“L’altro”: la paura nascosta dietro all’odio del diverso | EDITORIALE

Punto&Virgola

di Luca Galvani

“Lavorare per migliorare la qualità della vita di tutti, conoscere e condividere, spartire e produrre insieme”

Rimproveriamo il velo che nasconde il volto delle donne, il camminare schiamazzante di gruppi di persone nella notte oppure, oggi molto più di moda, la sfacciataggine di chi arriva da lontano per sottrarci il lavoro. Bene.


La tesi: dietro il risentimento, nel peggiore dei casi l’odio, non si nasconde altro che la nostra paura per qualcuno o per qualcosa. E spesso la paura è verso noi stessi e riguarda la nostra consolidata insicurezza esistenziale. Quasi sempre.

Tentata dimostrazione per luoghi comuni:

L’immigrato è un ladro perché la maggior parte delle notizie di furto riguarda gli immigrati

Abbiamo, come giusto che sia, paura di essere derubati di ciò che è nostro, di ciò che con fatica ci siamo guadagnati lavorando, faticando e di ciò raccogliamo quotidianamente dai nostri rapporti personali. Il problema è complesso e per noi meno coraggiosi risulta ben più facile pensare che – invece che trovare soluzioni sul fronte sicurezza per diminuire la criminalità – se la maggior parte dei furti è ad opera di immigrati, eliminando gli immigrati elimineremo la criminalità. Sbagliato. È semplicemente una semplificazione per tentare di risolvere nel modo più economico e meno ansioso possibile un problema da sempre esistito con o senza immigrati nei notiziari. Il punto sta nel lavorare per migliorare la qualità della vita di tutti per diminuire il rischio che la miseria spinga sempre più persone a cercare di ottenere in modo fraudolento dai chi ha qualcosa. Non dimentichiamo, poi, che le notizie non le fanno i deboli, gli sconfitti, i “ladri”, bensì coloro che poi, spesso, sostengono i luoghi comuni di cui sopra. È vero che c’è oggi più di ieri una tendenza a far coincidere i due fenomeni (immigrazione e criminalità), ma dipende semplicemente dal fatto che “noi” siamo meno di “loro” (terribili etichette) e che viviamo in un mondo che si avvicina sempre di più alla miseria per i più e alla ricchezza raccolta nelle mani di poche persone. E poi assistiamo a una geografia umana che ci insegna che (come da sempre) i popoli si spostano, viaggiano alla ricerca di speranza e lavoro, sicurezza e tranquillità. Nel mondo liquido in cui questi riferimenti declinano non stupisce che sempre più disperati si mettano in viaggio alla ricerca della felicità. E noi, siamo “terra di passaggio”.

E quanto detto può comodamente valere anche per la ricerca del lavoro, dove a parere di alcuni oggi “noi” non troviamo lavoro perché “altri” lo sottraggono agli aventi diritto. Direi che è ben più probabile che – di fronte alle tante persone più che per bene che si mettono quotidianamente in gioco per sopravvivere e migliorare la propria condizione – il nostro grande ego rifiuti di accettare che abbiamo paura di non essere all’altezza per “competere” e giocarci le nostre carte.

Un suggerimento a noi stessi: essere “una terra di passaggio” non è solo un male, anzi. Da frontiera impegnata ad allontanare e vietare possiamo provare ad assomigliare al sentiero necessario per conoscere e condividere, spartire e produrre insieme. In particolar modo in un momento di difficoltà diffusa. Comprendendo che colui che definiamo come “altro”, altro invece non è che noi stessi in altro luogo, noi stessi impegnato fare cose simili in un momento diverso, per motivi simili, in direzione di obiettivi e speranze comuni.

Quindi: meglio tollerare (se non si vuole difendere) la libertà di indossare un velo sul viso per scelta culturale, o rifiutare di vedere il velo che quotidianamente indossiamo sugli occhi per paura di (com)prendere il diverso?

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