“L’istruttoria” di Peter Weiss al Teatro Due: “Un rito laico per coltivare la memoria dell’Olocausto” | INTERVISTA

Si tratta di una pietra miliare della storia contemporanea del teatro. Un’opera fra le più crude e vere: è “L’Istruttoria” del drammaturgo tedesco Peter Weiss, scritta dopo aver assistito al celebre processo di Francoforte che si svolse dal 1963 al 1965 contro un gruppo di SS e funzionari del lager di Auschwitz. 183 giornate, 409 testimoni, di cui 248 sopravvissuti agli orrori dell’Olocausto: la rappresentazione del primo tentativo della Repubblica Federale Tedesca di far pace con la responsabilità. È uno spettacolo che lascia senza parole, toglie il fiato e mira al cuore e alla mente del pubblico, con lo scopo di far arrivare un messaggio: che quel che è successo non riaccada più.

Il Teatro Due di Parma mise in scena l’opera nel 1984, sotto la direzione di Gigi Dall’Aglio. Da allora lo spettacolo è diventato un cult, ha raggiunto le 1000 repliche complessive, tra cui la memorabile messa in scena all’Habimah National Theatre di Tel Aviv. La compagnia teatrale che interpreta l’opera è rimasta sempre la stessa, con alcune migrazioni e modifiche nel cast, e in questa settimana dedicata al Giorno della Memoria abbiamo deciso di intervistare Roberto Abbati, attore da 38 anni de “L’istruttoria”, l’unico ad essere stato sempre presente, fin dall’84, in tutte le repliche che si sono susseguite.


Per Abbati “L’istruttoria” è diventata parte della sua vita, così come per tutta quella “classe dirigente parmigiana di oggi” che ha visto e rivisto lo spettacolo di Weiss, e ha immagazzinato tutta la sua forza espressiva ed emotiva. Gli orrori dell’Olocausto e il racconto intimo delle vittime sono scene crude e fredde, che nella loro essenzialità contribuiscono a coltivare la memoria. Per quest’anno l’opera è andata in scena dal 15 al 30 gennaio 2022 con: Roberto Abbati, Paolo Bocelli, Cristina Cattellani, Laura Cleri, Paola De Crescenzo/Ilaria Falini, Davide Gagliardini, Pino L’Abbadessa, Milena Metitieri e Massimiliano Sbarsi insieme a Davide Carmarino che eseguirà dal vivo le musiche originali di Alessandro Nidi.

“L’istruttoria” di Peter Weiss è un capolavoro teatrale della storia contemporanea. Al Teatro Due va in scena dal 1984, sempre con la stessa compagnia teatrale: dove vi siete esibiti e quali sono state le piazze più segnanti?

La natura dello spettacolo è tale che tutte le rappresentazioni sono segnanti per noi attori. Ci sono però dei distinguo da fare: lo spettacolo è stato fatto in tantissime città, in tutti i capoluoghi di regione, fino a Napoli. Ci siamo però esibiti anche Ginevra e Bucarest. La piazza più importante in assoluto è tuttavia Parma, perché qui “L’istruttoria” è stato replicato tante volte, partire da 38 anni fa. Qui si contato più o meno 400 repliche, credo che nemmeno “L’Otello” di Verdi a Parma arriverà a un tal enumero. Lo spettacolo ha un pubblico limitato, ma comunque dobbiamo pensare che 50 mila giovani l’hanno visto a Parma: significa che la classe dirigente parmigiana di oggi ha vissuto l’esperienza rituale de “L’istruttoria”. Parma quindi è la città che ha avuto il privilegio di essere la città più importante.

C’è però un altro momento segnante per la rappresentazione de “L’istruttoria”. Si tratta di Tel Aviv, soprattutto per un motivo: gli ebrei e gli israeliani hanno sempre teorizzato che la Shoah non fosse rappresentabile. In Germania è stata rappresentata prima di noi in circa 117 edizioni diverse. Mentre gli israeliani dicono “non si può”, dicono che è ineffabile. Dopo tanti anni, hanno però accettato la nostra presenza, grazie anche agli intellettuali israeliani – siamo anche amici di Yehoshua, che è venuto anche a Parma -. Abbiamo avuto l’opportunità di andare in Israele per fare lo spettacolo, ed era la prima mondiale nel paese di questo testo, così come per la traduzione, che era in sovraimpressione con le battute lungo la parete della scenografia. Indiscutibilmente è l’esperienza più intensa che “L’istruttoria” ha avuto.

In questi anni ha interpretato diversi ruoli nelle repliche de “L’istruttoria”. C’è stata una rappresentazione che l’ha segnata di più di altre?

Per abitudine non mi occupo mai molto dei “ruoli”, ma dell’organizzazione dello spettacolo nel suo insieme. Dentro ci stanno i ruoli, ma bisogna anche considerare che “L’istruttoria” è uno spettacolo corale, quindi ciascuno è sia vittima sia carnefice. In questa narrazione epica in cui siamo nove attori, noi rappresentiamo quaranta personaggi diversi. Negli anni inoltre, a causa di alcune modifiche nella compagnia, ci siamo dovuti “rigirare” i ruoli e in questi 38 anni ho quindi interpretato quasi tutti i ruoli maschili.

Il personaggio che più mi intriga, paradossalmente, è un criminale. Nel famoso processo di Francoforte, da cui l’opera è nata, in 4 prendono l’ergastolo: uno di questi è Boger. Nel male questo personaggio mi intriga, e ha un certo effetto anche nel pubblico. Boger suscita una fascinazione del male, cosa che vale in generale per tutte le interpretazioni “cattive”… si sente un brividino nell’interpretare il ruolo di un cattivo. Le vittime non affascinano mai, ma suscitano altre reazioni, come l’immedesimazione, ma non se ne subisce cosiddetto “il fascino”. Il male è più attrattivo e questa caratteristica si riflette anche nella lettura del testo, perché si prova un’attenzione quasi morbosa verso l’estremo della crudeltà.

Nel nostro teatro tuttavia siamo attenti all’insieme, in nostro recitare è “collettivo”. Ho interpretato anche Amleto e Riccardo III, ruoli importantissimi, ma la nostra attenzione non è posta sull’individualità, ma sulla coralità. E “L’istruttoria” con tutti i suoi personaggi rappresenta benissimo il nostro spirito.

Riprendendo il processo tenutosi a Francoforte tra il 1963 e 1965 contro alcuni SS e funzionari del lager di Auschwitz, “L’istruttoria” è un’opera che porta a teatro il dramma senza tempo dell’Olocausto e dell’inferno dei campi di sterminio. Nel corso del tempo, in che modo l’opera è rimasta attuale e come mai, dal suo punto di vista, ha continuato a riscontrare così tanto apprezzamento?

Si tratta di un’alchimia strana. La forma che abbiamo dato al contenuto che raccontiamo, la Shoah, è un miracolo. La materia, lo sappiamo, conta tanto, ma conta molto anche il modo in cui noi l’abbiamo formata. Il testo era stato fatto e teorizzato da Weiss come teatro-documento, con il fine di informare, in maniera fredda e cruda, sul processo del 63-65. Il teatro-documento era pensato per dare un’informazione al pubblico in modo che avesse la forza sufficiente per dare un impatto emotivo. Passata quell’epoca, quando le informazioni hanno iniziato a circolare, noi volevamo creare il processo nella forma dello spettacolo, che spingesse all’identificazione del pubblico negli attori, perché gli attori giocavano anche sull’emozione vissuta, attraverso le parole vere pronunciate al processo.

I personaggi infatti non sono inventati da un Molière, Shakespeare o Goldoni. Noi abbiamo cercato di ricreare con il gioco del teatro lo stato d’animo di chi era costretto a ripercorrere esperienza tragica di venti anni prima, mettendosi a nudo davanti a una giuria e a un pubblico che assisteva a un processo. Nello spettacolo abbiamo voluto riprodurre questo, creando un processo di identificazione. Questa forse è stata la fortuna dello spettacolo nostro, collegato anche al fatto che venti anni fa è stata istituita la Giornata della Memoria.

Dal suo punto di vista qual è lo scopo profondo dell’opera?

Basandosi su un documento che esiste già, lo scopo non è tanto far passare l’informazione. Il teatro è soprattutto “rito”: c’è una liturgia, si entra, ci si siede, le luci si spengono, si assiste allo spettacolo. Il pubblico quindi partecipa al rito laico della ri-rappresentazione, per far sì che, partecipando, ci si attrezzi affinché gli orrori della Shoah non si ripetano. Non si parla infatti di una memoria museale, ma con la rappresentazione rituale di quelle scene si lavora per rendere continuamente presente quelle vicende. Si può ricordare in più modi il fatto tragico: politicamente, con le manifestazioni, studiando… “L’istruttoria” contribuisce al lavoro della memoria da quasi quaranta anni.

Che reazione ha il pubblico in sala al vostro spettacolo? Riuscite a intercettare le impressioni di chi ha assistito all’opera?

Quando si fa uno spettacolo comico si ha una reazione molto sonora. La risata è la conferma che lo spettacolo sta funzionando. Nel nostro caso c’è una tensione silenziosa che si percepisce a pelle. La si sente. Nei 38 anni passati non è mai mancata. L’unica differenza è che in una determinata epoca alcune persone sono svenute ed è dovuta intervenire un’ambulanza. Ma poi dopo quegli anni non è più successo, forse perché c’è stata una maggiore abitudine ad affrontare il tema della Shoah.

Lo scorso anno quindi è stato l’unico in cui la vostra attività si è fermata?

Sì il 2021 è stato l’unico anno. Nel 2020 invece siamo riusciti ad esibirci, perché i teatri sono stati chiusi dopo la programmazione dello spettacolo. Il teatro però non è stato mai chiuso, tranne che nei due mesi di lockdown: noi siamo soci del teatro e con le attività, anche se limitate, abbiamo continuato a pensare, programmare e occuparci degli spettacoli futuri.

In seguito alla morte del registra Gigi Dall’Aglio, avvenuta nel 2020, è cambiato qualcosa nell’organizzazione de “L’istruttoria” di quest’anno?

No, perché il teatro è grande ed è diretto da una Fondazione. Dall’Aglio era uno dei soggetti protagonisti, ma non era l’unico. Lo spettacolo era di sua regia quindi all’inizio c’era il problema di sostituirlo, ma dato che recitiamo da tanti anni siamo stati capaci di  rimettere in piedi lo spettacolo com’era prima, sostituendo Dall’Aglio con altri attori.

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