L’Italia è tra i paesi più colpiti dal Coronavirus in Europa e nel mondo. In particolar modo la Regione Lombardia e tutta la Pianura Padana sono state al centro di un’ampia diffusione. Così come nella provincia di Huebei, in Cina, di cui Wuhan è capoluogo. Adesso che la curva epidemiologica si sta abbassando, tuttavia, è il momento di scavare dentro i motivi che hanno causato numeri così alti di contagi e decessi. Per iniziare infatti, ci si potrebbe chiedere: che cos’hanno Lombardia e Cina in comune? È possibile indicare un fattore comune che ha reso questi luoghi terreni fertili per la diffusione così accelerata del virus?

Certamente, ragionando per macro argomenti, una caratteristica comune sia a Milano e dintorni sia alla regione che ha dato origine al focolaio cinese è l’alto tasso di inquinamento. C’è quindi un rapporto causale tra la rapidissima diffusione del virus in queste zone e la concentrazione di particolato atmosferico?

Secondo Andrea Minutolo, responsabile scientifico di Legambiente Italia, il fatto che il particolato atmosferico sia un driver per il virus sarebbe una teoria ancora da affermare. “È stato dimostrato che il virus può attaccarsi al particolato – ci spiega durante l’intervista -, ma è prematuro affermare che la sua carica batterica si conservi su di esso per poi infettare le persone. Il virus ha bisogno dell’uomo e di una cellula per sopravvivere“. Studi scientifici su morbillo, SARS, aviaria o anche sull’influenza normale hanno infatti dimostrato che questi virus si attaccano al particolato, ma “da qui a dire che mantengono carica infettiva”, afferma Minutolo, non equivale a sostenere che “questo tipo di collegamento sia affermato“.

“Il virus ha trovato una popolazione fragile”

Esiste però un rapporto tra l’aria inquinata e la diffusione dei virus come il Covid-19. Come afferma Minutolo infatti: “L’inquinamento atmosferico in Italia fa 60.000 morti l’anno, e le cause dei decessi sono riconducibili a malattie dovute all’inquinamento“. L’Italia, da Nord a Sud, è infatti esposta a concentrazioni talmente elevate di inquinamento atmosferico che la popolazione è molto fragile dal punto di vista respiratorio e cardiocircolatorio: “In questo panorama di base, ufficialmente riconosciuto, un virus impattante sulle vie cardio-respiratorie, circolatorie e respiratorie trova delle persone già sofferenti: è in questo caso che il concetto di inquinamento è sovrapponibile al virus. In una popolazione esposta cronicamente all’inquinamento atmosferico, il virus ha trovato terreno fertile per fare più vittime; una popolazione sana sarebbe stata più pronta fisicamente a reagire“.

Non c’è quindi un rapporto diretto causa-effetto tra il virus e le sostanze inquinanti delle nostre città, ma indirettamente siamo immersi in un’aria e in un ambiente che fin dalla nascita agisce negativamente sulla nostra salute. “Quei 60.000 morti sono “morti bianche”, perché non c’è interesse pubblico o politico, non se ne parla… e queste sono soltanto la punta dell’iceberg“, ammonisce con amarezza il responsabile scientifico di Legambiente.

La ripartenza e il ritorno alla normalità quindi, se avverranno con una nuova intensificazione del traffico e delle emissioni, contribuirà a indebolire ulteriormente la popolazione già sovraesposta: “Se invece osserviamo come il lockdown abbia reso l’aria e le acque più pulite, riducendo l’impatto antropico, possiamo imparare a rendere la qualità della vita migliore. Se un virus del genere dovesse ricapitare, la popolazione risponderebbe in modo più preparato“. Oltre alle più evidenti formazioni cancerogene o malattie cardiocircolatorie, tantissime persone presentano asma, allergie, un generale affaticamento respiratorio, e tutte sono da ricondurre a l’aria che respiriamo, anche se non ce ne rendiamo conto.

Come occorrerebbe fare quindi per stare meglio? “Il problema è che dovremmo rispettare i limiti della qualità dell’aria, valori che tengono conto di molti parametri. Queste però più che norme stringenti sono linee guida, e quindi in pratica non esiste posto in cui vengono rispettate, perché i territori non riescono a rispettare i limiti richiesti“. Anche se non siamo dei fumatori quindi, i nostri polmoni sono già intasati, e per dirla con Minutolo: manca “attenzione politica verso il problema, che invece è gravissimo“.

Mascherine e guanti usa e getta: quanto fanno male all’ambiente?

La quarantena forzata ha ridotto il tasso d’inquinamento dell’aria e dell’intero ambiente: di colpo infatti abbiamo dovuto ridurre i nostri spostamenti, così come le fabbriche e le industrie hanno dovuto stoppare le loro emissioni. La natura, di conseguenza, ha iniziato a conquistare quelli che erano diventati i “nostri spazi“, dimostrando che se sappiamo metterci un po’ da parte, è possibile far respirare anche la fauna e la flora, troppo spesso accantonata in angoli del pianeta. Tuttavia, un allarme lanciato da alcuni ambientalisti, è la paura dei “nuovi rifiuti da Covid”, ovvero gli strumenti usa e getta, cioè mascherine e guanti che dopo qualche ora o un solo utilizzo devono essere cambiati.

Sul web sono circolate immagini di questi materiali gettati a terra, sui marciapiedi o in prossimità di farmacie e supermercati, che purtroppo fanno affermare tristemente che la pandemia non ci ha trasmesso nessun insegnamento etico. “Basta che l’1% della popolazione non rispetti le regole e non getti correttamente mascherine e guanti, che i danni ambientali causati sono enormi e gravissimi“, sostiene Minutolo. “I report affermano che stiamo utilizzando al mese circa un miliardo di mascherine usa e getta e 500 milioni di guanti: i numeri sono mastodontici, ma il peso è in realtà minimo“. Per quanto riguarda infatti lo smaltimento di questi nuovi e numerosi rifiuti, il problema non sussisterebbe. Il condizionale qua è però d’obbligo: “Può esistere anche la miglior filiera di riciclo del mondo, ma se vengono buttati per terra non conta niente“.

Occorre smaltire i materiali nel modo corretto, perché “anche solo lo 0,1% può fare danni incalcolabili”

Questi materiali infatti finirebbero nella raccolta indifferenziata e se gestiti correttamente non creerebbero nessun problema. Il responsabile scientifico di Legambiente afferma infatti che in Italia produciamo ogni anno 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani, e facendo il conto con il peso che ha un paio di guanti (3 grammi), questi ammonterebbero soltanto a circa 60 mila tonnellate. “È una cifra piccola, e il problema del loro smaltimento non dovrebbe esistere, ma anche se lo 0,1% viene disperso nell’ambiente i danni sono incalcolabili: guanti e mascherine sono infatti in plastica, e sono materiali molto leggeri. In questo modo si frantumano con poco, e nella terra o nelle acque si disperdono sotto forma di microplastiche, e vengono scambiati dagli animali per cibo“.

Essendo materiali leggeri inoltre, questi strumenti sono facilmente trasportati da un posto all’altro con semplici spostamenti d’aria. “Se gettiamo guanti e mascherine nel cestino per strada e questo è piuttosto pieno, basta un autobus che passa o una folata di vento per farli volare via. Dovremmo sostituire il gesto frettoloso di buttarli con un’azione più attenta, e dovremmo semplicemente assicurasi di averli gettati bene“. Ancora una volta quindi l’appello è all’educazione delle persone, che associazioni come Legambiente fanno quotidianamente e in modo diretto. Questo sembra quindi l’unico ancoraggio per sperare in un futuro più green, perché anche nei casi in cui esistono norme e sistemi mirati, come nel caso dello smaltimento dei rifiuti, ognuno deve comunque fare la sua parte.

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