Fin dall’inizio della pandemia è sembrato che i bambini fossero i soggetti meno a rischio nel contrarre l’infezione da nuovo coronavirus. I più piccoli hanno un sistema immunitario innato più sviluppato e non hanno problemi ai polmoni causati, per esempio, dal fumo. Tuttavia, ora che la curva epidemiologica del virus sta scendendo, arrivano notizie di una “nuova” malattia che li colpisce e che sarebbe collegata al Covid-19. Si tratta della sindrome di Kawasaki, malattia rara scoperta nel 1967, che si presenta come un’infiammazione che colpisce prevalentemente neonati e bambini nella prima infanzia.

L’allarme si è acceso soprattutto in questo periodo, perché si sono registrati casi piuttosto numerosi riconducibili alla malattia di Kawasaki, se si considera la normale diffusione della sindrome. Sia in Italia che in Gran Bretagna si è individuata in questa malattia la causa di alcuni sintomi febbrili nei bambini, mentre negli Stati Uniti si sono già registrati tre morti, due bambini e un diciottenne.

Per fare luce sulla malattia e sul collegamento con il Covid-19, abbiamo posto alcune domande al Dottor Icilio Dodi, direttore della Pediatria generale e d’Urgenza del’Ospedale Maggiore di Parma; in città sono stati registrati circa 20 casi positivi di coronavirus nei bambini, mentre nessuno avrebbe manifestato i sintomi tipici della malattia di Kawasaki. Il Dottore ha poi spiegato alcuni dettagli sulla “Fase 2”, prospettando già i particolari e le eventuali problematiche del rientro a scuola.

Che cos’è e quali sintomi presenta la sindrome di Kawasaki, malattia rara che colpisce in genere i bambini da 1 a 8 anni?

La malattia di Kawasaki, descritta per la prima volta in Giappone nel 1967 da Tomisaku Kawasaki, è una infiammazione acuta dei vasi di piccolo e medio calibro di tutti i distretti dell’organismo. La causa è attualmente ancora sconosciuta e probabilmente vi concorrono più fattori. Colpisce prevalentemente lattanti e prima infanzia. I sintomi caratteristici sono la febbre, l’arrossamento di entrambi gli occhi, arrossamento delle labbra e delle mucose, disepitelizzazione delle estremità (mani, piedi e regione del pannolino), esantema cutaneo ed interessamento dei linfonodi del collo.  Se non curata si associa a rischio di complicanze delle arterie coronarie. 

Ultimamente si sta accostando la sindrome di Kawasaki al nuovo coronavirus. Esiste effettivamente una connessione tra il Covid-19 e la malattia pediatrica?

Nei soggetti che presentano forme gravi di Covid e nei soggetti con Kawasaky il sistema immune si attiva in modo disordinato ed eccessivo. Nel 2005 fu segnalato un caso, rimasto peraltro isolato, di Kawasaky associata ad infezione da Coronavirus. In un numero limitato ma non trascurabile di bambino affetti da Covid si sono presentati sintomi riconducibili a quadri clinici incompleti o atipici di malattia di Kawasaky.

Si è capito per quali motivi i bambini hanno meno probabilità di essere contagiati dal Covid?

Per il Covid-19 sono state formulate diverse ipotesi per spiegare la minore suscettibilità dei bambini e l’andamento più benigno dell’infezione. L’ipotesi per cui i bambini potrebbero avere una minore densità dei recettori ACE2 nel polmone non sembra confermata da evidenze. I bambini però hanno un sistema immunitario innato più sviluppato e inoltre i bambini hanno meno comorbidità e non fumano: per questo potrebbero essere meno soggetti a contrarre l’infezione.

In quale misura invece possono contrarre il Covid ma essere asintomatici, rappresentando quindi un rischio per l’infezione di altre persone?

I bambini possono essere paucisintomatici, cioè possono avere sintomi meno intensi, o asintomatici e quindi rappresentare un veicolo di diffusione del virus. Il 90% dei casi in età pediatrica sono asintomatici o con sintomatologia lieve-moderata. Nei casi sintomatici le manifestazioni cliniche sono meno presenti rispetto all’adulto (meno presenza di febbre, di tosse, raramente dispnea).

Con l’inizio della fase 2 i bambini sotto i 6 anni non hanno l’obbligo di indossare la mascherina. Tuttavia, alcuni pediatri la indicano anche per i bambini sopra i 3 anni. Com’è la sua posizione a riguardo? Quanto può essere efficace la mascherina per un bambino?

Per protezione individuale la mascherina deve essere indossata a partire dai 6 anni per tutti. Poi dai 3 ai 6 dipende dall’attività svolta e dal contesto: su questo punto potrebbero esserci indicazioni tecniche nazionali, come pure alternative che sono al momento in corso di valutazione. Oltre alle mascherine estremamente importante è l’igiene personale guidata, a partire dal pedissequo lavaggio delle mani.

Dal 9 marzo le scuole sono chiuse in tutta Italia e i bambini sono costretti a casa, seguendo dove possibile la didattica a distanza. Quali sono i rischi di un ipotetico ritorno in aula? C’è un effettivo pericolo nel frequentare gli istituti scolastici e seguire le lezioni, oppure è possibile trovare un modo per garantire in sicurezza il prosieguo della scuola?

Molte Nazioni in corso di pandemia hanno deciso di chiudere le scuole. Questa è apparentemente una misura di buon senso come parte di una politica di distanziamento sociale per abbassare il tasso di trasmissione del virus. L’UNESCO stima che almeno 138 Paesi abbiano istituito la chiusura delle scuole a livello nazionale. Il mondo scientifico è però diviso sulla reale efficacia della chiusura delle scuole nel contenere la trasmissione del virus.  Una recentissima revisione della letteratura sulla misure di contenimento, riporta ad esempio uno studio effettuato a Pechino sull’epidemia SARS nel 2003: da qui si evince che il rischio di contagio nei bambini, comunque basso anche in quel caso (5%), era da 20 a 30 volte più probabile in conseguenza di contatti con familiari e amici all’esterno della scuola.

I rischi di contagio possono comunque essere ridotti al minimo osservando le pratiche di sicurezza stringenti e nello stesso tempo attuabili. Fermo restando il distanziamento tra banchi e tavoli, e i limiti di numerosità dei bambini (ad es. 4-5 per ambiente/educatore per i più piccoli, 8-10 per i più grandi; 15 per classi scolastiche) il distanziamento va spiegato, facilitato e attuato nella misura del possibile. Questo nella consapevolezza che, in particolare nei primi anni, è di difficile attuazione, anche se questo gruppo è a rischio minimo di infezione passiva e di contagio attivo. In questo momento tuttavia non esistono norme precise e la situazione sia epidemica che degli strumenti di controllo, è in continua evoluzione.

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