c’è chi si è trovato i vetri rotti della macchina parcheggiata fuori dall’Ospedale“. Dopo aver pubblicato il suo secondo video infatti, Antonio confessa di essere diventato bersaglio di insulti crudeli: “Sono stato massacrato da messaggi in cui mi auguravano malattie, brutte cose. Mi dicevano ‘assassino’, ‘terrorista’, tutto il personale sanitario è stato attaccato in modo inspiegabile“.

Infine, a febbraio e marzo di quest’anno, la sensazione che ha iniziato a prevalere è stata la stanchezza. “Bologna è stata travolta dal Covid, non avevamo spazio per mettere le barelle – racconta Antonio -; siamo diventati tute vuote, apatici nella nostra vita, come fantasmi irriconoscibili“. L’unica luce era il vaccino, e secondo Antonio infatti, l’emergenza che sta rientrando è proprio grazie all’accelerazione sulle vaccinazioni, adesso estese anche agli under 60. Se per adesso infatti non si fanno più i doppi turni e anzi “ci si può permettere anche un giorno di riposo in più“, è grazie all’impegno comune tra vaccini e rispetto delle norme. Questi lavoratori, “professionisti pronti a tutto e non eroi“, non devono però abbassare la guardia: “La paura di una possibile quarta ondata in autunno resta. Non dobbiamo demordere e sperare che presto si arrivi a vaccinare più persone possibili“.

“Il mondo infermieristico si aspetta una rivalutazione economica dello stipendio”

La candidatura del Nobel per la Pace, confessa Antonio, “è un riconoscimento che ci fa molto onore, ma non deve essere un contentino“. “Abbiamo lo stipendio più basso d’Europa, dovrebbero invece adeguarlo a quello dei colleghi europei: se andiamo avanti così ci potrà essere una mancanza di entusiasmo nelle nuove generazioni per voler svolgere questo lavoro“, riferisce infine l’infermiere del Maggiore. Su questo punto concorda anche Marina Iemmi: “Gli infermieri oggi si aspettano un riconoscimento economico, anche perchè è cambiata la formazione di questi professionisti, che sempre più spesso conseguono dei master: giustamente, quindi, il mondo infermieristico si sta aspettando una rivalutazione economica“. Mentre per quanto riguarda la candidatura al Nobel, la direttrice della struttura Direzione Professioni Sanitarie la ritiene giusta, perché gl iinfermieri hanno dimostrato di essere in grado di rispondere ai bisogni della popolazione e di essere al suo servizio mostrando un livello di efficienza veramente alto.

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