Oggi 14 novembre è la Giornata Mondiale del diabete, una malattia del metabolismo che soltanto in Italia colpisce più di 3 milioni e mezzo di persone. Poca la prevenzione, molti i progressi della medicina negli ultimi anni, ma la grande causa della diffusione del diabete è lo stile di vita occidentalizzato e sedentario. Per questo con l’epidemia da Covid-19 sta aumentando nei medici la preoccupazione per questa malattia, di cui è importante conoscerne i tipi, i rischi e i dettagli clinici.

Grazie all’intervista del Professor Riccardo Bonadonna, Direttore del Reparto di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma e professore ordinario dell’Università di Parma, abbiamo ricostruito la storia e le caratteristiche del diabete, che nel corso dei secoli è diventato una malattia curabile. Fondamentale nella sua storia infatti, è stata la scoperta dell’insulina ad opera di  Frederick Grant Banting nel 1922. Il 14 novembre, data della sua nascita, è stata infatti scelta come data per la Giornata Mondiale di questa malattia.

Come si può definire il diabete?

Il diabete viene definito tramite i livelli glicemici o i livelli di emoglobina glicata, cioè la quota di zucchero contenuta nei globuli rossi e “appiccicata” alla proteina. Maggiore è la glicemia nell’ambiente o nel plasma, più radicali di glucosio si appiccicheranno all’emoglobina: l’emoglobina glicata si può infatti definire come la memoria di quanto  glucosio è circolato nel sangue negli ultimi due mesi.

Parlando dei valori invece, il diabete viene diagnosticato quando, a digiuno, la glicemia è presente per una quantità di almeno 126 mg/dL (milligrammi su decilitro); dopo la digestione di glucosio per via orale, per esempio di una bevanda zuccherata, la misura per diagnosticare il diabete è da 200  mg/dL in su. Infine, se si considerano i valori di emoglobina glicata, la percentuale di glicemia per diagnosticare il diabete è dal 6,5% in su. Nei casi di una sintomatologia clinica molto eclatante si ha un eccesso di urine nell’arco della giornata, grande sete e/o perdita peso: in questi casi la glicemia, in qualsiasi momento della giornata, deve essere uguale o superiore a 200 milligrammi per decilitro.

Quante persone hanno il diabete in Italia?

Il numero esatto di persone con diabete non lo conosciamo. Almeno 3 milioni e mezzo di persone in Italia hanno il diabete diagnosticato, ma un numero variabile da 800 mila a 1 milione e 200 mila persone hanno il diabete che non è ancora stato scoperto.

Si possono riconoscere diversi tipi di diabete in base alla loro gravità per la salute?

Sì, in particolare si possono riscontrare due tipi di diabete.

Il tipo 1 interessa le persone più giovani, anche i bambini, ed è una malattia sostanzialmente autoimmune, in cui c’è la distruzione delle cellule che nel nostro organismo producono insulina. Queste sono presenti in una quantità molto piccola, circa di 1,5gr, e si trovano nel pancreas endocrino. La distruzione di queste cellule porta quindi alla diagnosi del diabete di Tipo 1, più grave e pericoloso per la vita, che richiede assolutamente trattamento con insulina. Del totale dei malati solo una minoranza, da 250 a 300 mila persone, ha questo tipo di diabete, ma è piuttosto grave: dato che si presenta nelle persone giovani infatti, influenzerà tutta la loro vita.

Il diabete di tipo 2 invece è la forma più comune. Compare in età più avanzata ed è legato all’obesità e a uno stile di vita diabetogeno.

Quali sono i rischi che corrono le persone a cui è stato diagnosticato il diabete?

Le persone a cui è stato diagnosticato il diabete di tipo 1 corrono soprattutto due rischi. Possono infatti presentare chetoacidosi acuta, una forma più grave di scompenso diabetico, in cui è richiesto il ricovero con cure intensive. Questo è potenzialmente mortale, senza l’insulina questi pazienti morivano tutti nel passato. L’altro rischio è l’ipoglicemia dovuta alla terapia. Anche questa è piuttosto grave e in alcuni casi, ormai molto rari, anche mortale. A lungo termine nel tipo 1 si ha comunque un aumentato del rischio di malattie cardiovascolari, insufficienza renale, neuropatia, disfunzione erettile o impotenza.

Per quanto riguarda le persone con diabete di tipo 2 invece, si hanno rischi cardiovascolari, come infarto, ictus, o anche disfunzione renale. Il paziente di tipo 2 è inoltre quasi sempre iperteso, spesso obeso, o può presentare la sindrome di apnee notturne (OSAS), patologia legata a problemi respiratori. C’è poi la particolare condizione del piede diabetico, che è causa frequente di amputazione. In ogni caso comunque il diabete interferisce pesantemente nella vita quotidiana. I medici che curano il diabete cercano sempre di coinvolgere al massimo il paziente, con un processo che noi chiamiamo empowerment. Il paziente deve infatti diventare il medico di se stesso, altrimenti la gestione del diabete non sarà mai ottimale.

Per quanto riguarda la prevenzione del diabete, si fa già abbastanza? Cosa si può fare per migliorare?

Per quanto riguarda la prevenzione siamo indietro anni luce, e non solo in Italia, anche nei paesi più avanzati del nostro è così. Considerando gli ultimi decenni si potrebbe davvero parlare di una “epidemia” di diabete. Il motivo principale è però da ricondurre allo stile di vita occidentalizzato. Questo implica sedentarietà, largo accesso a cibi ipercalorici, scarsa attività fisica: tutte componenti che portano all’emergere della malattia, che in altre condizioni ambientali non si diagnosticherebbe. La vera prevenzione quindi, sarebbe cambiare lo stile vita a livello di popolazione. Con questo non intendo soltanto le abitudini delle persone, ma l’intero modello economico, che ci porta a vivere e a lavorare in un certo modo, seduti davanti a uno schermo per la maggior parte dei casi.

In questo periodo in cui è incentivato, se non obbligatorio, lo smart working quindi, sta aumentando il rischio di riscontrare nel futuro casi di diabete, dovuti appunto a questo periodo di sedentarietà forzata.

Dal punto di vista sanitario si sta lanciando l’allarme per la cura di patologie diverse dal Covid: per quello che riguarda i diabetici c’è assistenza? Nel corso della prima ondata si sono verificati problemi per le cure?

Le persone con complicanze acute dovute al diabete, tipo 1 o tipo 2, avevano sempre come punto di riferimento il pronto soccorso, da cui poi venivano presi in carico dalle strutture di ricovero.. Tutto il servizio sanitario è rimasto in azione durante tutto il periodo di lockdown, così come sono rimaste attive le visite urgenti. La preoccupazione invece è salita per la gestione degli aspetti cronici della malattia, in cui una cura tempestiva è risultata più difficile soprattutto nella zona di Parma, in cui l’impatto del coronavirus è e continua ad essere molto violento. Non dimentichiamo, infine, che i pazienti con diabete che si ammalano  di Covid-19 hanno un rischio di morte raddoppiato.

Tra passato e futuro. Che storia ha questa malattia? Quali progressi ha fatto la medicina nel corso degli anni per curare il diabete?

Il diabete di tipo 1 risale a Ippocrate, V secolo a. C.. “Diabete” stesso è una parola che deriva dal greco ed è stata coniata nel I secondo dopo Cristo. Anche nella medicina indiana del VI e VII secolo a.C comunque si parla di una malattia del genere. Nel corso del tempo poi si è acquisita consapevolezza: le cose sono cambiate soprattutto nelle ultime centinaia d’anni, in particolar modo con l’introduzione del metodo scientifico che ha riconosciuto il diabete come una forma di eccesso di zuccheri nel sangue. Il 1922 è stata la data cardine di questa malattia: per la prima volta infatti Frederick Banting, in collaborazione con Macleod, Best e Collip, fu in grado di isolare dal pancreas una sostanza che era in grado di ridurre la glicemia nelle persone con diabete tipo 1: l’insulina. Questa fu la svolta nella storia della terapia, perché il diabete da malattia mortale divenne malattia curabile.

È importantissimo infine sottolineare i cambiamenti che ha avuto la cura di questa malattia nel corso degli anni. Negli ultimi decenni si sono fatti progressi notevolissimi: ci sono nuovi strumenti, anche indossabili, che monitorano la glicemia e somministrano l’insulina. Sono veri e propri minipancreas artificiali, già in grado di funzionare autonomamente per 12/14 ore al giorno, ma la ricerca sta procedendo per portarli all’autonomia completa. I farmaci di ultima generazione per il diabete di tipo 2 inoltre stanno riducendo il rischio di infarto, ictus, di scompenso cardiaco, e di insufficienza renale.

Diabete e Covid nel mondo del lavoro: la situazione attuale

Insieme a Damiano Iulio, attivista sindacale e sociale per i diritti delle persone con diabete, abbiamo affrontato la tematica la questione dal punto di vista lavorativo. Ad oggi l’ultima legge di tutela dei lavoratori diabetici risale al 1987: un decreto che, seppur supportato da più recenti delibere regionali, non rispecchia le esigenze e le necessità attuali e del quale si aspetta una revisione. In particolare Iulio pone l’accento sul “Manifesto dei diritti e doveri delle persone con diabete“: la base imprescindibile di una riforma che parta dal confronto e dalle esigenze con il mondo dei lavoratori diabetici e dei sindacati. Altro tassello importante sarà quello di costruire una cultura della prevenzione e l’idea di un welfare aziendale, dove impresa e lavoratori sono considerati parte di una stessa comunità.

Quali sono le tutele di cui godono i lavoratori diabetici nel pubblico e nel privato? Quali aspetti sono da migliorare?

Quando parliamo di tutele ci riferiamo più che altro ai lavoratori diabetici con invalidità civile riconosciuta, come previsto dalla legge. Per tutti gli altri sono stati prodotti molti “atti” e pochi “fatti”: siamo fermi alla legge 115/1987, che ha subito alcune modifiche che però non sono sostanziali. Rimane da sottolineare che ovviamente il lavoratore, anche se privo di invalidità civile, può comunque richiedere orari di lavoro “agevolati” per far conciliare lavoro e cura di se stesso. Molti gli aspetti da migliorare, le tutele infatti sono ancora insufficienti: questa pandemia ha riportato alla luce episodi da non sottovalutare. Nonostante la complessità della malattia al lavoratore non viene riconosciuto l’articolo 3 della legge 104, ovvero i 3 giorni di permesso aggiuntivo al mese. Servirebbe concentrarsi maggiormente, da parte del sindacato, sulla contrattazione per inserire permessi aggiuntivi anche per i lavoratori “vulnerabili” con altre certificazioni degli specialisti, e non solo fragili come classificati nei vari DPCM di questo periodo.

In merito all’emergenza Covid, quali particolari problematiche interessano le persone affette da diabete nel mondo lavorativo?

Le problematiche emerse durante il lockdown primaverile di 70 giorni sono quelle legate alla certificazione, molto rigida e vincolante della legge 104 solo per i lavoratori fragili “gravi” (quindi non per tutti i lavoratori con diabete cronico) che apriva le possibilità di rimanere a casa equiparando l’assenza al ricovero ospedaliero.

Riguardo le misure strettamente emergenziali, ci sono tutele per questa categoria ad esempio per ciò che riguarda la cassa integrazione?

Nessuna tutela aggiuntiva per la cassa integrazione, anche perché quando ci sono problemi economici e di produzione i lavoratori giustamente sono tutti uguali e devono essere privilegiati i casi con carichi di famiglia. In questo caso più che diritti aggiuntivi serve una cultura della prevenzione e della consapevolezza che parta dal concetto che lavoratori e aziende fanno parte della stessa comunità.

Le imprese migliori sono quelle che sviluppano welfare aziendali con particolare attenzione ai lavoratori non solo fragili da DPCM ma anche “vulnerabili” o lievemente fragili. Tutto questo è un aspetto culturale che deve partire dalle associazioni, dalle scuole, ma soprattutto dal sindacato con un forte supporto delle istituzioni.

La pandemia attuale ci sta insegnando parecchio, occorre riscrivere l’attuale legge per l’inserimento dei lavoratori con invalidità e disabilità (legge 68/99) per rivendicare l’importanza del capitale umano, l’alto valore sociale delle diversità e ridare vigore ed attualità alla risoluzione regionale (3499 del 2017) dove ho dato anche il mio contributo. Infine bisognerebbe coinvolgere i sindacati al interno dei tavoli di lavoro sul cosiddetto “Manifesto dei diritti e doveri delle persone con diabete”: è assurdo che tutt’oggi non siano coinvolti, ci sono migliaia di lavoratori diabetici che sono rappresentanti dai sindacati.

Si è parlato tanto di “sugar tax”, ma la situazione appare ancora incerta. Cosa serve fare per sbloccarla?

Sulla “sugar tax” purtroppo nulla di fatto. Un vero peccato perché poteva diventare una “tassa di scopo” per sostenere le innumerevoli spese sanitarie dell’attuale momento e non solo: i dati ci parlano di un aumento pandemico del diabete, serviranno sempre più risorse per mantenere il nostro sistema sanitario nazionale universale.