La parola “inclusione” indica in matematica l’atto di includere un elemento all’interno di un gruppo o di un insieme. In ambito sociale significa: appartenere a qualcosa, sia esso un gruppo di persone o un’istituzione, e sentirsi accolti. Oggi più che mai credo nell’inclusione. Credo nell’accoglienza. Credo che una persona non possa essere discriminata perchè diversa. Credo nei processi sociali che permettono ad un individuo di sentirsi parte di una collettività. Anche se c’è tanto da fare affinché le città siano totalmente inclusive, fortunatamente, in questo periodo storico, possiamo usufruire di diversi strumenti affinché questo processo accada; basti pensare alle diverse associazioni presenti in tutta Italia. I motivi che possono portare all’esclusione sociale sono diversi: razza, sesso, cultura, religione e disabilità. Grazie a Marco Tagliavini, presidente dell’associazione Polisportiva Gioco Parma ONLUS, abbiamo potuto affrontato il tema dell’importanza dell’inclusione in ambito della disabilità motoria tramite un bellissimo strumento che è lo sport.

Com’è nata la vostra associazione? Con quale obbiettivo?

La nostra associazione è nata all’interno del centro Don Gnocchi, per iniziativa dei ragazzi disabili che desideravano fare sport. Era un’attività a loro preclusa e inesistente in Italia, in altri paesi veniva fatta. Infatti, lo sport per disabili nasce in Olanda e Inghilterra dopo la seconda guerra mondiale come pratica riabilitativa. Questi ragazzi conoscendo questa storia, hanno deciso di iniziare a praticare sport all’interno del centro. Hanno, quindi, organizzato una polisportiva in cui c’era la possibilità per i disabili di fare vari sport, di cui loro prendevano le regole dai libri. Dopo di che l’associazione prende una sua vita autonoma e inizia a portare avanti dei settori nuovi, a partire dal basket in carrozzina.

Di che sport vi occupate all’interno della vostra associazione?

Noi per ora ci occupiamo di basket in carrozzina, sitting volley, nuoto per disabilità fisiche o relazionali, canoa con cui facciamo attività di turismo e tante altre. Abbiamo anche diversi progetti che sono legati allo sport di normodotati, vogliamo essere considerati non solo per i disabili, abbiamo una gestione della società e di insegnamento dello sport che si può applicare anche allo sport per normodotati. Abbiamo una serie di progetti speciali, ad esempio “la magica Bici” un progetto che è nato per far fare turismo a persone con disabilità pure in bicicletta, ma è pensata anche come un idea di taxi ecologica. 

Come avete fatto a farvi conoscere e a trovare i volontari? Come siete stati accolti dalla popolazione? 

Mediamente volontariato volo dire che si è spesso molto impegnati a fare le cose e si è molto meno impegnati a dire o a far vedere cosa si fa: fare le cose è soddisfacente però c’è bisogno anche del tempo. Per la prima parte degli anni quello che ci ha fatto conoscere è il passaparola, mentre da qualche anno abbiamo anche iniziato a curare il nostro aspetto social con una persona  che si occupa di comunicazione social e di comunicati stampa. Abbiamo la fortuna di riuscire ad apparire con i nostri progetti in quelli che sono: siti internet, social di altri, televisione, giornali. Evidentemente, fortunatamente siamo diventati una parte conosciuta di questa città. Siamo un numero variabile di volontari, intorno alle 190 persone. Il nostro obbiettivo è quello di crescere bene.

Com’è cambiato il vostro lavoro con le norme Covid-19?

Una parte della nostra attività è potuta proseguire perchè alcuni nostri sport per disabili sono spesso e volentieri di alto livello. Quando il governo ha deciso di permettere agli atleti di interesse nazionale di allenarsi e di giocare comunque, anche se con tutte una serie di protocolli e tutele, la maggior parte dei nostri sport e dei nostri sportivi hanno potuto continuare. 

Sfortunatamente, però, si è fermata proprio quella parte di sport che è più legata all’aspetto salute e sociale; quello che è più utile alla persone e che incide maggiormente all’aspetto sociale. Questo per noi è stato un problema, permettere ad una persona, con disabilità o meno, di smettere di fare sport, vuol dire spesso perderlo definitivamente dallo sport. A volte è successo. Stiamo provando a recuperare delle persone che abbiamo perso. Sfortunatamente, si innescano tutte una serie di paure e di abitudine che diventano difficili da scardinare. Anche se ci sono stati degli elementi positivi, che sono quelli che ci ripetiamo tutti: abbiamo imparato ad usare dei mezzi per sentirci più vicini anche se lontani.

Vedete lo sport come strumento importante per l’inclusione?

La dimensione principale in cui noi crediamo è proprio quella dell’inclusione. Spesso e volentieri una persona disabile deve creasi, o vedersi creato, degli obbiettivi per poter misurasi e capire quali altri obbietti nella vita può raggiungere. Da questo punto di vista la pandemia è stata una sofferenza. Abbiamo sempre tentato di tenere più vicino i ragazzi, anche in mezzo alle difficoltà. Speriamo di creare delle amicizie che vadano oltre l’ora di nuoto.

Quali sono le difficoltà che si possono riscontrare sia nel campo da gioco che nella vita per persone con una disabilità motoria?

Noi abbiamo inventato un mondo che non è a nostra immagine e somiglianza; alla fine non sono sbagliati loro ma è sbagliato il contorno. Se noi pensiamo a tutti i casi in cui noi possiamo tranquillamente togliere un gradino e metterci una discesa, risolveremmo tanti problemi. La ricetta più di successo è quella di provare a recuperare un pò più di umanità. Questi ragazzi quando c’erano i nostri nonni, vivevano all’intento della comunità con un loro ruolo. Noi probabilmente dobbiamo tornare a un sistema che gli permette di vivere e di sviluppare le loro attività. Che sono molto di più di quelle che potrebbero sviluppare all’interno di un’istituto. Sarebbe sia una loro realizzazione ma anche un successo per noi come società. È un sistema che in questo momento va ripensato, cercando di creare delle reti formali e informali che possono creare loro uno spazio di autonomia. Noi abbiamo un sogno: quello di poter ricominciare a fare dei percorsi di autonomia, che una volta si facevano proprio a Parma. 

Penso che la paura di mettersi in gioco e superare i propri limiti sia alta in queste situazioni…

Noi abbiamo tantissimi ragazzi che si sono messi in gioco. Anche già una persona che riesce a rendersi autonomo all’interno del proprio privato è un successo: per certe disabilità imparare a riuscire a fare una lavatrice è una difficoltà. Il problema vero è dove mettiamo l’asticella del limite e di cosa pretendiamo dalle persone che abbiamo di fronte. Probabilmente la prima cosa che dobbiamo pretendere è che siano felici.

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