© Luca Bolognese

Leonardo Benazzi è considerato uno tra i più brillanti direttori d’orchestra italiani. Parmigiano, è conosciuto e stimato in città per le sue esperienze internazionali nonostante la giovane età. Ha diretto alcune tra le più prestigiose orchestre italiane ed internazionali, tra cui la filarmonica del Teatro Comunale di Bologna, la Filarmonica di Stato russa, l’Orchestra internazionale di Maribor. Studi alla rinomata Royal Academy of Music di Londra, ha lavorato in sedi quali Teatro alla Scala, Royal Opera House di Londra ed alla Deutsche Oper di Berlino, collaborando con direttori tra cui Riccardo Muti ed Ezio Bosso nel corso della sua carriera.

Ha deciso di impegnarsi in prima persona per rivoluzionare la vita musicale di Parma, scendendo in campo nelle prossime elezioni comunali a sostegno della lista civica di Dario CostiOra“.

Maestro, secondo lei cosa c’è che non funziona nella musica a Parma?

Il problema è che per colpa dell’ultima amministrazione durante l’ultimo decennio la città non consuma, non vive e non respira musica. Non basta celebrare Verdi un mese l’anno, bisogna creare musica e consumarla tutti i giorni. Lo dico ancora: consumarla. Come si fa a celebrare anche lo stesso Verdi senza un’orchestra dentro il Teatro Regio? O senza un luogo vivo, vibrante, aperto alla gente dove queste attività abbiano luogo? Le sedi ci sarebbero, manca un loro totale ripensamento e una proposta artistica di livello. E rendere consapevoli i cittadini parmigiani della grande storia e tradizione di cui sono depositari. Sono convinto che se più persone lo sapessero l’orgoglio della città aumenterebbe enormemente. Io vado in giro per il mondo per la mia professione fiero di essere parmigiano, grazie ai grandi insegnanti che ho avuto qui e alle istituzioni che mi hanno formato. E sempre ho visto che abbiamo tutto per eccellere, anche di più. Quindi so di che parlo. Io vedo però una città morta, triste, abbandonata e insufficiente nella qualità delle proposte musicali. E non mi si dica che è colpa del Covid, perchè è così ormai da anni. Tutto ciò lo dico con grande rammarico, perchè Parma è la città dove sono nato e che amo.

Quale sarebbe secondo lei il primo passo per crescere?

La mia idea è di fondare un’orchestra giovanile under 30 e di chiamarla “Orchestra giovanile Cleofonte Campanini“, ponendola in residenza stabile al Teatro Regio. Campanini, grande direttore d’orchestra parmigiano, è stata un’altra delle grandi figure musicali che hanno segnato la storia della città in campo musicale, conosciuto anche in America quasi quanto Toscanini. Per la selezione dell’organico indiremo un regolare bando di concorso internazionale, convocando alcune tra le prime parti delle più prestigiose orchestre italiane, ed il rinnovo della formazione avverrà ogni quattro anni, per mantenerci stabilizzati con i requisiti di età necessari. Questo consentirebbe di ridare al teatro un nuovo centro di produzione musicale, ma con un progetto assolutamente innovativo, dinamico e soprattutto unico nel suo genere. Non esiste nessuna fondazione Lirico-Sinfonica in Italia che sia dotata di un’orchestra giovanile in residenza. Parma sarebbe una straordinaria apripista, e dal punto di vista legislativo la legge ce lo consente, in quanto il Regio è un Teatro di Tradizione.

Ma non sarebbe più semplice tornare al passato?

Assolutamente no. Stiamo assistendo in questa tornata elettorale ad una pericolosa “operazione nostalgia” offerta da certi candidati, che assicurerebbe un pessimo futuro alla città, specialmente per il Teatro Regio. Quando qualcuno dipinge la gestione del Regio come un paradiso terrestre nel pre-Pizzarotti e quando quel qualcuno dice che c’era già un’orchestra interna al teatro, a quel qualcuno vorrei ricordare che in quegli anni le convocazioni dei Professori d’orchestra avvenivano in maniera irregolare e non attraverso regolari bandi di concorso. In più sotto il profilo amministrativo il Regio, sotto la sovrintendenza Meli, chiuse l’ ultima annualità rischiando il default, con falsi in bilancio e cause legali ancora pendenti per gli ex-dirigenti dell’orchestra. L’iter legale farà chiarezza ovviamente, non si vuole qui accusare nessuno; ma possiamo dire certamente che la credibilità di quelle persone di fronte ai cittadini è perduta e che hanno fallito. Dio ci scampi dal tornare a quel passato.

E’ molto difficile oggi portare la gente ad ascoltare concerti…

Mi permetto di correggerla. I numeri parlano chiaro. In Germania e negli altri paesi europei di area anglosassone il 75% del pubblico delle orchestre e dei teatri d’Opera è formato da giovani sotto i 30 anni di età e le sale sono sempre piene. Li ho visti con i miei occhi. Io stesso ne ero fruitore quando ero studente a Londra. Un sacco di incentivi e agevolazioni. Ma soprattutto proposte artistiche di grandissima qualità. Altrimenti il giovane a teatro non ci va. Si pensa sempre che per avvicinare il giovane bisogni fare cose più accessibili, abbassare il livello. Semmai bisognerebbe alzarlo. I giovani non sono stupidi. La verità è che mancano idee, manca una progettazione di valore a lungo termine. E le persone ai posti di dirigenza spesso da noi sono persone inadeguate per competenze specifiche. Sopratutto manca la capacità di fare muovere a cascata la vita musicale di tutta la città partendo dalla centralità del Teatro, per poi arrivare al centro storico, ai quartieri, alle periferie, alle fabbriche, agli ospedali, alle carceri. Sì, anche agli ultimi. Ogni biglietto non venduto deve essere considerato dagli amministratori come un fallimento e redistribuito, messo a disposizione per un potenziale nuovo appassionato. Se non è in grado di pagare non importa, la ricaduta economica sarà decuplicata in seguito. Anche a livello di impatto sociale. Quella stessa persona ne parlerà a qualcun altro, contribuendo alla formazione di nuove sacche di pubblico. Queste cose le faceva anche Abbado a Milano negli anni settanta, ed oggi Milano è senza dubbio la città più all’avanguardia del Paese dal punto di vista musicale.

Ci sarebbe altro che lei reputi utile mettere in atto?

Parma vanta una delle più grandi tradizioni musicali del mondo. A parte Giuseppe Verdi e Arturo Toscanini, ha avuto artisti straordinari come Renata Tebaldi, Ildebrando Pizzetti, Ferdinando Paer. La Tebaldi è stata una delle pochissime donne italiane mai apparse sulla copertina di Time. Tanto per dire. E potrei continuare, la lista è lunga. Sono figure di lustro che ci sono invidiate dal mondo intero. Non possono essere totale appannaggio di altri Paesi o altre città che di Verdi e della sua storia, andando secondo logica, sanno o dovrebbero sapere molto meno di noi. E questo non significa campanilismo o tantomeno tribalismo, come ho sentito dire di recente, ma esattamente il contrario. Tutte le più grandi capitali musicali del mondo oggi tutelano dallo spettro dell’ esterofilia “facile” i loro grandi compositori e artisti attraverso severi processi di authority, ma nessuno grida allo scandalo. Vienna e Salisburgo in primis. Nonostante ciò, sono proiettate nella modernità, perchè il “branding” dei loro festival o grandi eventi è sempre accompagnato da un grande rispetto verso il compositore. Il che non significa solo creare dei “comitati scientifici” come è stato fatto negli ultimi anni, ma investire piuttosto sulla percezione che le persone comuni hanno di Giuseppe Verdi e di cosa può o potrebbe significare per loro. Bisogna raccontare la sua grande storia; spiegare ai parmigiani che se la loro identità come italiani moderni è sin dall’unificazione una delle più avanzate del Paese, progressista e rivolta ai valori della Resistenza e mirante fiduciosa verso un’Europa più integrativa, è anche grazie allo sforzo di Verdi che da parmigiano si è trasformato in Italiano durante il Risorgimento. In sostanza il Festival Verdi, pur rimanendo come deve, deve diventare una sorta di moto perpetuo per la città durante l’arco completo dell’anno.

Bisogna poi investire sul futuro, sui musicisti della nostra città, e vi assicuro che ce ne sono diversi di grande valore che aspettano solo l’occasione di ricambiare il loro amore per la nostra comunità. Mi pare veramente assurdo che non li mettiamo a sistema. Faccio un esempio: uno dei più rinomati direttori d’orchestra viventi e che stimo molto è Christian Thielemann, nato e cresciuto artisticamente in seno al Festival di Salisburgo, fondato da Herbert von Karajan. Nel corso degli anni, anche grazie all’intuizione geniale di quest’ultimo, Thielemann ha avuto la possibilità di crescere e di dimostrare il suo valore come giovane figlio della cultura musicale germanica. I risultati sono stati straordinari. Il Festival di Salisburgo è cresciuto enormemente negli ultimi vent’anni, diventando uno degli eventi di musica classica più importanti al mondo e rendendo Thielemann un punto di riferimento della città per il futuro. La tradizione in questo modo prospera, ma nel segno della modernità e aprendosi al mondo. Sottolineo che l’attuale sovrintendente di uno dei due festival salisburghesi è proprio un’italiana, Cecilia Bartoli, che con la cultura musicale austriaca ha un rapporto lungo una vita. A dimostrazione che in queste grandi istituzioni conta l’attaccamento alla maglia, non la nazionalità. Ma siete stati di recente a Busseto? Vi sembra che come hotel, come proposte artistiche e logistiche sia una città attrezzata per ricevere appassionati e turisti da tutto il mondo? Sembra una landa desolata, e volendo avrebbe tutto per essere un gioiello, perchè è splendida. Anche i bussetani si meritano meglio di come sono stati trattati negli ultimi anni. Come vassalli, dei figli poveri di Parma. Questo non è giusto e nemmeno decoroso per il nome di Verdi stesso, che bussetano lo era di nascita. Nell’anno della pandemia ho assistito al “Caravan verdiano” a Busseto, spettacolo veramente mediocre che sarebbe stato riconfermato anche quest’anno se le recenti critiche verso il Regio non avessero costretto la Direzione a fare retromarcia e a modificare la programmazione infilando qualche concertino anche a Busseto per il Festival Verdi del prossimo autunno. Ovviamente non si può pensare di procedere seriamente in questa maniera. Parma e i parmigiani meritano molto di più, e non hanno bisogno delle “indicazioni” di nessuno, di Bologna in primis. Anche perchè dalla legge Bray del 2013 ogni Teatro o Ente Lirico in rischio default (come era il Regio) è di fatto commissariato e obbligato a chiudere le annualità con il pareggio di bilancio. Chiudo dicendo che il Teatro Regio è per Statuto un teatro di tradizione, e che dunque per legge “obbligato” a promuovere le sue attività all’interno della provincia nella quale è posto.

Qualcos’altro?

Sì. Quando ho iniziato io da bambino c’era un tessuto profondo ed esteso di maestranze, di associazioni propedeutiche di avviamento alla musica classica/lirica composte da persone di grande esperienza. Io stesso grazie ad una di queste associazioni “debuttai” da bambino al Teatro Regio, suonando in orchestra per un adattamento del “Flauto Magico” di Mozart. Da quel momento decisi che la musica sarebbe stata tutta la mia vita. Ora sono tutte sparite. Spiace dirlo ma nel corso degli anni le ultime amministrazioni hanno smantellato queste realtà, affidando attività propedeutiche a società partecipate che sono state o sono tuttora gestite da persone che di musica sanno poco o nulla. Non sono cose banali. Si tratta della nostra grande tradizione, che ci fa unici nel mondo. Assurdo ed insensato cancellarla. Potenzialmente ci sarebbero centinaia di bambini a Parma oggi che potrebbero essere avviati alla musica classica, dando lustro alla città un domani se qualcuno di loro deciderà di fare della musica la sua vita. Inoltre sarebbe da mettere a sistema tutto un progetto di recupero delle Bande cittadine e delle “Società Filarmoniche”, come quelle che c’erano a Busseto durante gli anni di Verdi, che portavano la grande musica nei piccoli paesi, dentro le case delle persone. Una tradizione meravigliosa, fatta di contatto umano, che abbiamo perso. Questo significa investire davvero sul futuro della comunità. Inoltre bisogna concentrarsi sul recupero dei Circoli Lirici della città, nostra memoria storica e che possono essere ammodernati con seri progetti di rifinanziamento volti al fine di introdurre attività propedeutiche all’avviamento della professione e farli diventare dei centri multiculturali degni di una grande capitale, non solo musicale.

Come mai ha scelto di schierarsi al fianco di Costi in questa tornata per le comunali?

Dario Costi è sicuramente la scelta migliore per la città. Ho avuto il piacere di conoscerlo solo di recente, da quando sono stato coinvolto dal suo comitato ai tavoli di lavoro sul tema della musica e della cultura. Io, come altre persone nelle liste, ero tuttavia attivo già da circa un anno per formulare progetti studiati che avessero al centro una rigenerazione della vita musicale di Parma partendo dalle sue basi. Ci siamo subito trovati. Costi è una persona seria, stimata nel suo campo e fuori per professionalità, studio, impegno, ascolto e soprattutto amore per Parma e per la sua storia. Mi ha colpito il fatto che abbia voluto coinvolgere esperti di ogni settore per farsi consigliare. Una rarità nella politica di oggi. Penso veramente che i parmigiani non possano chiedere di meglio. Se Parma si lascerà scappare questa incredibile occasione di rinascita il treno non passerà due volte.

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