La sfida social ambientalista con foto degli stessi luoghi a 10 anni di distanza: che cosa è emerso riguardo i mari del Pianeta?

La 10 years challenge è la sfida social a prova di hashtag che all’inizio del 2019 ha riempito i nostri profili di foto di personaggi famosi e persone comuni: si pubblica una foto del 2009 e una di quest’anno e si mettono a confronto. Tra curiose trasformazioni, commenti tranquillizzanti come “Ma non sei cambiato per niente!” e ipotesi di una immensa truffa-internet che spinge a pubblicare foto di oggi e ieri per addestrare l’intelligenza artificiale a riconoscere i volti, ambientalisti e ecologisti hanno approfittato del fenomeno virale per sensibilizzare sul cambiamento climatico del pianeta. Protagonista del primo appuntamento di questa rubrica che dà voce a chi difende la Terra, la sua flora e la sua fauna, sarà il mare e i suoi cambiamenti in questi ultimi dieci anni.

Come afferma il WWF, uno dei principali problemi degli oceani è la grandissima presenza di rifiuti: questa immensa distesa di acqua blu che ricopre il 71% del pianeta sta diventando sempre di più la discarica della Terra. Sacchetti di plastica, pesticidi, bottiglie, scarti: la maggior parte dei rifiuti prodotti dall’uomo finisce – in un un modo o nell’altro – in mare; ed anche le navi e le piattaforme petrolifere sono in gran parte responsabili dell’inquinamento dell’acqua salata. Le conseguenze per l’ambiente e su chi abita il mare sono drammatiche: spesso si leggono notizie di pesci ritrovati con varie quantità di plastica nello stomaco, o di animali intrappolati in reti e oggetti di plastica; e la situazione è ben più allarmante di quanto possa sembrare: WWF dichiara infatti che ad oggi si contano più di 150 milioni di tonnellate di plastica negli oceani del mondo e che, se il trend rimane costante, nel 2050 ci sarà, in peso, tra microplastiche e macropalstice, più rifiuti che pesce in mare.

Altra minaccia per il nostro pianeta è il surriscaldamento globale, ovvero il generale aumento della temperatura terrestre, con particolare riferimento agli oceani e all’atmosfera. Le principali cause dell’inquinamento sono l’anidride carbonica prodotta con la combustione, i gas ad effetto serra, la deforestazione, le attività agricole intensive e non sostenibili: tutte azioni legate alle attività dell’uomo. Anche per questa problematica le conseguenze sono drammatiche: si va dallo scioglimento dei ghiacci e quindi l’innalzamento del livello del mare alle inondazioni e alluvioni fluviali a livello locale. Nei mari l’aumento della temperatura causa l’alterazione delle correnti marine e influisce negativamente sulla flora e sulla fauna, basti vedere la barriera corallina che sta drammaticamente “sbiancando”.

Sbiancamento della barriera corallina: a rischio tutto l’ecosistema

Possiamo dimenticarci la Grande Barriera corallina in cui Nemo nasce e va a scuola e in cui ritorna dopo essere stato ritrovato dal papà Marlin? Forse sì. I colori e la biodiversità che la compongono non ci resterà che ammirarli in un cartone animato. A causa dell’innalzamento delle temperature infatti, i coralli stanno morendo, sbiancando, e il recupero è impossibile. I dati affermano che due terzi della Grande Barriera corallina australiana sono ormai irrecuperabili: il suo aspetto è cambiato per sempre e il boia di questa catastrofe è sempre l’uomo. Uno studio pubblicato sulla rivista Nature ha evidenziato che il 2016 è stato un anno drastico, che ha visto soffrire un terzo delle 3.800 barriere: “In media abbiamo perso il 30 per cento dei coralli nei nove mesi da marzo a novembre 2016” spiega Terry Hughes, direttore dell’Arc Centre of Excellence for Coral Reef Studies australiano.

Due foto esemplari per sottolineare il drastico cambiamento delle barriere coralline

Preoccupante sarebbe anche il risultato riguardo studi effettuati sul futuro della barriera corallina: sembrerebbe infatti che in particolar modo la Grande Barriera corallina australiana potrebbe subire devastanti eventi di sbiancamento di massa dei coralli ogni due anni entro il 2034, a meno che le emissioni di gas serra non vengano ridotte drasticamente. Emergono dati anche sulla coral reef del Giappone, che avrebbe perso il 49,9%: metà dei coralli è quindi sbiancato, come comunica il ministero dell’Ambiente nipponico e non si può essere ottimisti per gli anni a venire, allarmano gli scienziati. L’unica sottile speranza è affidata proprio alla natura: i coralli potrebbero infatti trovare la loro strada, quella dell’evoluzione, per sopravvivere al global warming; i più forti potranno adattarsi e resisteranno ma ormai è certo che dove si è registrato il drammatico sbiancamento, l’ecosistema della barriera è mutato per sempre.

L’innalzamento delle temperature provoca lo scioglimento dei ghiacci: una minaccia per le specie che li abitano

Le temperature continuano ad alzarsi e uno degli effetti più immediati è visibile nei ghiacci: si stanno infatti sciogliendo e a subirne le conseguenze sono in primis gli animali che ci vivono ed effetti si ripercuotono anche su tutto il pianeta, dato che il livello del mare sta innalzando . Secondo lo studio uscito sulla rivista Nature, ad esempio, in 25 anni l’Antartide ha perso 3 mila miliardi di tonnellate e se ipotizziamo lo scioglimento di tutti i ghiacci dell’Antartide, a causa della crescita della temperatura degli oceani e di quella in generale del Pianeta, il livello dei mari salirebbe, in media, di circa 58 metri. Come rivela il National Geographic infatti, negli ultimi 25 anni il mare è salito di ben 7 cm: di questo passo entro fine secolo il 7% della popolazione mondiale rischia di finire sommersa.

Due foto esempio di come i cambiamenti climatici possono mutare lo stato di salute
degli orsi polari

Suo malgrado l’orso polare è diventato il simbolo della lotta al surriscaldamento globale: gli orsi subiscono le più gravi conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai, che su scala globale sono utili a raffreddare il pianeta, ma che per loro sono l’habitat in cui sono cresciuti e in cui hanno sviluppato il loro stile di vita. Negli ultimi tempi gli orsi polari hanno dovuto cambiare le loro abitudini alimentari e spesso sono scattate foto di orsi denutriti o morti di fame: per trovare cibo sono infatti costretti a spingersi sulla terra ferma e dal 2014, come rivela Green Me, sono stati anche avvistati mentre si cibavano di carne di delfino. Da allora i delfini sono diventati parte della loro dieta, simbolo che i cambiamenti climatici incidono sulla salute, sulla vita e sull’equilibrio della catena alimentare degli animali.

Orso polare che si ciba di un delfino dal becco bianco

Ci sono più di 5 miliardi di pezzi di plastica nel mare, per un totale di 250 mila tonnellate

Forse non ci pare un grave problema vedere una bottiglia di plastica, una lattina o dei sacchetti lasciati sulla spiaggia mentre siamo in vacanza. Forse pensiamo che non sia così allarmante qualche pezzo di plastica lasciato tra gli ombrelloni. Ma questo, forse, perché non pensiamo che davanti a noi abbiamo una minuscola parte dell’intero Pianeta e che già un pezzettino di plastica lasciato sul suolo sotto il nostro naso è troppo per l’ambiente della nostra Terra. I dati parlano chiaro: 250 mila tonnellate di plastica negli oceani; il più inquinato è l’Oceano Pacifico, con quasi 2 mila miliardi di pezzi di plastica e al secondo posto si piazza l’Oceano Indiano. I dati comunicano anche che esiste un continente fatto di rifiuti che galleggia sul mare: l’Isola di plastica (la Great Pacific Garbage Patch o Paficic Trash Vortex) si trova nel Pacifico e si estende, secondo le stime, da un minimo di 700.000 km² a un massimo di 10 milioni di km² ; per intendersi, più meno come l’intera Penisola Iberica.

Isola di plastica

Gli studi dimostrano che ogni anno almeno otto milioni di tonnellate di rifiuti, composti la maggior parte la plastiche, finisce in mare: praticamente è come se un camion sversasse un carico di immondizia al minuto nell’oceano. Dal 1964 ad oggi inoltre la produzione di plastica nel mondo è aumentata di ben venti volte, e ogni anno aumenta significativamente, arrivando a un futuro non molto prossimo in cui avremo più plastica che pesci nel mare, se non ci sarà un cambio di tendenza. Ma quali sono gli effetti diretti sugli animali che abitano le acque? E’ dimostrato che sia i pesci che gli uccelli scambiano i pezzi di plastica per cibo e li ingeriscono: sembrerebbe infatti che la plastica abbia un odore simile al cibo e questo consisterebbe in una vera e propria trappola di morte per la fauna acquatica.

Smaltimento della plastica

Se per smaltire una buccia di banana o un quotidiano, lasciati in natura, ci vuole un mese e per il filtro di una sigaretta 10 anni, perché si smaltisca una bottiglia di plastica occorrono ben 1000 anni. Quindi si va ben oltre la 10 years challenge: per vedere sparita la plastica dagli oceani dovremmo aspettare più o meno il 3000, anche se la plastica in realtà non sparisce mai completamente. Il fatto è che la plastica si può riciclare, ma il problema è che sono ancora bassissime le quantità che finiscono in luoghi per il riciclaggio: si pensi del dal 2015 a oggi il 91% dei rifiuti in plastica non è stato riciclato e si è trasformato in immondizia.

Queste considerazioni sono soltanto poche delle molteplici che sono emerse negli ultimi anni e il discorso sarebbe ampio e molto più macchinoso. C’è da considerare inoltre che negli ultimi tempi alcune politiche locali hanno avviato iniziative per abbandonare l’utilizzo della plastica, così come l’Unione Europea che ha varato il provvedimento per mettere al bando, a partire dal 2021, alcuni prodotti in plastica come posate, bastoncini cotonati, cannucce e bastoncini per palloncini, che costituiscono il 49% dei rifiuti marini. A questo si aggiungono le manifestazioni in piazza in difesa dell’ambiente e la crescita della sensibilizzazione anche a partire dai banchi di scuola. Queste iniziative sono significative ed importanti, resta però da vedere se saranno sufficienti.

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