Gabriella Corsaro, direttice di coro dal gesto preciso e semplice | INTERVISTA
La passione per il canto nasce da bambina: oggi Gabriella Corsaro dirige il coro “Ars…
La passione per il canto nasce da bambina: oggi Gabriella Corsaro dirige il coro “Ars Canto Giuseppe Verdi” le cui voci bianche saranno impegnate a fine mese in una produzione di “Hänsel e Gretel” al Regio di Parma
di Francesco Pavesi
INTERVISTA | Gabriella Corsaro, soprano e direttrice di coro, calabrese di Oppido Mamertina e parmigiana d’adozione. Da poco eletta vicepresidente dell’associazione emiliano-romagnola cori, è direttore artistico e musicale dell’Ars Canto Giuseppe Verdi e del Coro femminile “Renzo Pezzani”. Il 30 maggio prossimo sarà impegnata nella produzione di Hansel e Gretel al Teatro Regio.
Dove e quando nasce la passione per il suo lavoro?
Nasce da bambina, quando il mio maestro di musica delle scuole medie, che era un sacerdote organista, mi ha avvicinato alla corale polifonica della SS.Annunziata del mio paese, Oppido Mamertina, e mi ha fatto scoprire la polifonia classica. Del resto anche Verdi sosteneva che per i bambini era più importante ascoltare non musica da camera o sinfonica, ma musica vocale a cappella. Mi sono trovata dunque fin da piccina a cantare in ruoli da solista. Quello che però mi ha fatto definitivamente scattare la scintilla è stato quando un giorno ho ascoltando alla radio la “Tosca“: in quel momento ho deciso cosa avrei voluto fare.
Direttore di coro e soprano: in che misura i due aspetti della sua carriera si influenzano?
Ovviamente avere un’esperienza di cantante solista arricchisce il punto di vista e offre tanti suggerimenti per interpretare e sostenere l’esperienza degli allievi. Poi si tratta di due modi di fare musica raccontando e raccontandosi, perché lavorano sul capacità attrattiva e comunicativa delle parole, e in questo senso non è impossibile che anche il maestro possa apprendere qualcosa nel momento dell’insegnamento.
Quali sono le differenze tecniche nell’approcciarsi a giovanissimi rispetto a un coro di adulti?
C’è una differenza importante e sostanziale: ai giovanissimi non si può insegnare nel senso convenzionale del termine, ma insegnando si fornisce un vero e proprio imprinting, come tracciare una lastra di un metallo prezioso. I bambini hanno grande capacità di apprendere, ma quello che gli si insegna resterà per sempre. O meglio: non è che non si possa del tutto correggere, ma quello che viene insegnato a un bambino condiziona in modo definitivo la sua modalità di apprendimento, e quindi l’insegnante si trova di fronte a una responsabilità maggiore e più delicata.
Nel suo curriculum ci sono collaborazioni importanti: qual è quella che le è rimasta dentro e quale la città che ricorda con più affetto?
Sicuramente il coro cinese di Radio Musica Zhejiang, con cui abbiamo collaborato nel 2016. La distanza nella tecnica e nel colore vocale, la loro emissione così lontana dai modi occidentali mi ha sorpresa e impressionata. È un mondo lontano che va oltre i parametri di musicalità e interpretazione a cui siamo abituati. E mi rimarrà sempre impressa anche l’organizzazione di quel coro, la disciplina e la macchina perfetta dell’esecuzione, dalla vocalità alla coreografia.
Per l’atmosfera della città, direi Strasburgo. Pur essendo una città del Nord, pur essendo la sua gente raffinata e composta: mi è apparsa una città quasi mediterranea per l’accoglienza, per il calore umano, per la propensione a includere, a incontrare, a condividere le novità. Io stessa mi sono trovata a essere stimolata in conversazioni sulla cultura italiana e su Verdi. È un città molto curiosa, che ha voglia di conoscere e di imparare.
C’è un’incisione o un artista che ascolta in momenti particolari, una sorta di “buen retiro” musicale?
Anche se potrei scegliere fra tante pagine sinfoniche, concertistiche, corali che mi piacciono, anche se il mio amore per la musica vocale a cappella è particolare e come ho detto affonda le sue radici nei miei primi contatti con il mondo musicale, nel momento in cui devo indicare in cosa ritrovo di più me stessa, devo dire tre nomi: ovviamente Palestrina, poi Mozart con i suoi grandi concertati e tutta la musica di Johann Sebastian Bach.
Quale pagina operistica impegna maggiormente, da un punto di vista tecnico, un coro di voci bianche?
Le pagine scritte per voci bianche non sono tante, ma se si deve indicarne una tecnicamente impegnativa non c’è dubbio che si tratta del Prologo del Mefistofele di Boito, per l’incisività che richiede la pronuncia delle parole e la rapidità delle terzine. Certamente un altro capolavoro di altro livello è la scena del giardino nell’Otello di Verdi, i Carmina Burana richiedono grande sforzo e grande attenzione che viene ripagata da altrettanta soddisfazione, ma niente supera in difficoltà tecnica il Mefistofele.
Quali i prossimi impegni?
Come direttore, ed entrambi al Teatro Regio, in primavera Hänsel e Gretel di Humperdinck con il Coro Voci Bianche Ars Canto insieme alla Filarmonica Arturo Toscanini nell’ambito di “Regio Young” e in ottobre il consueto appuntamento di “Cori al Festival” nel Festival Verdi. Come docente di didattica musicale e coralità infantile, Carmen all’interno del progetto “Opera Educational“, anche questo al Teatro Regio. Inoltre sono al lavoro per la Rassegna Corale dell’Oltretorrente, kermesse di cori giunta alla decima edizione, organizzata col Coro R. Pezzani nel quartiere musicalmente più vivace della città. E come cantante, alcuni concerti cameristici a Parma incentrati su musicisti ed eventi dei quali nel 2018 ricorrono centenari, da Pizzetti a Debussy.
Quale parte della sua personalità traspare maggiormente nel suo gesto?
Dal momento che cerco sempre un gesto preciso e semplice ma allo stesso tempo morbido e arioso, mi piace pensare che rifletta ragione e cuore, la chiarezza delle idee che voglio trasmettere e l’infinito amore per la musica che porto con me fin da bambina.

