Irrational man: Woody Allen e i labirinti della ragione

di Filippo Fabbricatore È assodato: pur cambiando trame e caratteri Woody Allen resta sempre lo…

Irrational man: Woody Allen e il disincanto della ragione

di Filippo Fabbricatore

È assodato: pur cambiando trame e caratteri Woody Allen resta sempre lo stesso. Legge i soliti libri, ritorna sugli stessi temi, fa compiere ai personaggi azioni che già conosciamo. Eppure negli ultimi due film – Magic in the moonlight e Irrational man qualcosa è cambiato.


Irrational man è la storia di Abe Lucas, un pasciuto (anzi panciuto!) professore di filosofia che viene a insegnare in un campus universitario di provincia. Abe (interpretato da un magistrale Joaquin Phoenix) porta con sé una fama ambigua: di pensatore brillante e di filantropo, ma anche di seduttore dedito all’alcool. Ed è sorseggiando una boccetta di whisky di puro malto che tesse riflessioni prive di qualsiasi entusiasmo alla vita, e disilluse sulla possibilità di adattare i modelli di comportamento dei grandi filosofi alla realtà (l’etica di Kant – dice – è irrealizzabile: metterla in pratica significherebbe dover dire la verità persino di fronte ai nazisti che cercano il nascondiglio di Anna Frank!).

A cercare di rianimare Abe è la collega Rita Richards (Parker Posey), che lo seduce nel tentativo di mettersi alle spalle un matrimonio fallito. Ma sarà una talentuosa studentessa, Jill Pollard (Emma Stone), a suscitare il suo amore. Lui disincantato, lei appassionata… eppure rispetto a Magic in the moonlight questo non basta per risolvere i dissidi del protagonista. Solo quando i due ascoltano casualmente il pianto di una madre a cui un giudice corrotto sta per togliere la tutela del figlio in Abe scatta qualcosa, l’idea di poter fare il bene attraverso il male. La prospettiva ridà senso alla sua vita: ucciderà il giudice mettendo in scena un delitto dall’estetica perfetta.

Irrational man è un film riuscito per come ormai Allen vuole che riescano i suoi film: non riesce a svincolarsi del tutto dalla routine dell’Allen di ogni anno, ma perché dovrebbe se a noi tanto piace? Preferisce giocare con le citazioni, riattivando il ricordo di Match point e di Sogni e delitti, e riformulando i temi della moralità e della scelta, della casualità della vita e quello di come un delitto possa rivoltarla. E lo fa affidando il segnale della parodia e del disincanto a un jazz spensierato, ripulito dalle note malinconiche del sax.

È il punto chiave: la disincantata fenomenologia dell’amore e della psiche umana prosegue sulla scia ottimistica avviata da Magic in the moonlight, e persino la morte e l’assassinio diventano strumenti positivi capaci riaccendere una condizione vitale. Ma questa vitalità, innaturale e sconcertante, esce sconfitta dal confronto con l’abbacinante freschezza di Emma Stone, perfetta nell’incarnare l’entusiasmo genuino della sua età. Se però in Magic in the moonlight la musa riesce a sparigliare le sicurezze dell’uomo e a salvarlo, qui la musa è un ostacolo: il senso è al di fuori di essa. L’uomo irrazionale paradossalmente è proprio colui che rinuncia all’amore, che insegue il bene in un rapporto soppesato tra fini benevoli e cattivi strumenti, che arriva a tutto pur di salvare la pelle, fino al punto di non riuscire più a salvarsi da se stesso.

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