La montagna che spopola e “invecchia male”
Lo spopolamento montano, e in modo particolare quello delle nostre montagne, è un fenomeno antico, che non nasce di recente ma che probabilmente negli ultimi anni ha prodotto una visibile accelerazione in quelli che sono gli effetti socio-economici che gravano sulle zone abbandonate e lasciate a loro stesse “ad invecchiare male” […]
La montagna spopola e “invecchia male”
Lo spopolamento montano, e in modo particolare quello delle nostre montagne, è un fenomeno antico, che non nasce di recente ma che probabilmente negli ultimi anni ha prodotto una visibile accelerazione in quelli che sono gli effetti socio-economici che gravano sulle zone abbandonate e lasciate a loro stesse “ad invecchiare male”.
Da una parte decresce fino al rischio di scomparsa l’attenzione complessiva a un patrimonio culturale e naturale che tanto ha avuto e ancora molto avrebbe da dire a chi lo abita e a coloro che (se lo conoscessero) potrebbero visitarlo; dall’altra, però, proprio questa attenzione non può essere coltivata se si assomiglia sempre di più la porzione economica e di attività produttiva che potrebbe fare da volano per la riqualificazione e la promozione del nostro patrimonio.
Oggi potremmo definire il fenomeno a cui assistiamo semplicemente “abbandono“, una vera e propria “teoria dell’abbandono” che si manifesta in tutte le sue forme: si spostano e abbandonano il territorio i giovani, abbandoniamo a loro stesse le meraviglie che invece di essere riscoperte, promosse e visitate cadono nel degrado più totale, abbandoniamo le attività che potrebbero promuovere con importanti investimenti tutto questo mancato processo di valorizzazione.
Il sospetto, in fondo, per quel che riguarda il partire e andarsene è che non si “scappi” per raggiungere qualcosa che si crede migliore (la città, lo sappiamo, presenta tanti limiti nell’immaginario comune), bensì perché qui “dalle nostre parti” non abbiamo molto da offrire come prima, non si percepisce una spinta positiva in grado di ripristinare e incentivare la crescita collettiva, sul fronte economico e sociale.
In poche parole: da un lato siamo impossibilitati nel “rimetterci in marcia” da risorse sempre più scarse, dall’atro senza qualcuno che “marci” perdiamo appetibilità e nessuno corre da noi come un tempo. Un dilemma.
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