Giornata contro l'omolesbobitransfobia, l'esperienza da nonbinary di Jules Ricci

Oggi, 17 maggio, è la giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia, che in acronimo inglese si dice IDAHOBIT. È importante che ci siano queste giornate nelle quali le persone queer possano sentirsi protagoniste: alla base di queste ricorrenze, c’è l’idea di ascoltare attivamente le persone LGBTQIA+ in piazza e sentire le loro esperienze, prendendo così parte al cambiamento. Ancora molta confusione c’è nel dibattito pubblico sui temi queer, in particolare sull’identità di genere, spesso strumentalizzata nel dibattito pubblico. Abbiamo quindi sentito Jules Ricci, attivista non-binary per L’Ottavo Colore, per chiarirci le idee e sfatare alcuni miti su binarismo di genere e importanza dell’attivismo.

Qual è la storia dell’IDAHOBIT? Quando nasce questa giornata?

È stata scelta questa data perché il 17 maggio del 1990 l’OMS rimuove l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali: di fatto vuol dire che non esiste devianza o patologia collegata agli orientamenti non eterosessuali. Nel 2007 poi la ricorrenza viene accolta ufficialmente dall’Unione Europea: inizialmente era solamente inerente all’omofobia; con il riconoscimento delle questioni di genere, si sono aggiunte la transfobia e le discriminazioni relative al genere. In queste giornate noi persone LGBT possiamo sentirci protagoniste e far sentire le nostre rivendicazioni: facciamo lotta continua e quotidiana, anche con la nostra sola esistenza. Non è l’unica occasione in cui far valere i propri diritti: a fine marzo c’è stato anche il Transgender Day of Visibility, mentre il 14 luglio ci sarà la giornata internazionale della visibilità delle persone non binary. Un giorno molto importante per me: è stato il giorno in cui ho fatto coming out da persona nonbinary.

Come vi state muovendo a Parma per questa giornata?

Abbiamo in mente di fare un presidio e di fare attività anche interattive con i cittadini. Vedo questa giornata anche come un’occasione per ricordare le vittime di tutte le discriminazioni, sia quelle fatali sia coloro che subiscono microaggressioni. Spesso di queste non se ne parla: anche l’invalidazione del genere e dell’orientamento sessuale sono forme di violenza, così come la patologizzazione dei processi di affermazione di genere. E infine, usare il nome di battesimo di una persona trans, in gergo “deadname” è una microaggressione: dovremmo rispettare e usare sempre il nome d’elezione. Ci viene detto che ci offendiamo per tutto: chiediamo solo rispetto, che dovrebbe essere alla base dell’educazione e insegnamento di ogni persona.

Cosa significa fare attivismo a Parma? In merito alle tematiche LGBT, come le percepisce la popolazione parmigiana?

La comunità queer di Parma non è molto conosciuta rispetto alle realtà LGBT+ di altre grandi città come Bologna. Qui c’è un contesto diverso, meno progressista, ma piano piano stiamo ricevendo risposte positive. Spesso ci chiamano nelle scuole durante le assemblee e ci danno addirittura carta bianca sui temi da trattare. Non mancano i problemi da parte di chi afferma che le persone LGBTQIA+ non dovrebbero interagire con gli ambienti educativi. C’è troppa paura di una fantomatica “teoria del gender”, perciò spesso l’educazione alle differenze viene fatta in maniera imprecisa. E nonostante ci sia stato un aumento esponenziale della discussione di questi temi da parte dell’opinione pubblica, non basta cercare informazioni su Google per essere realmente formati. Educare in maniera corretta al rispetto di tutte le soggettività è anche un modo per prevenire il bullismo.

E che rapporto avete con le istituzioni?

Come associazione LGBT, l’Ottavo Colore dialoga molto con il Comune. Però è un dialogo alla pari, non sottomesso: cerchiamo di fare proposte ma anche critiche, di portare le nostre istanze e cambiamento nella società locale. E se il dialogo manca, portiamo il nostro attivismo nelle piazze e cerchiamo effettivamente di ottenere ciò che chiediamo. Il cambiamento si fa sia dall’interno, nei luoghi di potere e di rappresentanza, sia dall’esterno. Collaboriamo anche con l’ambiente studentesco, con il quale, invece, abbiamo fatto una mozione per la carriera “alias”: nei documenti interni le persone trans e nonbinary potranno così usare il nome di elezione.

Come vivi il tuo essere una persona non binaria nella comunità LGBT parmigiana e non?

Quando ho iniziato ad affermarmi come persona nonbinaria, avevo paura delle reazione delle persone a me vicine. In generale mi sento molto fortunato nella mia esperienza: negli ambienti in cui ho fatto coming out, tutte le persone l’hanno presa bene. Penso che l’aspetto più importante sia riuscire a creare un contesto positivo, un ambiente sicuro e “safe”, non solo fra i propri conoscenti, ma anche a livello scolastico e professionale. Io lavoro in prefettura, un ambiente pubblico, nel quale è difficile far capire cosa significa essere una persona non binaria. Infatti nel mio ambiente lavorativo non ho ancora fatto coming out e mi chiamano ancora con il mio deadname, il mio nome anagrafico: se in altri ambienti di Parma sono più tranquillo, vorrei che a lavoro capiscano con calma chi sono.

Potresti definire le principali caratteristiche del genere non binario? Essere persone trans significa essere anche persone non binarie?

Le persone non binarie rientrano in quello che viene chiamato “ombrello” delle soggettività trans, che sono tutte quelle persone che non si ritrovano nel genere assegnato alla nascita. Nel caso delle persone non binarie, non si riconoscono nei confini previsti per le categorie “maschile” e “femminile”: non è un terzo genere come alcune persone pensano. Non c’è un modo “giusto” di essere una persona non binaria: ogni esperienza è diversa ed è anche valido sfuggire alle definizioni, non identificarsi. Nel mio caso, sono demiboy e mi identifico parzialmente in un genere particolare, quello maschile.

Le persone non binarie sono sempre esistite, ma nel contesto della società occidentale sono rimaste fuori dalla storia. Il nonbinarismo riguarda anche alcune realtà culturali, come le popolazioni native americane o le zone dell’Oceania: basti pensare alle vergini giurate, donne che assumono il ruolo di genere dell’uomo nel contesto sociale dei Balcani”.

La bandiera nonbinary

Che differenza c’è tra genere non binario, genderqueer e genderfluid?

Partiamo dal presupposto che il genere può essere vissuto in maniera molto fluida e non statica, fuori dal binarismo uomo/donna. Perciò, il termine “genderfluid” riguarda persona che sente che l’affermazione del proprio genere cambia nel tempo, rapidamente o gradualmente, indipendentemente dai due generi. Molte persone uniscono nonbinary con la definizione di genderqueer, che invece, è una persona che non si allinea con il genere uomo/donna e può presentare le caratteristiche associate tradizionalmente a entrambi i generi. Ha un significato molto politico, perché in origine “queer” veniva usato in maniera offensiva. La comunità si è riappropriata gradualmente di questo termine, svuotandolo dalla connotazione denigratoria.

In che misura è utile una definizione come quella del genere non binario, che sembra fatta apposta per scardinare gli stereotipi e quindi le definizioni stesse?

Queste definizioni sono molto generali proprio perché non sono dei monoliti, cioè non devono rappresentare l’esperienza di tutte le persone. Tuttavia queste definizioni aiutano chi vive una certa esperienza a trovare una comunità, ad avere un modo per poter parlare del proprio vissuto. Vanno prese come definizioni temporanee, proprio perché il genere e la sessualità sono molto fluide. In questo senso, la definizione di non binario è utile per definitivamente scardinare il binarismo di genere. Già la sola esistenza delle persone intersessuali è uno scardinamento al sistema del binarismo di genere, legato in questo caso al sesso biologico o sesso assegnato alla nascita. Le persone intersessuali possono presentare tratti biologici di entrambi sessi e sfuggire a una precisa classificazione in maschio/femmina alla nascita.

In parlamento, il DDL Zan è stato riproposto con lo stesso testo dello scorso anno. Quali modifiche da fare nel testo in esame? È un buon inizio per le soggettività LGBT?

In generale, non c’è stato un ascolto delle esperienze provenenti dal basso nella scrittura dell’attuale testo. Per questo motivo, è nata l’esperienza degli Stati Genderali, che si sono riuniti questo weekend a Bologna. Dopo il primo affossamento del ddl Zan, serve un disegno di legge che venga costruito dalle stesse persone discriminate e insieme ad esse. Questa proposta di legge rappresenta il minimo sindacale in assoluto richiesto dalla comunità LGBTQIA+.

Fra le cose che mancano, il testo attuale non tutela la discriminazione lavorativa: ad esempio, le persone trans vedono l’annullamento delle loro competenze che preclude l’accesso al lavoro. La parte preventiva, invece, riguarda solo iniziative relative al 17 maggio e il finanziamento ai centri antidiscriminazione: mancano le carriere alias e i centri rifugio di sostegno alle persone cacciate di casa. E perlopiù, il testo attuale viene proposto con la clausola salva-idee nell’articolo 4 sulla libertà di espressione. Un escamotage proposto da chi vuole essere protetto perché insulta, offende e danneggia le persone LGBTQIA+.

Anche all’interno della comunità LGBT ci sono discriminazioni : come mai proprio chi dovrebbe essere più sensibile compie in questi atteggiamenti?

All’interno della comunità ci sono divisioni su modi e metodi di fare attivismo. Grave è invece l’esistenza di organizzazioni femministe profondamente trans-escludenti, portatrici di visioni che vanno aggiornate e che non rispettano tutte le soggettività. Per il momento sto seguendo anche la discriminazione fatta all’interno stesso della comunità per quanto riguarda le persone asessuali e aromantiche. Non manca l’invisibilizzazione delle persone bisessuali e si fa discriminazione delle persone grasse e con un corpo non aderente ai canoni proposti dai media. Per questi motivi, di solito si parla di “comunità” al plurale: la comunità LGBTQIA+ non va pensata come salda e unita dove ti senti una persona accettata indipendentemente dalla tua soggettività. Spesso le stesse persone della comunità ripropongo quegli stereotipi che ci invalidano e dividono soltanto, non ci permettono di dialogare.

E quindi cosa può fare ognuno di noi per essere rispettoso di tutte le soggettività LGBT?

Come azioni quotidiane, chiedere i pronomi o iniziare presentando i propri è rispettoso di tutte le soggettività. E permette di evitare di presumere il genere della persona con la quale parliamo a partire dalla sua espressione esterna. Poi è giusto intervenire in situazioni di discriminazione nei vari contesti in cui si presentano: rimanere in silenzio a volte è la cosa peggiore perché invalida il malessere della persona discriminata. Infine cercare di di creare rapporti anche di empatia con le persone LGBTQI+: non bisogna pretendere di capire il loro vissuto, ma bisogna passarle il microfono e farle parlare per la loro esperienza, per i loro problemi, senza presunzione di capire. E infine, venire alle manifestazioni in piazza, essere presenti in quei luoghi in cui si fanno rivendicazioni, è il miglior modo per allearsi e dimostrare di avere a cuore tutte le istanze LGBTQI+.

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