“Parma è una città di grande cultura.” Quante volte abbiamo sentito questa frase? Quante volte ascoltando queste parole ci siamo sentiti orgogliosi di far parte di questo territorio? L’obiettivo di questa rubrica è rendere omaggio agli uomini e alle donne che hanno dato un contributo gigantesco per far sì che questa città diventasse un patrimonio culturale di portata mondiale, fino a farla diventare la Capitale della Cultura. Persone che hanno lasciato impronte fondamentali nella storia di Parma e d’Italia e che devono essere ricordate e raccontate per far sì che queste impronte diventino sempre più indelebili.

Bernardo Bertolucci, dai primi cortometraggi girati a Casarola alla nomination agli Oscar

Bernardo Bertolucci nasce a Parma il 16 marzo del 1941. È il primo figlio di Ninetta Giovanardi e di suo marito, il grande poeta Attilio. Il piccolo Bernardo, che 6 anni dopo la sua nascita diventerà fratello maggiore di Giuseppe, diventato anch’essi regista, trascorre la sua infanzia in una piccola frazione di Monchio delle Corti: Casarola. È proprio nei pressi della dimora di Casarola che Bertolucci all’età di 16 anni gira “Morte di un maiale e “La Teleferica”, i suoi primi cortometraggi, purtroppo andati perduti, realizzati in 16 millimetri con una cinepresa (una Paillard-Bolex) presa in prestito a un cugino del padre.

La vita di Bernardo subisce un importante cambiamento in seguito alla decisione del padre di trasferirsi, insieme alla famiglia, a Roma. L’approdo nella Capitale e l’abbandono di Parma fu per il regista un momento di sofferenza, tant’è che affermò: “Parma era rimasta dentro di me come credo accada agli esuli. Quando ero andato a vivere a Roma, mi era sembrato di andare all’inferno. E all’inferno si ha nostalgia della terra. Nonostante la malinconia per la sua città natale, a Roma Bertolucci s’iscrive a Lettere Moderne e per un breve periodo, cercando di seguire le orme del padre, si dedica alla poesia riuscendo a vincere, nel 1962, il  Premio Viareggio Opera Prima per il libro in versi “In cerca del mistero”.

L’amore e la passione per il Cinema però, porteranno Bernardo ad abbandonare presto gli studi e l’arte poetica. Nello stesso anno, infatti, Bertolucci è assistente alla regia nel primo film del suo vicino di casa Pier Paolo Pasolini: “l’Accattone”. Sul set conosce l’attrice Adriana Asti che sarà sua compagna per svariati anni. Soltanto l’anno successivo Bernardo debutta con il suo primo lungometraggio, “La commare secca”, realizzato su soggetto e sceneggiatura sempre di Pasolini. Dopodiché sarà collaboratore di Sergio Leone nella sceneggiatura di “C’era una volta il west” ma la fama internazionale arriverà a soli 29 anni, nel 1970, grazie a “Il Conformista”, film che gli varrà anche la prima nomination agli Oscar.

Il successo e la consacrazione nella storia del Cinema

La carriera di Bertolucci prende la svolta decisiva nel 1972. In quell’anno, infatti, arriva un clamoroso successo per l’“Ultimo Tango a Parigi”, film con Marlon Brando – considerato da Bertolucci l’uomo più bello mai esistito – e Maria Schneider che sarà, fino al 1997, il leader d’incassi per il cinema italiano. Allo stesso tempo però, a causa della grande presenza di nudi spudorati e frontali, la pellicola sarà oggetto di scandali, polemiche e perfino condanne al rogo, che porteranno al sequestro e al ritiro del film da parte della Cassazione nel 1976. Il regista venne condannato per offesa al comune senso del pudore, colpa per la quale venne privato dei diritti civili per cinque anni, fra cui il diritto di voto. Dopo svariati processi d’appello, la pellicola venne dissequestrata nel 1987. Nonostante ciò, l’impronta del film nella storia del cinema è profonda ed eterna, e lo dimostrano il Nastro d’Argento e la candidatura agli Oscar come miglior regia ricevuti grazie alla pellicola.

Bertolucci è ormai uno dei registi più affermati nel panorama della cinematografia mondiale e nel 1976 la sua popolarità sarà incrementata ulteriormente da “Novecento”, film con Robert De Niro e Gérard Depardieu che racconta delle lotte contadine emiliane nella Seconda Guerra Mondiale. Nel 1988 arriva la consacrazione definitiva, l’iscrizione eterna al gotha del cinema: “L’ultimo Imperatore”. Il film, con protagonista Peter O’Toole, è diretto in Cina e racconta la storia dell’ultimo imperatore cinese costretto a passare dalla prigionia reale e nobile della Città Proibita a quella dell’esilio forzato a Pechino. Il successo è fragoroso: nove Oscar, fra i quali miglior sceneggiatura non originale e miglior regia, premi BAFTA, César, David di Donatello, Golden Globe, European Award e Nastri d’Argento.

Il suo percorso creativo è passato dal cinema anni 60′ al cinema d’autore e alle grandi produzioni internazionali, sempre libero dalle convenzioni tradizionali e sempre aperto alla ricerca sperimentale. Il suo sconfinato talento e il suo amore viscerale per il cinema l’hanno consacrato come uno dei migliori registi nella storia della settima arte, un successo che tuttavia non ha mai scalfito la sua umiltà e il suo legame con le origini e con le prime esperienze a Casarola: “Quando mi chiamano Maestro, vorrei sparire. Sono sempre il ragazzino con la cinepresa, quello della poesia”. Si è spento, dopo una lunga malattia, nel 2018 e nonostante la sua modestia, noi glielo vogliamo dire lo stesso: Novecento volte Grazie, Maestro.

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