Luca Mercalli: “Investire sull’Aeroporto di Parma è stupido e pericoloso” | INTERVISTA

Considerata una delle aree più inquinate d’Europa e del mondo, la Pianura Padana presenta una considerevole concentrazione d’inquinanti atmosferici a causa della sua conformazione geografica. Trattandosi di una valle chiusa, a Nord dalle Alpi e a Sud dagli Appennini, il ricambio d’aria è così basso da bloccare le sostanze nocive all’interno dei suoi 47.820 km2, favorendo il ristagno delle emissioni tossiche. Luca Mercalli, noto climatologo, meteorologo e divulgatore scientifico – che ad aprile 2022 parteciperà al Forum Internazionale della Sostenibilità e della Biodiversità in Appennino parmense – ci ha fornito qualche indicazione utile per capire perché la Pianura Padana si trasformi in una “camera a gas”; ma anche quali contraddizioni siano nascoste dietro alle politiche delle istituzioni locali – come quella, ad esempio, del Comune di Parma con l’Aeroporto Giuseppe Verdi – che investono sulla mobilità sostenibile per dare un’idea “green” della propria città, ma allo stesso tempo impiegano denaro su infrastrutture altamente inquinanti.

Mercalli, cosa ne pensa dello sviluppo dell’Aeroporto Verdi di Parma sostenuto dall’Amministrazione Pizzarotti?

Ho già preso posizione contraria su questo. Non solo è stupido sul piano dei dati, ma è anche pericoloso.


Per quale motivo?

Se passasse una regolamentazione economica internazionale che porterebbe a tassare il volo, automaticamente ci si troverebbe un’opera che non si riuscirebbe più a ripagare. Io sarei estremamente prudente, anche solo in termini economici, perché è possibile che questa tassazione venga introdotta.

Lei ha definito più volte la Pianura Padana come una “camera a gas”, come mai?

Potremmo dire che sono 50 anni che la Pianura Padana riversa in queste condizioni, purtroppo è una valle chiusa e sovraffollata in cui abitano 15 milioni, solo che a Nord è chiusa dalle Alpi e a Sud dagli Appennini: questo la rende una camera a gas, soprattutto durante i mesi invernali. Questo non perché sia un territorio peggiore rispetto agli altri, semplicemente la conformazione territoriale di altri luoghi allevia questi effetti. A Roma ci sarebbe un inquinamento forse peggiore rispetto a Milano, però in quella zona soffia il Ponentino e l’inquinamento si disperde più facilmente. Le vie percorse fino ad oggi, cioè la continua esortazione a non utilizzare i mezzi privati in favore di quelli pubblici, oppure l’introduzione del regime di targhe alterne, le aree centrali con ingresso limitato, non hanno funzionato, quindi serve altro.

Cioè?

Quello che seguirei io e che abbiamo imparato durante la pandemia sarebbe evitare il viaggio all’origine, cercando di trasformare il più possibile il lavoro in smart working: questo è il modo più concreto di togliere qualsiasi mezzo dalla circolazione, perché non si ha più bisogno dello spostamento fisico. La pandemia ha diminuito in modo significativo la concentrazione di inquinanti sopra le nostre città, soprattutto quella dovuta ai trasporti, portandoci a comprendere che c’erano effettivi margini di azione in questo senso.

Solo il comparto dei trasporti costituisce un problema?

Assolutamente, no. Però gli altri comparti sono più difficili da comprimere, perché non è possibile chiedere alle persone, ad esempio, di rimanere al freddo a casa loro. Potremmo consigliare di adottare accorgimenti per garantire una maggiore efficienza energetica, ma è un processo più lungo che coinvolgerebbe decenni. Invece il processo di passaggio al telelavoro è più immediato, prima della pandemia erano 500mila le persone in smart working, ora sono 5 milioni: il numero è decuplicato. Questo processo ha dimostrato che si tratta di un settore in cui è stato relativamente facile ottenere questo passaggio, mentre il settore automobilistico richiede tempi fisici più lunghi.

Anche l’agricoltura è responsabile dell’inquinamento, in questo settore a cosa si potrebbe rinunciare?

L’agricoltura è responsabile in modo diretto dell’inquinamento, a causa dello spandimento dei liquami degli allevamenti: infatti l’ammoniaca è un inquinante volatile che si aggiunge a quelli già presenti nell’aria. Se mangiassimo meno carne avremmo una produzione intensiva molto inferiore e di conseguenza minori liquami da spandere. La Pianura Padana è un luogo di produzione esasperata e non sapendo più dove mettere i liquami, visto che la produzione è maggiore della capacità del terreno di metabolizzarlo, viene spanso. In inverno queste esalazioni comportano il peggioramento della qualità dell’aria.

Le ripercussioni a breve medio termine dell’inquinamento in Pianura Padana quali sono?

Le conseguenze sono di tipo sanitario e di tipo ambientale. Se riducessimo le emissioni dei mezzi a motore avremmo un piccolo beneficio in termini di riduzione della CO2, il gas che genera il cambiamento climatico. Dico “piccolo” perché si andrebbe ad erodere una quantità minima rispetto ad un problema che è mondiale, quindi non è la Pianura Padana a fare la differenza sul clima, ma sono la Cina e gli Stati Uniti a farla, per intenderci. Certo, se tutte le città inquinassero meno avremmo un effetto positivo a livello globale, però la CO2 circola con i venti e dopo alcuni giorni non c’è più differenza tra quella emessa in una città italiana rispetto a quella emessa in una città come New York.

Quindi?

Quindi il discorso è diverso se parliamo di salute: gli inquinanti tossici sono strettamente locali e il miglioramento della qualità dell’aria avrebbe una ricaduta positiva immediata sulla salute delle persone che vivono magari a Milano o a Bologna. Migliorare la qualità dell’aria in una singola città contribuirebbe a far respirare un’aria migliore ai cittadini che la popolano e la salute ne beneficerebbe.

Federico Pizzarotti, sindaco di Parma, ha più volte definito la città come una delle realtà più ecosostenibili d’Italia, ma la sua Amministrazione ha puntato sullo sviluppo dell’Aeroporto Verdi. Ritiene che ci sia una forma d’incoerenza da parte del primo cittadino?

Rispetto allo sviluppo dell’Aeroporto Cargo di Parma ho preso posizione contraria. Intanto bisogna dire che oggi è assurdo investire sul trasporto aereo, perché è il mezzo più inquinante del mondo: investire in quel settore non solo è stupido sul piano dei dati, ma è anche pericoloso. Se passasse infatti una regolamentazione economica internazionale che porterebbe a tassare il volo, automaticamente ci si troverebbe un’opera che non si riuscirebbe più a ripagare. Io sarei estremamente prudente, anche solo in termini economici, perché in futuro è possibile che il volo venga pesantemente tassato. Per non parlare del consumo di suolo che si genererebbe.

Ci spieghi meglio…

Parma è regina in termini di produttività agricola, altrimenti non sarebbe nemmeno una capitale gastronomica. Questo vuol dire che il terreno è buono, perché non si fanno produzioni di qualità nel deserto o in Siberia: questo suolo andrebbe quindi rispettato, tenuto come un patrimonio irrinunciabile mentre noi ci permettiamo di costruirci sopra dei capannoni. Allargare l’aeroporto consumerebbe una quantità di suolo che non ci possiamo permettere, perché il suolo non è rinnovabile.

La politica quali responsabilità ha nei confronti del clima?

Ne ha molte. Il modo più semplice per limitare la diffusione di climalteranti e favorire fonti di energia alternative è quello di attuare una tassazione del carbone. Nel momento in cui alzo le tasse la gente è incentivata a consumare meno quel tipo di prodotto, però allo stesso tempo si genera malcontento, quindi è ovvio che alla politica non conviene attuare un provvedimento del genere.

Facciamo un esempio concreto: cosa comporterebbe una tassazione sul carbonio?

Ad oggi il mezzo più inquinante in assoluto è l’aereo. Poniamo che venga introdotta la tassa sul carbonio: adesso per andare a New York con 300 o 400€ si riuscirebbe ad effettuare la tratta. Applicando la tassa, visto che l’aereo è un mezzo che inquina tanto, il volo inizierebbe a costare, dico una cifra a caso, 5mila euro. Ecco, questo sarebbe il principio da adottare: chi inquina paga.

Un provvedimento impopolare…

Certo! Da un punto di vista economico è un concetto che non viene ancora accettato e che coinvolge solo una piccola frazione delle azioni umane. Ad esempio, questo tipo di tassazione è già presente per i produttori di energia: le centrali elettriche infatti pagano quote differenti in base al loro funzionamento, le normative prevedono incentivi o penali in base al loro tasso di inquinamento. Alla politica queste misure non piacciono perché fanno perdere consenso.

Cosa dovrebbe fare un’Amministrazione locale per intervenire realmente a favore della sostenibilità ambientale?

Dovrebbe fare quello che dovrebbe fare tutto il Paese: investire sulla manutenzione e non sull’aggiunta di cose nuove. Ogni cosa che si aggiunge consuma suolo, consuma energia e produce rifiuti. Il concetto di base è che le nostre città devono lavorare con quello che c’è, tenendole in perfetta efficienza.

Cosa ne pensa di quanto affermato dall’attuale Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, sul fatto che la sostenibilità sia un compromesso?

Già a febbraio avevo espresso le mie preoccupazioni per l’impostazione del nuovo ministero della Transizione Ecologica. Ora tali preoccupazioni si sono rivelate fondate, tanti che si occupano di sostenibilità ambientale assistono oggi alla transizione eco-illogica. La cifra di Cingolani sembra essere l’addizione verde più che la sostenibilità. Una visione fatta di crescita e aggiunta di infrastrutture. Però manca un aspetto fondamentale di una vera transizione ecologica: fermare i processi che danneggiano irreversibilmente l’ambiente. Ho sentito parlare spesso il Ministro di compromessi, ma l’emergenza climatica è ora e i tempi non possono più essere quelli lunghi della politica: avendo superato le capacità di carico del pianeta si deve avere il coraggio di limitare, non solo aggiungere qualcosa di verde.

L’impressione è che si tratti di processi molto lenti, mentre la situazione a livello globale imporrebbe di agire con una certa celerità. Ritiene che ci possano essere novità entro breve dagli accordi internazionali?

La tappa fondamentale sarà la COP26 di Glasgow prevista a novembre. Qui la grande novità sarà il ritorno degli Stati Uniti dopo l’era Trump, che era uscito dagli accordi di Parigi. Se Joe Biden dovesse prendere determinati provvedimenti in favore del clima è molto probabile che questo possa avere un effetto di trascinamento coinvolgendo anche altri Paesi. Sicuramente sono processi lenti, raramente vengono presi provvedimenti dalla sera alla mattina, però la pandemia ci ha insegnato che in situazioni di emergenza si possono prendere provvedimenti che determinano un cambiamento immediato sulla vita delle persone. Tuttavia, perché dovremmo aspettare di trovarci in una situazione di emergenza quando alcune cose si potrebbero fare già oggi in modo più graduale?

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